Lo studio de’ Trecentisti, racconcie solo e riformate poche parole, e tolte via quelle desinenze in aggio, in anza derivate soverchiamente dal provenzale, sarà sempre opportunissimo a riparare al neologismo moderno e all’erudito arcaismo, e porgere la primitiva accettazione e il logico collocamento delle parole, il senso ingenuo e vero, la grazia ornata solo di se stessa, affine di dare al nostro idioma quella franca naturalezza che è la voce del genio. E tali scrivevano quei buoni, e tali principalmente gli storici, ignorando però l’arte degli incidenti, delle sospensioni, di ciò che alla frase reca forza e varietà. L’arte che le mancava, fu data alla prosa del Boccaccio, non già per meditazione sull’indole del parlar nostro, bensì per erudizione, della quale fu vago quanto il Petrarca. Nasceva egli (1313-75) a Parigi dall’amore d’un mercante di Certaldo, il quale seco l’avviò alla mercatura e al viaggiare, poi per le liete speranze di sua giovinezza l’applicò alle lettere sotto valente professore. La vista della tomba di Virgilio lo invaghì degli studj; del sulmontino Ovidio si professa devoto[357]; profitto maggiore trasse dall’amicizia de’ migliori contemporanei e dalla lettura di Dante, «mio duce, face mia, e da cui tengo ogni ben, se nulla in me sen posa».

Di greco fece stabilire una cattedra in Firenze per Leonzio Pilato, calabrese vissuto lungamente in Levante, e venire una copia d’Omero e d’altri autori non prima conosciuti sull’Arno. Pilato era di schifosa apparenza, «orrido e per lunga meditazione inselvatichito, ma un archivio ambulante inesausto delle storie e favole greche», e da’ costui colloquj il Boccaccio trasse notizie per esporre in latino la Genealogia degli Dei, opera per la quale intimava ai posteri d’avergli pubblica benemerenza. Scrisse pure in latino casi d’illustri infelici, virtù e vizj di donne; e un’opera sui monti, le selve, i fonti, i laghi e i fiumi, che, qual essa sia, fu il primo dizionario geografico. In queste, come nelle sedici egloghe, sta ben di sotto al Petrarca in latina eleganza. Le molte liriche in vulgare composte da giovane, bruciò come vide le stupende di questo. Maturo, condusse la Teseide, epopea in dodici cantari e in ottave sugli amori d’Arcita e di Palemone per l’amazzone Emilia ai tempi di Teseo; il Filostrato su quelli di Troilo con Briseide alla guerra di Troja, con istile stentato, rotto e non di vena. Nell’Amorosa visione finge che nel tempio della felicità gli appaja il trionfo della Sapienza, della Gloria, della Ricchezza, dell’Amore e della Fortuna; cinquanta canti, cadauno di ventinove terzine, le iniziali di ciascuna delle quali vengono a formare un sonetto e una canzone. Il Ninfale fiesolano versa sui lacrimevoli amori d’Africo e Mensola; ma neppur le lascivie seducono a rileggerlo.

La gloria al Boccaccio dovea venire dalla prosa; e come Petrarca volle nel verso introdurre l’armonia di Virgilio, così egli nella prosa il periodo di Marco Tullio; e le descrizioni, che prima di lui non si conosceano. Nel Filocopo narrò le avventure di Fiorio e Biancafiore, invenzione cavalleresca, sorretta da macchina mitologica, prolisso senza ingenuità, tutto enfasi ed assurda mescolanza di antico e moderno, o di cose moderne dette all’antica: eppure ebbe prestamente sedici edizioni, e fu tradotto in ispagnuolo e in francese; grande avviso a non giudicare i romanzi dalla subitanea divulgazione. Meno ampolle gittò nell’Amorosa Fiammetta, sotto il qual nome designava Maria figlia naturale di re Roberto, colla quale egli intendevasi d’amore. Burlato da una vedova, si svelenì contro le donne nel Corbaccio o Labirinto d’Amore. Pretta retorica è la consolatoria a Pino de’ Rossi, dalle miserie dell’esiglio confortandolo coll’esempio d’altre miserie. Nell’Ameto, sette ninfe dell’antica Etruria narrano i proprj amori, finendo con un’egloga ciascuna, mescolanza di prosa e versi, che poi in altri idillj fu adottata dal Bembo, dal Sannazaro, dal Menzini: come agli epici egli avea dato il primo esempio dell’ottava; come della prosa didattica fece la più antica prova nel commento a Dante. La vita che scrisse di questo, fra declamazioni e digressioni serbò preziosi aneddoti sul gran poeta. Nei commenti, che accompagnano solo i primi diciassette canti della Divina Commedia, spiega passo a passo il sentimento letterale, poi l’allegorico; e sebbene alcune chiose siano trivialissime, fino a indicare chi fossero i primi parenti, e chi Abele e Caino, palesa però buon intendimento della grammatica, della storia e delle dottrine. Ma se a Parigi Dante avea studiato i teologi e gli scolastici, Boccaccio vi cercava i fabliaux, udiva Rutebeuf, Gianni de Boves, Gaurin; leggeva i Dolopathos, romanzo indiano, di fresco tradotto da un monaco d’Altacomba in latino, e in francese dal trovero Herbers[358]; e da queste letture e dall’umor suo dedusse un’arte affatto pagana, volta ai gaudj della vita presente, non ai presentimenti della avvenire.

