Roberto, re pedante lodato dai dotti, avendo scritto l’epitafio di Clemenza regina di Francia, lo mandò per giudizio al Petrarca, il quale in una lunghissima epistola lo incensò smaccatamente, e — Non avrei mai creduto potessero dirsi cose tanto sublimi con tanta concisione, gravità, eleganza. Beata quella morte che ottiene un tal lodatore, e conseguisce due eternità, l’una dal celeste monarca, l’altra dal terrestre». Applausi non disinteressati, giacchè miravano a indurre Roberto a coronarlo poeta; di che non s’asconde in altra lettera a Dionigi da Sansepolcro, dove nuovi encomj prodiga a Roberto, dicendo che alla lettera di lui, scritta con regio stile, avea risposto in tono plebeo, sentendosi tanto inferiore di forza e di cetra.

Quel desiderio, eccitatogli da ricordanze classiche, fu adempito allorchè a lui, che a trentasei anni era venerato dagli eruditi e dal vulgo, in Avignone giunsero contemporanee lettere di Roberto de’ Bardi fiorentino, cancelliere dell’Università di Parigi, e del senato di Roma che l’invitavano a ricevere la corona di poeta. Al Petrarca viepiù lusingava quest’onore perchè il serto di lauro tenea somiglianza di nome colla donna sua ancor viva; e alla città del fango, dov’egli avrebbe pel primo avuto tale onoranza, preferì quella dove aveano trionfato Pompeo e il suo Scipione. Volle crescervi fasto e solennità col chiedere esaminatore e giudice del suo merito re Roberto. Venne dunque a lui, che in presenza de’ principi e cortigiani l’interrogò; e la prima quistione fu sull’utile della poesia, al quale poco credeva, neppure gran fatto stimando Virgilio. Il Petrarca dimostrò ne’ poeti stare depositato il senno dei tempi, e d’immagini sensibili vestir essi le filosofiche contemplazioni. Chi avrebbe osato non dirsene convinto? Il domani l’esame versò su tutto lo scibile, sui libri metafisici e naturali d’Aristotele, sui pregi de’ varj storici latini e greci, dove il Petrarca mostrò entusiasmo per Tito Livio, ed esortò Roberto a rintracciarne le deche perdute. E Roberto l’assicurò, ben più del regno essergli care le lettere, e quello torrebbe di perdere piuttosto che queste. Al terzo e più solenne e affollato convegno il Petrarca lasciossi pregare a leggere alcuni passi della sua Africa, e quantunque non ancora limati, tanto piacquero, che Roberto il chiese di dedicarla a lui. Così, al modo solito degli onori accademici, gli si facea merito d’un componimento di cui l’autore stesso arrossì più tardi, invece delle rime italiane per cui la sua fama non vedrà mai sera.

La Pasqua del 1341, il Petrarca, in veste di porpora donatagli da esso re, corteggiato da paggi delle primarie famiglie romane[338], a suon di trombe e fra solenni acclamazioni salì al Campidoglio, che da dieci secoli più non vedea trionfi, e ginocchione dal senatore ricevette la laurea, mentre popolo infinito gridava: — Viva il poeta e il Campidoglio». Il serto gli fu accompagnato con questa patente: — Noi senatore conte di Anguillara, a nome nostro e del nostro collegio, dichiariamo grande poeta e storico Francesco Petrarca: e per ispeciale indizio della sua qualità, colle nostre mani poniam sulla sua fronte una corona d’alloro, concedendogli, col tenore delle presenti, e per autorità del re Roberto, del senato e del popolo di Roma, nell’arte della poesia e dell’istoria e in tutto ciò che a queste arti si appartiene, tanto nella santa città, quanto altrove, libera e intera permissione di leggere, analizzare, interpretare tutti i libri antichi, farne di nuovi, e comporre poemi, che, a Dio piacendo, vivranno pe’ secoli de’ secoli». Il Petrarca, andato nel maggior tempio, depose l’alloro sull’altare.

[Sidenote: 1374]

Così visse lungamente onorato e benvoluto, finchè ad Arquà, dov’egli erasi procacciata una villa per essere vicino al suo canonicato di Padova, fu trovato morto sopra un Virgilio. Avea per testamento chiamato erede Francesco da Brossano, marito d’una sua figlia naturale; legò cinquanta fiorini d’oro al Boccaccio onde si facesse un vestone da camera per le invernali sue veglie; al principe Carrarese una madonna di Giotto, «la cui bellezza non si comprende dagli ignoranti, ma empie di meraviglia i maestri dell’arte».

Noi dovevamo fermarci a lungo su questo insigne, del cui nome è piena l’età che descriviamo. E già di qui ci trapela l’importanza che acquistavano le lettere; le quali, mentre tutt’altrove balbettavano appena, in Italia già erano state portate a tanta altezza da Dante, Petrarca, Boccaccio, insigne triumvirato, che alla nazionale letteratura impresse il carattere che tuttora conserva. Non è dunque soltanto un còmpito letterario, ma civil dovere dello storico il badarsi su loro, come chi alle fonti studii il fiume che irriga, impingua o devasta un paese.

