Usciti ambidue di gente guelfa, sparlarono della corte pontifizia; ma Dante pei mali che credea venirne all’Italia e alla Chiesa, Petrarca per le dissolutezze di quella: e sebbene per classiche reminiscenze lo vedremo applaudire a Cola Rienzi che rinnovava il tribunato, ed esortare Carlo di Boemia a fiaccar le corna della Babilonia, pure continuò a viver caro ai prelati, e morì in odore di santità; mentre l’Alighieri errò sospettato di empio, e poco fallì si turbassero le stanche sue ossa.

Secondo quest’indole, Dante, malgrado la disapprovazione e la novità, osò in lingua italiana descriver fondo a tutto l’universo; Petrarca, benchè venuto dopo un tanto esempio, non la credette acconcia che alle inezie vulgari, cui bramava dimenticate dagli altri e da se stesso[342]. Questi con dolcissima armonia cantò la più tenera delle passioni; Dante le robuste, «gittando a tergo eleganza e dignità», come il Tasso gli appone; e rime aspre e chioccie trovò opportune a servir di velame alla dottrina che ascondeva sotto versi strani: se anche tratta d’amore, sì il fa per imparadisare la donna sua. Petrarca verseggia lindo e forbito come parlava e con gioconda abbondanza, sicchè la forma poetica v’è tanto superiore al pensiero; a differenza dell’Alighieri, che ruvido e sprezzante, non lasciasi inceppar dalla rima, per comodo di questa e del ritmo mutando senso alle parole e traendole d’altra favella e dai dialetti.

Quello soffoga talvolta il sentimento sotto un lusso d’ornati e di circostanze minute; questo unifica gli elementi che l’altro decompone, coglie le bellezze segregate, traendole meno dai sensi che dal sentimento, nè mai indugiandosi intorno a particolarità[343]. La costui lingua tiene della rozza e libera risolutezza repubblicana: quella del Petrarca riflette l’affabilità lusinghiera e l’ingegnosa urbanità delle corti. Nel primo prevale la dottrina, nell’altro la leggiadria; nell’uno maggiore profondità di pensieri e potenza creatrice, nell’altro maggior lindura ed artifizio; quello genio, questo artista; uno finisce come l’Albano, l’altro tocca come Salvator Rosa; uno inonda di melanconia pacata[344] come le cavate di notturno liuto, l’altro colpisce come lo schianto della saetta.

L’un e l’altro seppero quanto al loro secolo si poteva, anzi si volle trovarvi divinazioni o presentimenti di scoperte posteriori[345], e Dante in astronomia fece uno sfoggio che, quand’anche non erra, costringe a lunghissimo ragionamento per raggiungere il senso delle frasi con cui designa le ore e i giorni delle sue avventure. Ma egli conoscea appena di nome i classici greci, e poco meglio i latini[346]; l’altro era il maggior erudito de’ tempi suoi, e sceglieva pensieri e frasi da’ forestieri e da’ nostri[347], e massime da Dante, di cui pure affettò disprezzo; sicchè dove credi il linguaggio mover da passione, riconosci la traduzione forbita: benchè coll’arte raffinasse le gemme che scabre traeva dal terreno altrui; laonde que’ Provenzali e Spagnuoli perirono, egli vivrà quanto il nostro idioma. E fu veramente il primo letterato moderno che togliesse a considerare la vita non coll’austerità del medioevo, ma in modo largo e lieto, come i classici antichi.

È naturale che le poesie del Petrarca fossero divulgatissime, per la limpida facilità[348] e perchè esprimenti il sentimento più universale: il poema dell’Alighieri non era cosa del popolo[349], ma appena morto si posero cattedre per ispiegarlo, spiegarlo in chiesa, come voce che predica la dottrina, scuote gl’intelletti, eccita i buoni coll’emulazione, i rei svergogna, ed insinua le idee d’ordine, tanto allora necessarie. Petrarca sapeva che il Po, il Tevere, l’Arno bramavano da lui sospiri generosi, ma continuava ad esalarne di gracili; e poichè il fondo della vera bellezza, come della virtù vera e del genio è la forza, e senza di questa la grazia presto avvizzisce, e l’andar sentimentale inciampa facilmente in difetti di gusto, potè, perfino nella sua castigatezza, dare occasione ai traviamenti de’ Secentisti[350]. Egli ebbe a torme imitatori che palliarono l’imbecillità delle idee e il gelo del sentimento sotto la compassata forma del sonetto, e che, mentre la patria cercava conforti o almeno compianti, empirono gli orecchi con isdulcinate querele in vita e in morte[351]. Lo studiar Dante richiese gravi studj, di filologia per paragonare e ponderare frasi e parole; di storia per trovare le precedenze de’ fatti, di cui egli non porge che le catastrofi; di teologia per conoscere il suo sistema e raffrontarlo co’ santi padri, co’ mistici, cogli scolastici; di filosofia per librarne le argomentazioni, la precisione del concetto, gli elementi della scienza: onde aprì una palestra di critica elevata e educatrice; e Benvenuto da Imola e il Boccaccio allargano le ale quando hanno a viaggiare con esso.