Comincia la Teseide dall’invocare le sorelle Castalie che nel monte Elicona contente dimorano; nella caccia di Diana, sotto questo nome divinizza Giovanna regina di Napoli, e sotto quel delle seguaci di lei la Cecca Bazzuta, la Marietta Melia ed altre di quella corte; fa che Pamfilo, vedendo a messa la Fiammetta, sia spinto da Giunone ad amarla; nel Filocopo, chiama il papa gran sacerdote di Giunone, e parla dell’incarnazione del figliuolo di Giove e dei pellegrinaggi in Galizia a visitare il Dio che vi si adora.

Ad eguali sentimenti s’ispira il Decamerone, suo capolavoro, di cui abbiamo già fatto cenno. Le novelle che vi fa raccontare, sono le più d’invenzione altrui, lascive e inumane, talchè i contemporanei lo intitolarono il principe Galeotto. La donna, da Dante era stata scelta ispiratrice e guida nella selva selvaggia della vita e nel viaggio alla verità; Petrarca l’avea velata di pudore e di melanconia, e posta esempio di pacata resistenza, che pur sentendo la passione non la lascia prevalere alla ragione, e provvede soavemente a salvar la vita dell’amante e il proprio onore; la sua Laura «inclina e adora come cosa santa», e trova che «non vi sente basso desire, ma d’onore e di virtù», e attesta che «ogni basso pensier dal cor gli avulse»[359]. Ed ecco il Boccaccio converte la donna in sollazzevole cortigiana, ebbra ne’ piaceri sensuali, insiememente credula e superstiziosa, che va a messa ma per far all’amore[360]; che quando si muor d’ogni parte, non conosce migliore spediente che novellare e godere. La fedeltà maritale e la castimonia monastica bersaglia esso continuamente: irreligioso nel ser Ciappelletto e nel frà Cipolla, deista nel Melchisedec giudeo, sempre lusinga l’egoismo: fa i personaggi cedere alla passione senza quel contrasto da cui viene nell’arte il drammatico, nella vita il sagrifizio, che è fonte dell’ordine.

Chi lo scusa col supporre che il novellar di que’ tempi si nutrisse di lubricità, ha dimenticato il Novellino, che sono cento novelle antiche, di cui alcuna scritta poco dopo la morte d’Ezelino, dove in semplice dettatura è ritratta la vita d’allora, facendo «memoria d’alquanti fiori di parlare, di belle cortesie, e di belli risponsi, e di belle valentìe, di belli donari e di belli amori, secondo che per lo tempo passato hanno fatto già molti». Neppure si può scagionarlo per giovane, trovandosi egli nella maturità dei quarant’anni, e forbì quel libro colla diligenza che ognun vi sente, tal fatica sostenendo per ordine d’una principessa. Alcuno volle purgare il Decamerone per uso dei giovani[361]: ma si prese, come spesso, immoralità per lascivia; e tolte frasi e racconti sconci, se ne lasciarono altri non meno pericolosi. S’è detto non bisognerebbe darlo a leggere se non a chi avesse fatto qualche bell’azione per la patria; vuol dire non sarebbe più letto. Vedemmo come se ne rimordesse; e fatto prete, visse esemplarissimo, e in testamento lasciava i suoi libri a un frate eremitano «sì veramente che sia tenuto e debba pregare Iddio per l’anima mia»; molte reliquie ai frati di Santa Maria di San Sepolcro fuor di Firenze «acciocchè quante volte reverentemente le vedranno, preghino Iddio per me»; un’immaginetta di Nostra Donna d’alabastro e molti arredi da chiesa a San Jacopo di Certaldo, coll’obbligo «di far pregar Iddio per me»; a madonna Sandra «una tavoletta, nella quale è dall’una parte dipinta Nostra Donna col Figliuolo in braccio, e dall’altra un teschio di un morto».