La poesia di Dante e del Petrarca fu modificata dall’indole dei tempi e dalla lor propria. Visse l’Alighieri cogli ultimi eroi del medio evo, robusti petti, tutti patria, tutti gelosia del franco stato, cresciuti fra puntaglie di parte, esigli, fughe, uccisioni; in repubbliche, dove le passioni personali non conosceano freno di legge o d’opinione, onde ciascuno sentiva la potenza propria, concitata alle grandi cose. Bastava dunque guardarsi attorno per trovare tipi poetici da atteggiare nel gran dramma di cui sono scena i tre mondi, i quali allora teneano da vicinissimo alla vita, ogni opera facendosi in vista di quelli. L’età del Petrarca erasi implicata ne’ viluppi della politica; non più a punta di spade, ma per lungagne d’ambascierie e per insidie e veleni si consumavano le vendette; a Federico II, a san Luigi, a Sordello, a Giotto, a Farinata, a Bonifazio VIII erano succeduti re Roberto, Stefano Colonna, Cola Rienzi, Clemente VI, Simon Memmi; alla imperturbata unità cattolica il miserabile esiglio avignonese; e preparavasi l’età della colta inerzia, dei fiacchi delitti, delle fiacche virtù, delle sciagure senza gloria nè compassione.

Nelle traversie Dante s’indispettì, e sprezzando la fama e ciò che quivi si pispiglia, professava che bell’onore s’acquista a far vendetta (Convivio); agli stessi amici ispirò piuttosto riverenza che amore, lo che è la gloria e la punizione de’ caratteri ferrei e degl’ingegni singolari. Il Petrarca benevolo, dava e ambiva lodi, avea supremo bisogno dell’opinione; e se nel generale mostra scontento degli uomini o di qualche classe, individualmente godeva di tutti e tutti lodava, appassionavasi per un mecenate, per un autore, per la famiglia rustica che lo serviva in Valchiusa. Non vede che armonie, getta l’iride poetico sulle tempeste di tutti i partiti, e sempre conciliatore, nasce in repubblica e canta gli uccisori delle repubbliche, esalta Cola Rienzi e i Colonna da lui fatti trucidare; i Visconti e frà Bussolari ch’essi mandano a morte, i Carrara e i Veneziani, re Roberto e Carlo IV; anzi trasforma in eroi sino i dappoco. Piegando all’aura che spirava, anche quando rimprovera egli s’affretta a dichiarare che il fa per amore della verità, non per odio d’altrui nè per disprezzo: Dante teme di perdere fama presso i tardi nepoti se sia timido amico del vero; che se il suo dire avesse da principio savor di forte agrume, poco gliene caleva, purchè da poi ne venisse vital nutrimento. Petrarca mille volte prometteasi fuggire i luoghi funesti alla sua pace, e sempre vi tornava: mentre Dante, mal accordandosi colla moglie Gemma, «partitosi da lei una volta, nè volle mai ov’ella fosse tornare, nè ch’ella andasse là dov’ei fosse» (Boccaccio), e di lei nè de’ suoi figli mai lasciò cadersi menzione.

Il primo, se fastidisse l’età sua, raccoglievasi nella solitudine o nello studio degli antichi, ch’egli preferiva alle attualità, dalle quali affettavasi alieno[339]: l’altro spingeva lo sguardo su tutto il mondo per cogliere dappertutto quel che al suo proposito tornasse[340], nè notte nè sonno gli furava passo che il secolo facesse in sua via. Entrambi (elezione, o forza, o moda) trovaronsi avvicinati ai signorotti d’Italia: ma Petrarca si abbiosciò a chi il carezzava, e i suoi encomj direbbe vili chi non li perdonasse all’indole di lui e all’andazzo retorico; Dante conservò la sua alterezza anche a fronte de’ benefattori[341]: quel che più loda, è nella speranza che ricacci in inferno la lupa per cui Italia si duole.

Ambidue rinfacciano agl’Italiani le ire fraterne: ma Dante sembra attizzarle, cerca togliere alla sua Firenze fin la gloria della lingua, e par si vergogni essere fiorentino d’altro che di nascita; nel Petrarca, Laura ha un solo rincrescimento, quello d’esser nata in troppo umil terreno, e non vicino al fiorito nido di lui. Dante incitava Enrico VII a recidere Firenze, testa dell’idra; Petrarca chetava le liberali declamazioni di frà Bussolari, appoggiò gli Scaligeri quando spedirono in Avignone a chiedere la signoria di Parma, e andava gridando pace, pace, pace, senza ricordare che questa ben si muta anche coll’armi quando non sia dignitosa, e quando al decoro nazionale importi respingere il «bavarico inganno» e il «diluvio raccolto di deserti strani per inondare i nostri dolci campi».