Coll’amore e colla filosofia, terza sua ispiratrice fu la devozione. Anche nei tempi del suo primo giovanile errore pregava Dio a ridurre a miglior vita i pensier vaghi; delle bellezze di Laura si fa scala al suo Fattore; e dopo morte spera vedere il Signor suo e la sua donna, per la quale, dice un contemporaneo, «ha facto tante limosine et facto dir tante messe et orationi con tanta devotione, che s’ella fosse stata la più cattiva femina del mondo, l’avrebbe tratta dalle mani del diavolo; benchè se rexona che morì pura et santa». Questo sentimento gli dettò il Disprezzo del mondo, specie di confessione, scevra dalla sguajataggine ostentata da certuni, e dove, a imitazione della Vita nuova di Dante, commenta i proprj carmi, ed analizza i sentimenti profondi e i dilicati.

Di maggior conto è la raccolta di sue epistole famigliari, senili, varie, e senza titolo, carteggio coi migliori dell’età sua. Prolisso sempre e ammanierato, perchè sapeva che quelle circolavano, e spesso erano state lette da cento prima che giungessero al loro indirizzo; tocca però gli avvenimenti, i costumi, le missioni sue, massime i disordini della Corte avignonese, e certi difetti del suo tempo che sono pure del nostro. Or riprova i moderni filosofi, cui non pare essere a nulla approdati se non abbajano contro Cristo e sua dottrina: «soltanto da timore di temporali castighi rattenuti dall’impugnare la fede, in disparte se ne ridono, adorano Aristotele senza intenderlo, e disputando professano di prescindere dalla fede»; or move querela di coloro «che s’appellano dotti delle scienze, nei qual degno di riso è tutto, e soprattutto quel primo ed eterno patrimonio degl’ignoranti, la boria sfolgorata»; or quelli rimorde che «mentre si dicono italiani e sono in Italia nati, fanno ogni opera per sembrar barbari: e se non basta a questi sciagurati l’aver perduto per ignavia propria la virtù, la gloria, le arti della pace e della guerra che fecero divini i padri nostri, disonestano ancora la nostra favella e fino le vestimenta»[332].

Con quelle lettere è curioso seguirlo ne’ viaggi che fece alle città de’ Barbari, le cui costumanze delineò pelle pelle. Parigi trovò veramente gran cosa, ma inferiore all’aspettazione, più sucida e puzzolenta di qual altra città sia, eccetto Avignone, e che tutto deve alle ciancie de’ suoi[333]. Passò buon tempo a discernere il vero dal falso su quell’Università, «simigliante a paniere, ove si raccolgono le più rare frutte d’ogni paese..... Oserà comparar la Francia all’Italia chi abbia la minima nozione di storia? Discuter sulle doti intellettuali de’ due paesi sarebbe ridicolo, quando s’ha il testimonio de’ libri. Se qualche straniero produsse alcuna cosa sopra l’arti liberali, la morale, la filosofia, l’ha scritta o studiata in Italia; ambo i diritti furono stabiliti e spiegati da Italiani; fuor di qui non si cerchino oratori, non poeti; qua nacquero, qua si formarono letteratura, politica, tutto insomma qui si perfezionò. A tanti lavori, a studj così serj e variati cosa possono opporre i Francesi? Le scuole nella via degli strami (rue du Fouarre, dov’era l’Università). Son gente lepida, sempre soddisfatti di se stessi, bravi sonatori, allegri cantanti, intrepidi bevitori, buoni convitati, lo concedo. Beata nazione, che pensa sempre male degli altri e bene di sè: chi non le invidierebbe coteste illusioni?»[334]

