Nel primo concistoro dichiarò che nè la romana nè altra chiesa dovea sostenere i suoi diritti colle armi, rimandò alle loro parrocchie quanti curati erano in Corte, revocò le commende, voleva egli stesso esaminar quelli che chiedevano benefizj, e tanto in ciò procedeva severo, che lasciava questi scoperti piuttosto che darli a indegni. Essendosi presentato un tal Monozella, lodato musicante, a chiedere l’abbadia di San Paolo in Roma, esso gli domandò: — Sapete cantare? — Santità sì. — Sarei curioso d’udire qualche canzone. — E canzoni io so. — Sonate anche qualche istromento? — La ghitarra». Allora Benedetto cangiando tono: — Come! un saltimbanco pretenderebbe diventare il venerabile capo del monastero di San Paolo?» e lo cacciò. Voleva si ascoltasse chiunque a lui ricorrea, e faceva giustizia, e diceva che un papa deve somigliare a Melchisedech, il quale non conoscea nè padre nè madre nè genealogie.
Pari alla virtù non avea la scienza degli uomini e degli affari; e credette a un pontefice bastasse la bontà senza la politica, mentre cotanta ne occorreva per barcheggiare fra gli andirivieni della mondana. Benedetto prefisse di tornare a Roma, ma i cardinali francesi nel dissuasero. Caduto in grave malattia, rinnovò il proposito, ma gl’Italiani dovettero perderne ogni speranza quando lo videro fabbricare quel grandioso palazzo fortificato, con architettura di Pietro Obreri e pitture di Simon Memmi; e subito i cardinali fecero altrettanto, e la meschina Avignone si convertì in bella città, dove anche i gran signori di Francia e i re aveano palazzi. Sì bene riuscivano le arti di Filippo di Valois, il quale, col sospendere le prebende ai cardinali e minacciar di trattare Benedetto come Bonifazio VIII, impedì che questo si riconciliasse con Lodovico Bavaro.
Dopo la vacanza di soli tredici giorni fu eletto papa (1342) Pietro Roger limosino, che volle esser chiamato Clemente VI, e che, più condiscendente ai cardinali e oprante nelle cose temporali, spiegò pompa regia, diceva non doversi nessuno ritirare malcontento dal cospetto del papa, e invitò alla Corte i cherici sprovvisti di benefizio onde potessero coprire i tanti lasciati vacanti dal precessore. In pochi mesi vuotò l’erario impinguato dall’abilità di Giovanni XXII e dalla parsimonia di Benedetto XII; e a chi l’appuntava de’ mezzi con cui provvedeva a nuove liberalità, vogliono dicesse: — I miei predecessori non seppero esser papi». Comprò da Giovanna di Napoli per ottantamila zecchini la città d’Avignone; e quivi, per quanto strillassero i Romani, passavano le ricchezze e i proventi curiali. La corte assunse quel tono, e i cardinali sfoggiarono di lusso principesco: gl’intriganti, le donne potevano tutto, se pur la malignità de’ tanti suoi avversarj nol calunniò.
Intanto Roma soffriva non si potrebbe dir quanto dalla lontananza di quei papi, ch’essa suole molestare vicini e rimpiangere perduti; a vicenda trambustata da una plebe turbolenta e da una nobiltà faziosa, conculcate la giustizia e l’amministrazione, le vie ingombre da rovine di rovine, le chiese sfasciantisi, denudati gli altari, i sacerdoti senza il necessario decoro de’ paramenti; signori romani faceano traffico di monumenti antichi, di cui abbellivano le città vicine e la indolente Napoli[371]. Colonna e Orsini erano corifei di due fazioni, azzuffantisi ogni giorno in città e fuori; e per parteggiare con loro o per non restarne oppressi, anche gli altri signorotti aveano mutato in fortezze i palagi e il Coliseo e gli altri avanzi della magnificenza romana; e pretendendosi superiori ai vassalli dell’impero, esercitavano baldanzosamente la guerra privata, minacciavano e rapivano, deturpavano gli asili delle vergini sacre, traevano a disonore le zitelle, involavano le mogli dalla casa maritale; i braccianti, quando andavano fuori a opera, erano derubati fin sulle porte dalle masnade che infestavano la campagna: laonde il Boccaccio diceva che Roma, come già fu capo del mondo, così allora era coda[372]; e il Villani, che «i forestieri e i romei v’erano come le pecore tra lupi, ogni cosa in rapina e in preda».
Il popolo aveva sistemato un governo municipale, divisa la città in tredici rioni, ciascuno con un banderale; quattro membri per rione componevano il consiglio del popolo, che aveva anche un altro collegio di venticinque membri, con un capitano delle forze, ma senza partecipazione agli interessi civili. A capo del popolo come politica comunità stava il prefetto di Roma[373]; mentre il senatore rappresentava la legge, superiore anche ai nobili, sempre scelto fra i maggiori di essi; fra quell’ordine cioè, contro del quale avrebbe dovuto esercitare la sua autorità, che invece sfogava in private nimicizie.
