Già di sette lingue s’era a quell’ora impadronita la letteratura nuova; la castigliana, la portoghese, la valenziana o provenzale, la francese, la tedesca, l’inglese e l’italiana: le altre si abbandonavano all’istinto, anzichè studiassero l’arte; nessuna può offrire capolavori; le opere di quelle son rivangate solo per istudio filologico, le nostre rimasero classiche, non soltanto per noi, ma e per gli altri popoli. Ed è gran prova d’incivilimento questo apparire quasi contemporaneo di tre genj, così differenti l’uno dall’altro, e ciascuno inventore o tipo di generi, di cui doveano restare modelli insuperati. Ma Dante si proponeva una poesia nazionale e religiosa; come i veri ingegni, ha più franchezza che arte; tormentato da grandi pensieri, fatica ad esprimerli in una lingua già formatasi, ma non educata ad esporre poeticamente tanta dottrina; e col suo cantare eccita, anzi obbliga il lettore a pensare da sè. Petrarca forbì poi quella lingua, dandole una rigogliosa gioventù, che nulla perdè fin ad oggi della natìa freschezza. L’uno e l’altro fissarono il linguaggio poetico, bellissima veste, che bastò al lepore dell’Ariosto come alla gravità del Tasso, alle dolcezze di Metastasio come ai fremiti dell’Alfieri. Quanto alla prosa, forse è colpa di Boccaccio o de’ suoi idolatri se ancora non n’abbiamo una nazionale, colta insieme e popolare, corretta e sicura, ferma ed ingenua, più candida che azzimata, più viva che compassata, acconsentita dai dotti, e insieme affabile al popolo, il quale vi incontri le sue forme ma ingentilite, i suoi vocaboli ma artisticamente disposti; atta ad esprimere tanto la famigliare ingenuità, quanto i grandi bisogni e i grandi sentimenti.
Da principio tutti corsero dietro a Dante; Petrarca gli porta invidia pur negandola, e lo imita; Boccaccio ne tessella la sua prosa, ne farcisce la sua poesia[363]. Cecco Stabili d’Ascoli nell’Acerba[364], poema filosofico nè bello di poesia nè dotto di scienza, denticchia l’Alighieri colla stizza dell’impotente, e fu poi per mago bruciato a Firenze. Fazio degli Uberti nel Dittamondo espone un viaggio che fa dietro al geografo Solino, tela mal ordita e peggio tessuta. Federico Frezzi da Foligno nel Quadriregio descrive in terza rima i quattro regni dell’amore, del demonio, dei vizj, delle virtù, dove Minerva viene a diverbio con Enoc ed Elia profeti. Francesco da Barberino leggista nei Documenti d’amore tratta di filosofia morale, politica, civiltà, perfino tattica, in metro vario e stile nè facile nè elegante, non ajutando tampoco la cognizione de’ costumi quanto il titolo prometterebbe. Scrisse anche Del reggimento e dei costumi delle donne, ove in versi stiracchiati misti a prosa, se pur tutta prosa non sono, ammanisce precetti alle donne delle diverse condizioni ed età: prolisso, stucchevole, ma con buon intento e bella lingua[365]. Giusto de’ Conti canta la bella mano della donna sua[366], sbiadito imitatore del Petrarca. Nè gloria nè compiacenza alla patria; sol ricordati perchè vecchi.
