Lungo e procelloso conclave seguì, qual poteasi aspettare da quell’esiglio e dalle modificazioni del concistoro, dove gli otto cardinali italiani voleano un papa che tornasse a Roma, guaschi e francesi il contrario. Una banda di mercenarj guasconi indisciplinati minacciò e saccheggiò i mercanti nostri in Carpentrasso, malmenò ed incendiò le case de’ prelati italiani, violentò il conclave, sicchè i cardinali fuggirono per una breccia, e si dispersero. Giacomo d’Euse, figlio d’un ciabattiere di Cahors, piccolo e deforme di corpo, ma di senno acuto, studioso, perseverante, era ito a Napoli per cercar fortuna, dove entrò maestro dei figli del re, ed ebbe la gloria di formare Roberto, che fu tenuto il re più sapiente de’ suoi giorni, e Luigi vescovo di Tolosa, da poi canonizzato. A grande istruzione nei due diritti Giacomo univa molta destrezza negli affari, e adoprato presso i papi e i re di Francia, salì vescovo di Fréjus, poi grancancelliere a Napoli e vescovo d’Avignone. La presenza della Corte pontifizia gli diè campo a mostrare i suoi talenti; fu di grande sussidio nel concilio di Vienna a Clemente V, che l’ornò della porpora; poi già vecchio, col favore di re Roberto e mediante largizioni e promesse, ottenne la tiara (1316), col nome di Giovanni XXII. Benchè abituato in Italia, e benchè vel chiamassero i larghi suoi divisamenti, si stabilì in Avignone, città appartenente ad esso suo protettore; talmente pareva una funesta necessità rimuovere la santa Sede da Roma, in preda a violenti fazionieri[369]. Già vedemmo come Giovanni fosse trascinato fra quelle contese, ed avesse con Lodovico Bavaro dissensioni agitate con armi e con violenti diatribe.

Fra le quali come sapere quanto abbiano di vero le accuse appostegli di simonia, di scostumatezza e d’avidità? Fin d’eretico fu tacciato; e Germania e Italia reclamavano un concilio che pronunciasse, e che speravano deporrebbe quel papa, e tornerebbe la sede a Roma. Però storici serj dicono che Giovanni vivea ritiratissimo, fuor d’ogni pompa o spasso; studioso e intelligente di scienze sacre e profane, caldo nel diffondere le missioni fino all’estremità dell’Asia; se non istituì, diede ordinamenti al tribunale della Sacra Rota e alla cancelleria romana, donde un vicecancelliere, che è la maggior dignità di corte, spedisce le lettere apostoliche.

Giovan Villani, contemporaneo e mercatante, che allega l’autorità de’ tesorieri adoprati a far l’inventario, dice lasciasse venticinque milioni di zecchini[370], somma sì sproporzionata al numerario allora in corso, che vuolsi metterla in conto delle dicerie popolari; pure possiam credere avesse riposto un tesoro quale non poteva a gran pezza averlo nessun altro potentato, e che esso Villani dice destinato «per fornire il santo passaggio d’oltremare».

Ma a quali fonti attingeva sue ricchezze la Corte romana?

La prima erano le offerte che i fedeli recavano sull’altare della confessione di San Pietro, al sacro palazzo, al papa stesso, in denaro, arredi sacri, biancheria, cera: Vittore II cedette al cardinale Umberto le offerte d’un giovedì e sabbato santo, che bastarono a montare una chiesa. Varj regni si erano messi sotto la protezione della santa Sede, alla quale tributavano, l’Aragona ducencinquanta oboli d’oro, il Portogallo due marchi, cento la Polonia, mille d’argento l’Inghilterra, oltre il denaro di san Pietro che fruttava ducentonovanta marchi, e forse altrettanti quello di Svezia, Norvegia e Danimarca. Feudi suoi erano Napoli, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica: e il primo pagava ottomila oncie; tremila la Sicilia, da cinque zecchini l’oncia; duemila l’Aragona, cui erano infeudate le altre due isole. La Camera apostolica traeva pure guadagno dall’infeudare qualche città per un tempo determinato. Molti possessi tenea negli Stati pontifizj: ma solo conosciamo che il ducato di Spoleto le rendeva milleottanta libbre, milletrentotto soldi, dieci bisanti, e alcuni valori in natura; il contado di Narni e d’Aurelia quarantanove libbre, cinquecentoquarantotto soldi, netti da spese di percezione; la Sabina cencinquantaquattro libbre, soldi dieci; il contado Venesino diecimila fiorini. Il Liber censuum, compilato nel 1192 dal cardinale Cencio tesoriere apostolico, enumera un’infinità di possessi e di rendite in tutto il mondo: ma l’incertezza del valore delle monete, e l’essere una gran parte in natura ci tolgono di raccorne un computo, neppure approssimativo; se non che siam fondati a credere superasse la rendita di qualunque altro Stato.