L’autorità di re Roberto non avea forza; e il popolo, credendo soffrir meno sotto l’immediata amministrazione del papa, a Benedetto XII offrì la dignità di senatore, capitano, sindaco, difensore: ma bentosto una sommossa cacciò di Campidoglio i due suoi rappresentanti. Il vicario pontifizio sedente a Orvieto restringevasi nell’autorità spirituale: al papa mandavansi deputati quando fosse eletto[374], poi non vi si badava più.
Questa decadenza ridestava più vive le memorie dell’antica grandezza, e ne fu tocco principalmente Nicola figlio di Lorenzo, uno de’ ciucciari che portavano l’acqua in città, prima che Sisto V vi conducesse la Felice, e che Roma diventasse la città delle fontane. Fu costui «di sua gioventute nutricato del latte di eloquenza, buono grammatico, migliore retorico, autorista bravo. Deh come e quanto era veloce lettore! Molto usava Tito Livio, Seneca e Tullio e Valerio Massimo; molto gli dilettava le magnificenzie di Julio Cesare raccontare; tutto lo dì si specolava negl’intagli de’ marmi li quali giacciono intorno a Roma. Non era altri che esso che sapesse leggere gli antichi pitafj, tutte scritture antiche vulgarizzare, queste figure di marmo giustamente interpretare». Da tali studj aveva attinto ammirazione per l’antica repubblica romana; ed accorandosi del vederla dai papi abbandonata in balìa di masnadieri, aspirò a quel ch’è il più grande e più difficile assunto, resuscitare un popolo già cadavere. Bella figura, portamento nobile, fisonomia espressiva, voce sonora, parola facile e passionata, sagacia nel vedere i mezzi opportuni, abilità a mostrarsi ispirato unicamente dal pubblico bene, cosa vi richiedeva di più per essere un rivoluzionario?
I Tredici lo deputarono ad Avignone (1342) per supplicare Clemente VI del ritorno; e Cola Rienzi (così lo chiamavano) parlò francamente al papa, che prima lo sgradì, poi lo fece notaro della Camera apostolica, uffizio lucroso, nel quale esso non usava penne d’oca ma di argento, per significare la nobiltà di quest’uffizio. Ai degeneri nipoti di quelli che aveano udito Gracco e Cicerone, egli parlava delle glorie vetuste; ponea sott’occhio ai signori iscrizioni e simboli atti a stimolare la vanità nazionale[375] e scandagliarne la risolutezza; e fantasticava i diritti del popolo, sempre dietro alle reminiscenze antiche[376]. L’uccisione d’un suo fratello (1344) fatta dai Colonna e rimasta impune finì di rendergli esecrata quell’aristocrazia, non meno corrotta e più prepotente e compatta che l’antica; sicchè pensava ripristinare i tribuni della plebe, ed associando alle classiche le ricordanze di Crescenzio e di Arnaldo, reprimere i baroni non solo, ma anche i pontefici disertori dell’ovile.
Sempre nobile è l’intento di rigenerare la patria; ma quanto è facile il credere che i nomi grandi suppliscano alle grandi cose, e lo scambiare le memorie per speranze! Il popolo romano poi, le cui idee sono, come l’orizzonte della sua città, circoscritte fra i sette colli, dà orecchio volenteroso a chi gli rammemora le grandezze di quelli che considera come suoi avi. I letterati, che allora tornavano leggere in Livio e Sallustio, dilettavansi di riudire gli antichi nomi; e Cola salì in credito come chiunque offre uno specifico in gravissima malattia: poi, côlta un’occasione che i baroni erano fuori, invitò il popolo ad un’adunanza (1347), ove parlerebbe loro del passato e del presente, de’ mali e de’ rimedj. Era uno spettacolo, e perciò fu graditissimo. Cola veglia la notte in chiesa orando; poi sentito tre messe, armato tutto fuorchè la testa, sale al Campidoglio, tra giovani infervorati e tra una pompa di bandiere, pennoni, emblemi, e tutto quel chiassoso tripudio che in niun luogo si sa fare quanto a Roma. Dalla gradinata donde vedeva i luoghi delle arringhe di Cicerone e dei trionfi degli Scipj e de’ Cesari, non ragiona come deve un riformatore, ma declama come sogliono i demagoghi; e preso alla solita illusione che l’idolo della plebe riuscirebbe a reprimerla e ordinarla, legge una riforma del buono stato, assicurando agli altri e forse egli stesso persuadendosi che il papa (il cui vicario stavagli a fianco) gli saprebbe grado di sottrar Roma sua dalla tirannide de’ baroni.
I regolamenti di Cola consistevano in garantire i cittadini contro le trapotenze della nobiltà, ordinare milizie urbane in Roma e vascelli sulle coste, assicurare ponti e vie, abbattere le rôcche e gli steccati da cui i baroni minacciavano; giustizia pronta e vita per vita, granaj pel povero, pubblici soccorsi per le vedove e gli orfani, massime di quelli morti combattendo. Invitò ciascun Comune a spedire due sindaci a un generale parlamento; primo esempio d’un’assemblea rappresentativa: sicchè con questo e colla federazione italiana ch’e’ proponeva sotto al senato romano, «il quale non avea perduto se non per forza l’antica supremazia di fare e interpretar leggi», un’êra nuova potevasi aprire all’Italia, posta un’altra volta a capo dell’Europa.