Francesco Sacchetti fiorentino, uom di toga e di mercatanzia, pel leone coronato al pulpitino di Palazzo vecchio fece questa divisa:
Corona porto per la patria degna
Acciocchè libertà ciascun mantegna;
ed era sì reputato, che essendosi esclusi dalle magistrature i padri, figli, fratelli di coloro ch’erano stati sbanditi, si eccettuò lui solo per esser tenuto uomo buono[367]. Mal calcate le orme del Petrarca, dietro a quelle del Boccaccio avviò ducentoquarantotto novelle, di stile dimentico e scorrevole, slegate fra loro, nè per intreccio, vivacità e pompa simili a quelle del Certaldese, ma piuttosto ad aneddoti senza idealità, burlevoli e pittoreschi. Lasciam via le sconcezze e le scempie riflessioni, ma fanno ritratto della vita d’allora que’ piacevoli motti scoppiati alla sprovvista; quegli uomini di corte, che coll’improntitudine subbiellano doni; que’ lepidi ostieri, che fanno cronache di chi non usa la parola propria; quelle burle e risa sopra magistrati ignoranti o tirchi; quelle braverie di soldati tedeschi con nomi bisbetici; quella meschinità degl’imperatori, che senza denaro scendevano in Italia; que’ leggisti smaniosi d’azzeccar liti, onde uno di Metz si meraviglia che Firenze non sia disfatta con tanti giudici, mentre un solo era bastato a rovinare la sua patria; insomma quella vita piena, pubblica, vivace, procacciante, di gente che non subì ancora i miasmi della pacifica oppressione.
Purezza di lingua, proprietà di parole e vezzi di stile accostano al Boccaccio ser Giovanni fiorentino (-1375), il quale nel Pecorone finge che Auretto, innamorato di suor Saturnina, vada frate, e divenuto cappellano, s’accordi con lei di passare ogni giorno alcun tempo raccontandosi in parlatorio una novella a vicenda. Con sì misero appicco e senza varietà d’incidenti vanno alle cinquanta, storiche le più, esposte con istile semplice, e velando le sconcezze. E in generale ai narratori di quel secolo mancano la rapidità e la precisione, e lo spirito arguto che s’acquista col lungo frequentare gli uomini e la scelta società.
Così la letteratura accampavasi sotto due bandiere, dietro quei campioni. Petrarca e Boccaccio dovettero l’immortalità a lavori fatti quasi per trastullo o distrazione, di mezzo a studj più gravi; questo obbediva ai comandi d’una principessa, quello non avrebbe mai creduto che sì care fossero le voci dei sospir suoi in rima. Dante applicò tutto sè al poema che per molti anni lo fece magro; e quando a lui esulante furono riportati i primi canti del divino poema, — Emmi (disse) restituito lavoro massimo con perpetuo onore»[368], e confidava mercè di quello poter coronarsi poeta sul battistero del suo San Giovanni. Boccaccio e Petrarca nell’età grave si doleano delle inezie e delle lubricità scritte, e quasi si vergognavano della gloria conseguita; Dante confida di aver fama appo coloro che il suo tempo chiameranno antico, e che vital nutrimento deriverà dall’agro de’ versi suoi. Egli aveva dischiuso i tempi nuovi, gli altri due respinsero verso gli antichi; egli inventivo, essi imitatori; egli biblico, essi classici; egli scotendo, essi addormentando la patria. Ed è non ultima colpa del Boccaccio l’avere o incitato o scusato i nostri a moltiplicare in un genere di letteratura affatto immorale come sono i novellieri. Ma egli fu addobbo di corte, corifeo di coloro che appigionano l’ingegno a chi paga, sia principe o plebe: Dante si considerava educatore delle nazioni, e i suoi seguaci credettero tale l’uffizio della letteratura. Anche i Petrarchisti empirono di belati questa povera Italia, la quale ogni qualvolta pensasse a scuotere il letargo, e sviarsi dai torbidi rivi, tornò ai vigorosi difetti e alle incomparabili bellezze dell’Alighieri.
CAPITOLO CX. Roma senza papi. — Cola di Rienzo.
Di quel papa Clemente V che spiegò fermezza contro Enrico VII forse per debolezza verso il re di Francia, e che scomunicò i Veneziani perchè aveano comprato Ferrara, dominio diretto della santa Sede, non v’è iniquità che non si scriva; colle simonie, o meglio coll’aggravare esorbitantemente le chiese accumulò tesori, che profondeva poi fosse ai parenti, fosse in un fasto insolito a’ suoi predecessori, e che credea forse necessario per rialzare il papato, errante fuor del teatro di sua grandezza. Appena morto (1314), il popolo ne saccheggiò il palazzo, e pel cadere d’una candela appiccatasi la fiamma al feretro, niun badò a spegnerlo, e appena un cencio rimase per ricoprirne il semiusto cadavere.