Eppure la Corte romana trovavasi in gran distretta; e colpa l’ingordigia o anche l’infedeltà de’ collettori, la difficoltà e il ritardo delle trasmissioni, i sotterfugi per non pagare, ben poco ne giungeva sin alla cassa papale. Innocenzo II dovette impegnare le città d’Orvieto, Gubbio e Casale per ducento libbre pavesi; Adriano IV Città di Castello per cenventi marchi d’argento; nel 1265 Clemente IV scriveva d’avere, per la spedizione di Carlo d’Angiò, messe in pegno tutte le ricchezze delle chiese di Roma eccetto San Pietro e San Giovanni Laterano, ed essersi obbligato per un valore di centomila libbre di proventi, si ea poterimus invenire.

Bisognò dunque ricorrere a spedienti, ignoti alle altre finanze. Innocenzo IV pose tasse sulle dispense e le esenzioni; ma dopo portata la sede oltremonti, maggiori spese occorsero: i beni d’Italia erano quasi perduti; i censi si stentavano dai re, per paura che ne vantaggiasse la Francia: onde Clemente V cominciò a riservarsi per tre anni tutti i benefizj dell’Inghilterra, e diede in commenda moltissime chiese, tanto che potette morendo lasciare un tesoro di un milione settantaquattromila ottocento zecchini. Giovanni XXII camminò più franco su questa via, e non inventò, ma sistemò le annate, cioè la riserva dei frutti d’un anno d’ogni benefizio vacante in tutta la cristianità pro Ecclesiæ romanæ necessitatibus; ed aumentò tale rendita col promovere sempre da un benefizio inferiore; di modo che ogni nomina portava una lunga serie di vacanze.

Aggiungi le aspettative; lettere dapprima monitorie poi precettorie, infine esecutorie, che davansi a un ecclesiastico perchè ottenesse un benefizio quando verrebbe vacante: erano vendute da cinquanta zecchini, e divennero una delle entrate più pingui della Camera, finchè il concilio di Trento le abolì. Inoltre il papa poteva imporre la decima su tutti i beni ecclesiastici; come, per esempio, nel 1336 fece su quelli di Francia per sostenere la guerra in Lombardia.

Ma non sempre i fondi giungevano alla destinazione; una volta furono predati in Lucca; un’altra Paganino conte di Panico bolognese si accordò con diversi nobili, e mentre il guascone Raimondo d’Aspello marchese d’Ancona e nipote del papa attraversava il Modenese con settanta o novantamila fiorini a gran fatica raccolti, e benchè già gli avessero venduto il salvocondotto, lo assalirono e uccisero con quaranta uomini della scorta, e si spartirono i cavalli e le spoglie: il papa non potè che metter Modena all’interdetto. Venendo un altro legato da Avignone colle paghe pe’ soldati, convogliato da cencinquanta cavalieri, i Pavesi lo colsero in agguato, e almeno metà del tesoro ne pigliarono.

Giacomo Fournier di Saverdun, quando fu acclamato papa col nome di Benedetto XII (1334), disse ai cardinali: — Eleggeste il più asino tra voi». Datosi a medicar tante piaghe, abolì le aspettative: e non avendo sciupato in guerre, l’erario non risentì la mancanza di questa pingue rendita; d’altra parte vi suppliva col vendere in Italia il titolo di vicario, pel quale riscoteva annualmente da Luchino Visconti diecimila fiorini, tremila dagli Scaligeri per Verona e altrettanti per Vicenza, diecimila dai Gonzaga di Mantova e dai Carrara di Padova, altrettanti per Ferrara da Obizzo d’Este.