Primo genio delle età moderne, egli scoperse quanti pensieri profondi e quanta elevata poesia stessero latenti sotto la scabra scorza del medioevo, rivelò ai concetti popolari la loro grandezza, e costringe a continuamente pensare, persuadendo che la poesia è qualcosa meglio che forme vuote e combinazioni sonore[352]. Di qui la grande efficacia sull’arti belle, giacchè, pur ammirando l’antichità, credea fermamente ai dogmi cattolici, e tra quella e questi forma una mitologia in parte originale, che poetizzò le tradizioni fin allora conservate fra gli artisti; e il modo ond’egli aveva coordinato i regni invisibili, offrì oggetti nuovi ai pittori, che i santi medesimi improntarono di passioni più profonde, invece di quell’aria di beatitudine soddisfatta o di ascetica compostezza, da cui sin allora non sapeano spogliarsi.

Dante è interprete del dogma e della legge morale, come Orfeo e Museo; Petrarca interprete dell’uomo e dell’intima sua natura, come Alceo, Simonide, Anacreonte: quello, come ogni vero epico, rappresenta una razza e un’epoca intera, e il complesso delle cose di cui consta la vita; l’altro dipinge il sentimento individuale. Perciò questo è inteso in ogni tempo; l’ammirazione dell’altro soffre intermittenze e crisi[353]; ma vi si torna ogniqualvolta si aspira a quella bellezza vera, che sulla forza diffonde l’eleganza e la delicatezza.

La prosa italiana vedemmo come a Dante dovesse esempj e precetti; ma se molti la adoperarono, pochi la coltivarono. I vulgarizzamenti hanno sempre un’azione importantissima ne’ primordj delle lingue scritte; e l’abbondanza loro in Italia, ed anche di opere moderne, attesta come fosse secolarizzato il sapere, e come sentisse bisogno di rendersi popolare. Fra i molti che ce ne restano di quel tempo, citiamo a caso il primo dell’Oratore di Cicerone per Brunetto Latini, le carissime Vite dei santi Padri del deserto, il Sallustio male attribuito a frà Bartolomeo da San Concordio, le Pistole di Seneca, le Avversità della fortuna di Arrigo da Settimello, il Guerino detto Meschino, la vita di Barlaam, la leggenda di Tobiolo, i Fatti d’Enea per frà Guido da Pisa, tutti d’incomparabile ingenuità toscana. Albertano, giudice di Brescia, stando prigione di Federico II, dettò tre trattati morali in latino, la cui versione per Soffredi del Grazia notaro, anteriore al 1278, è vetustissimo monumento di nostra favella[354]. Negli Ammaestramenti degli antichi, raccolti e vulgarizzati da frà Bartolomeo da San Concordio, rimbalza continuo il toscano, benchè qua e là avviluppati in frasi latine.

Pier Crescenzi, «uscito di Bologna per le discordie civili, si aggirò per lo spazio di trent’anni per diverse provincie, donando fedele e leal consiglio ai rettori, e le cittadi in loro quieto e pacifico stato a suo poter conservando; e molti libri d’antichi e dei novelli studiò, e diverse e varie operazioni de’ coltivatori delle terre vide e conobbe»; indi rimesso in patria, settagenario scrisse dell’Utilità della villa, dedicandolo a Carlo II di Napoli. Delira cogli aristotelici nel proporre teorie; ma buone pratiche suggerisce, come uomo sperimentato. Pare dettasse in latino, ma di corto fu tradotto da un Fiorentino, fortuna che lo fece vivere e studiare; e Linneo ad onoranza denominò dal Crescenzi una pianta americana.

Jacopo Passavanti domenicano tradusse egli stesso il suo Specchio della penitenza, dove, insieme con ubbie vulgari, mostra intendere il cuore umano; i racconti sono d’altrui, e massime di Elinando e di Beda, onde hanno per teatro le Fiandre, Parigi, il deserto; ma non turba mai per affettazioni la cara limpidezza, che era consueta prima del Boccaccio. Frà Cavalca si ricorda sempre che predica al popolo; molti de’ suoi racconti non la cedono al Villani nè al Boccaccio; e i suoi Atti apostolici son tale tesoro di schiettissime eleganze, ch’io vorrei dirlo il perfezionatore della prosa italiana[355]. Le prediche di frà Giordano da Rivalta bollono di zelo contro il pubblico disordine. Di santa Caterina da Siena abbiamo versi infelici e lettere care alle anime pie, non meno che profittevoli agli studiosi del bello e ricco scrivere[356]. Qual natìo candore di lingua e «semplicità colombina» nei Fioretti di san Francesco! Che se noi siam costretti a cercare la miglior lingua in autori di cui smettemmo le idee, questa non è la più piccola delle sciagure d’Italia.