Vaglia a mostrare in che i tempi sono cangiati, e come allora non men che adesso rendesse ingiusti il patriotismo. Eppure in quella Francia che gli pare così barbara, il Delfino, di precoce maturità, amava metterlo a disputa coi dotti e cogl’ingegnosi del suo paese, accettò l’omaggio dei Rimedj d’ambo le fortune, e li fece tradurre dal suo precettore. Chiestogli da Guido Gonzaga qualche libro francese, Petrarca gli mandò il Romanzo della rosa di Giovanni de Meun, della natura della Divina Commedia, cioè che abbraccia tutto lo scibile, con sottigliezze scolastiche, misticismo, personificazioni, allegorie abusate, digressioni scientifiche, e che era commentato, lodato, biasimato in Francia, quanto Dante da noi. — La superiorità della letteratura nostra (gli scrisse) è provata da questo libro, che la Francia leva a cielo, e pretende comparare ai capolavori. L’autore vi racconta i suoi sogni, la possa dell’amore, le fiamme giovanili, le senili astuzie, le pene di chi serve a Venere, le frequenti lacrime sopra gioje passeggere. Qual vasto e fecondo campo al talento del poeta! eppure narrando i suoi sogni e’ sonnecchia. Quanto meglio non espressero la passione que’ divini cantori dell’amore, Virgilio, Catullo, Properzio, Ovidio e tant’altri, che l’antico o il moderno tempo vide sulle nostre rive italiane? Tu però riceverai con giubilo questo libro; poichè, se ne desideravi uno straniero e in lingua vulgare, non potevo offrirtene un migliore, se pur Francia tutta non s’inganna sul merito di esso»[335].

Nelle Fiandre e nel Brabante, Petrarca vide il popolo occupato dietro a tappezzerie e lavori di lana: a Liegi penò ad avere inchiostro onde trascrivere due orazioni di Cicerone: a Colonia stupì di scorgere urbanità tanta in città barbara, e onesto contegno negli uomini, studiata lindura nelle donne; e non di Virgilio, ma vi trovò copie d’Ovidio. Gli amici il trassero ad ammirare il tramonto del sole in riva al Reno, ed essendo la vigilia di san Giovanni, un’infinità di donne ne empivano la spiaggia, senza tumulto, coronate di fiori, colle maniche rimboccate fin al gomito, per lavare le mani e le braccia nella corrente, recitando versi in loro favella, e dandosi a credere che quella lustrazione le assicurasse da calamità nel corso dell’anno. Traversare la fámosa Ardenna non si ardiva allora senza buona scorta, tra pei ladroni, tra per le nimicizie del conte di Fiandra col duca di Barbante. Lieto fu dunque allorchè, uscendo da que’ monti, rivide il bel paese e ’l dilettoso fiume del Rodano ed Avignone. Quivi fremeva nell’udire alcuni cardinali aborrire dal tornare in Italia, perchè non vi gusterebbero il vin di Francia[336].

Nulla però incontrava che lo facesse scontento d’essere nato italiano. La Francia ottenne da Roma i doni di Bacco e di Minerva, ma non vi si coltivano che pochi ulivi e nessun arancio; i montoni non danno buona lana; non miniere od acque termali la terra. In Fiandra non bevesi che idromele, in Inghilterra birra e sidro. Che dire dei climi gelati cui bagnano il Danubio, il Bog, il Tanai? ebbero matrigna la natura; quali senza legna, sicchè vi si riscaldano solo con torba; quali tristi da fetide esalazioni de’ paduli, senz’acqua a bere; quali di erica e sterile sabbione; quali di serpi e tigri e lioni e leopardi (?). Italia sola fu prediletta dal cielo, che le largheggiò il supremo impero, gl’ingegni, le arti, e principalmente la cetra, per cui i Latini sorpassarono i Greci; nè cosa le mancherebbe se Marte non nocesse.

A Roma trova che a dritto quelle donne si preferiscono a tutt’altre per pudore, modestia femminile e virile costanza; gli uomini son buona pasta, affabili a chi li tratta con dolcezza; ma v’è un punto sopra cui non intendono celia, la virtù delle mogli; e non che in ciò sieno conniventi come gli Avignonesi, han sempre in bocca il motto d’un loro antico: — Batteteci, ma la pudicizia sia salva». Stupì di trovarvi sì pochi mercanti ed usurieri, forse perchè il commercio n’era sviato coll’andarsene della Corte.

Firenze mandò Giovan Boccaccio ad annunziargli come avesse determinato di elevare la propria repubblica, secondo avea fatto Roma antica, di sopra delle altre città d’Italia anche mediante l’istruzione. E «per tuo mezzo soltanto può essa raggiungere il suo desiderio, e perciò ti prega a scegliere qualunque libro ti piaccia interpretare, qualunque scienza tu trovi confacente alla tua fama e alla tua quiete. Altri senni elevati forse dal tuo esempio prenderan coraggio a pubblicarvi i loro versi. Intanto lascia che ti confortiamo a terminare l’immortale tuo poema dell’Africa, sicchè le Muse, da secoli neglette, ripiglino stanza fra noi. Abbastanza viaggiasti, hai veduto abbastanza costumi e caratteri di nazioni; or ascolta a’ tuoi magistrati, a’ concittadini tuoi nobili e popolo, e torna all’antica casa, al patrimonio avito che ti restituiranno».