Fu dunque egli il primo, non che scrivesse bene in prosa, ma che scrivesse bene di proposito, sapendo quel che faceva e conservando l’arte dal principio al fine, senza quelle mescolanze di rusticità che offendono in tutti gli altri. Nè verun prosatore fin allora avea posto industria allo stile, bastando esprimere i proprj sentimenti, non ornati che della loro semplicità, a guisa d’amici schiettamente parlanti; forma tanto più conveniente, in quanto i libri allora erano men cosa pel pubblico, che confidenze domestiche e cittadine. Il Boccaccio volle attribuire allo stile la magnificenza che prima non conosceva, configurarlo ai diversi soggetti, e spurgatolo di quanto tenea di vieto e sgraziato, maestare il periodo e darvi numero e movenza variata, e pastosità e contorno e leggiadria al possibile. Lodevole divisamento: se non che mal distinse la natura degli idiomi, e appigliatosi al latino, tondeggiò la frase con arte troppo apparente ed ambiziosa. Ricchezza, abbondanza gioconda, variata armonia, chi n’ebbe altrettanta? ma la nuova prosa, logica e perspicua, quale innamora nel Compagni, nel Villani, nel Passavanti, intralciò cogli incisi, con raggirate trasposizioni, coll’anelante periodare, repugnanti alle moderne favelle, che, sprovviste di desinenze, amano la sintassi diretta; e fece parer vile la sapiente parsimonia, la famigliarità franca e dignitosa, la nobile sprezzatura. Stile ricercato è sempre cattivo; e quel fare pompeggiante s’accomoda ancor meno alla leggerezza delle materie assunte dal Boccaccio, onde ti par dall’acconcia toga romana vedere sporgere il tôcco del trovadore o il battocchio del giullare. Ed anche quel suo intarsiare frasi e sin versi interi di Dante e d’altri, introdusse o scusò un vezzo malaugurato nella prosa nostra sia di mescolarvi locuzioni poetiche, sia di vestire i proprj pensieri colle forme altrui.

Ammirano la varietà di caratteri; direi piuttosto di condizioni: ma fra tante frondi invano cercheremmo il ritratto della vita e dell’indole italiana, nè la curiosità v’è sostenuta. Ha stupenda novità di prologhi, canzoni, descrizioni del mattino, divertimenti varj ad ogni giornata; ha inesauribile dovizia di modi: ma gli manca fantasia pittrice, comunque nettissima sia la sua tavolozza, ed eccellenti i dettagli[362]; colla perifrasi nuoce all’evidenza che otterrebbe colla voce propria; quello scialacquo di parole, elettissime ma non necessarie, quell’inzeppamento di eleganze, quella sinonimia viziosa, impastoiano il racconto; quell’incessante splendore abbaglia più che non riscaldi, colorisce più che non delinei, titilla più che non iscuota. Chi mai versò una lacrima a que’ racconti, che pur sono talvolta mestissimi? Quando gli domandi l’affetto, t’avvedi ch’egli studia solo la parola, il periodo, la cadenza; vero caposcuola di coloro che s’ascoltano da sè.

E perchè questi furono molti, massime nel Cinquecento, non v’ha encomio iperbolico che non siasegli profuso. I suoi imitatori rifuggirono dalla naturalezza de’ pensieri o dell’espressione; una delle cause per cui ci mancarono la commedia ed il romanzo, e per cui tanta fatica occorre ai moderni onde richiamare sul semplice. E fosse solo grammaticale il guasto!

Eppure il Boccaccio sapeva gustare le dolcezze campestri, e a Pino de’ Rossi descrive come tornò a Certaldo, e «qui ho cominciato con troppo men difficoltà che non mi pensava a confortar la mia vita, e già principianmi li grossi panni a piacere e le contadine vivande; e il non veder le spiacevolezze, le finzioni, li fastidj de’ nostri cittadini mi è di tanta consolazione nell’animo, che se io potessi far senza udirne alcuna cosa, credo che il mio riposo crescerebbe d’assai. In iscambio de’ solleciti continui avvolgimenti de’ cittadini, veggio campi, colli, arbori di verdi fronde e di fiori varj vestiti, cose semplicemente da natura prodotte; dove ne’ cittadini son tutti atti fittizj: odo cantar usignuoli ed altri uccelli con non minor diletto, che fosse più la noja di udire gl’inganni e le difficultà de’ cittadini nostri. Co’ miei libricciuoli, quante volte mi piace, senza alcun impaccio posso liberamente ragionare: e in poche parole vi dico che mi crederei qui, mortale come sono, gustare e sentire della eterna felicità se Dio mi avesse dato un fratello».