Anche oggi è impossibile leggere il Petrarca e non amarlo: quanto più allora! e massimamente che egli non s’abbandonava a quella superbia, che spesso è dignità necessaria, ma che aliena le simpatie, e stuzzica le invidie. Dappertutto era una gara a chi meglio l’onorasse, «e principi d’Italia (dic’egli) con forza e con preghiere cercarono ritenermi, si dolsero della mia partita, e impazienti attendono il mio ritorno». Francesco Carrara il vecchio lo volle amico, mosse ad incontrarlo fin alle porte di Padova, e spesso il visitava ad Arquà, onde Petrarca gl’intitolò il libro Del governare uno Stato, esordendo con un elogio di lui pomposissimo, e per cenno di esso intraprese le vite degli uomini illustri. Alla morte di Ugo d’Este rammentava che gli era stato signore umanissimo per dignità, per amore ossequiosissimo figlio, e quanti favori ne avesse ritratto. Luchino Visconti gli chiese versi, e frutte ed erbe del suo giardino; e n’ottenne lodi le meno meritate[337]. Giovanni Visconti lo ricevette baciandolo, e tanto fece che lo trattenne a Milano, e lo deputò a conchiudere pace col doge Andrea Dandolo. Galeazzo II se l’ebbe a fianco nel solenne ingresso del cardinale Albornoz, e vedendolo in pericolo di essere rovesciato da cavallo, smontò per camparlo; gli affidò un’ambasciata a Carlo IV imperatore; nelle nozze di sua figlia con Lionello figlio del re d’Inghilterra il volle a mensa con loro. Luigi Gonzaga di Mantova deputò ad Avignone chi l’invitasse e offrissegli denaro; e quando venne alla sua corte, il ricevette con ogni migliore onoranza. Azzo Correggio gli mostrò tenerezza da fratello, dicendolo il solo che non avessegli recato noja o dispiacere con alcun detto o atto. Il guerresco Paolo Malatesti prima di conoscerlo inviò un pittore a cavarne l’effigie; scontratolo poi in Milano, mai non sapeva spiccarsi da’ suoi colloquj, nè avea bene che dello stare con lui; scoppiata la peste, gli offrì un ricovero; rottasi guerra fra i Carraresi e Veneziani, gl’inviò cavalli e uomini che lo scortassero fin a Pesaro. Il gran siniscalco Niccolò Acciajuoli non finiva di visitarlo a Milano, «come Pompeo visitava Posidonio col capo scoperto e chinandosi per rispetto», sicchè trasse le lacrime al poeta. Fu dunque indovino un astrologo, il quale al Petrarca ancor fanciullo avea presagito la famigliarità e l’insigne benevolenza di tutti i principi e illustri personaggi dell’età sua.

Quest’entusiasmo propagavasi ai minori. Un vecchio cieco, maestro di grammatica in Pontremoli, viaggiò fino a Napoli per udirlo, e trovatolo partito, riprese sua via «disposto a cercarlo fin nelle Indie»; se non che lo imbattè a Parma, e con indicibile trasporto l’abbracciava, non cessando di baciar la testa che avea concepito, la mano che avea vergato sì soavi cose. Arrigo Capra, orafo Bergamasco, beato d’aver conosciuto il Petrarca a Milano, de’ ritratti di esso empì sua casa, ne comprò le opere, e dismessa l’arte, raccolse libri, nè più conversava che con dotti; poi tanto s’ingegnò, che indusse il poeta a venire da lui, e gli fu incontro con quanti v’aveva eruditi nel contorno; e sebbene il podestà e i maggiorenti gli destinassero alloggio nel palazzo pubblico, il Capra lo volle a sè, ed avea disposta sala a porpora, letto a oro, nel quale giurò nessun mai avea dormito o dormirebbe; poi tali furono le dipartite, che la gente temeva non colui impazzasse.