Altri, all’opposto, si persuasero che rimedio fosse lo svagarsi e il darsi buon tempo; e ne seguì un enorme rilassamento di costumi, volendo ciascuno godere una vita che fuggiva, o allietarla d’ogni piacere, se l’avea campata; i popolani vestivano delle robe lasciate dai ricchi; eredità improvvise mutando fortune, davano spirito ad abusarne, come appiglio a complicatissime liti; i latrocinj al par che gli amori furono agevolati dal pericolo e dagli abbandoni. E quel misto di devozione e d’allegria può dirsi rappresentato nei Balli dei morti, stravaganti pitture ove si effigiano scheletri che menano danze o s’atteggiano bizzarramente con persone vive, papi, re, belle, mercanti, letterati, fanciulli, vegliardi, per intimare a tutti la necessità del morire. La Svizzera e la Germania ne abbondano, non ne manca l’Italia[324].
Questa peste fu anche deplorabile pel numero di valentuomini che l’Italia perdette, fra i quali mentoveremo Giovan Villani e Giovanni Andrea canonista peritissimo; ma «tiranni e grandi signori non morì nessuno»[325]. Fu poi descritta nel primo lavoro di prosa italiana elaborata, il Decameron di Giovanni Boccaccio. Finge egli che sette gentildonne, durante la peste, scontratesi in chiesa con tre loro amanti, prendano accordo di uscire alla campagna[326], e tuffare i timori e la compassione nella vita sollazzevole e nel raccontar novelle: le quali, distribuite in dieci giornate, finite ognuna con una canzone, formano appunto quel libro. Precede la descrizione della peste, ma come d’uomo che non la vide, adoprando le riflessioni e le particolarità di Tucidide e di Lucrezio, e su queste diffondendosi in modo, che sono in quantità assai meno e in parole assai più che nell’originale. E il concetto e le parti dell’opera risentono d’un colto egoismo; e laide avventure, e la facilità delle donne e la spensierataggine degli uomini insinuano di goder la vita e non darsi altro pensiero. La pittura stessa della peste finisce con un’idea scherzevole e affatto pagana[327]. Piacque alla società gaudente; ma gli spiriti serj ne restarono scandolezzati, e il certosino Gioachino Cino si presentò al Boccaccio dicendogli come il suo compagno Pier Petroni da Siena morendo gli avesse lasciato l’incarico di venire a richiamarlo a coscienza. Ne rimase tocco Boccaccio, e dato migliore indirizzo all’ingegno, fece libri di pietà, e a Mainardo Cavalcanti scriveva: — Lascia le mie novelle ai petulanti seguaci delle passioni, che sono bramosi di essere creduti dall’universale contaminatori frequenti della pudicizia delle matrone. E se tu non vuoi perdonare al decoro delle tue donne, perdona all’onor mio, se tanto mi ami da sparger lagrime pe’ miei patimenti. Leggendole, mi reputeranno turpe mezzano, incestuoso vecchio, uomo impuro e maledico, ed avido raccontatore delle altrui scelleraggini. Non v’ha dappertutto chi sorga e dica per iscusarmi: Scrisse da giovane, e vi fu astretto da autorevole comando».
Ebbe amicissimo Francesco Petrarca, che nato (1304) in Arezzo da un Petracco sbandito di Firenze coll’Alighieri, visse poveramente colla madre all’Incisa in val d’Arno, poi si avviò nelle scienze a Pisa sotto Convenevole, a Bologna sotto Giovanni d’Andrea, a Montpellier sotto il celebre giurista Bartolomeo d’Osio bergamasco: ma dagli studj del diritto impostigli da suo padre divagavasi per la lettura di Cicerone e la compagnia di Cino da Pistoja e Cecco d’Ascoli, dai quali prese vaghezza della poesia italiana. Rimasto orfano e scarso di patrimonio, si acconciò allo stato ecclesiastico, e stabilì mutarsi ad Avignone a cercarvi fortuna come faceano tutti (1326). Il trattar cortese e il limpido ingegno lo fecero il ben arrivato alla Corte pontificia, dove ai principali prelati lo introdusse l’amico suo Jacopo Colonna, vescovo che fu poi di Lombez. Il papa, a cui diresse un’elegante prosopopeja di Roma che lo richiamava, gli assegnò un canonicato a Padova, e l’aspettativa della prima prebenda che vacasse. Comprossi anche un poderetto presso la fontana di Valchiusa, e vi si ritirò co’ suoi libri. A questi applicò allora tutto l’animo, e venuto idolatro dell’antica civiltà, fantasticava sempre i vetusti eroi e la città di Romolo e d’Augusto in quella che i pontefici abbandonavano alle masnade dei Colonna e degli Orsini; ed applaudiva a chi tentasse restaurarvi il buono stato.
Era capace di apprezzare le bellezze dei classici, e non ostante presunse poterle raggiungere, e scrisse l’Africa, poema sul soggetto stesso di Silio Italico. È un racconto senza macchina, nè episodj nuovi, nè sospensione curiosa: ma versi di così buona lega non si erano più uditi da Claudiano in poi, tanto avea convertito in sostanza propria quella de’ classici meditati. Riesce più poetico nelle Egloghe, ove sotto nomi pastorali allude a fatti d’allora, non rifuggendo dall’adulazione.
Da questi versi latini promettevasi egli l’immortalità, che invece gli venne da un usuale incidente. Bell’uomo, accuratissimo nel vestire, frequente ai convegni, in una chiesa d’Avignone (1327) s’invaghì di Laura, figlia d’Odiberto di Noves e moglie ad Ugo di Sade[328]; amore ben poco romanzesco, giacchè ella seguitò a vivere in pace col marito, cui partorì undici figliuoli, ed egli, pur assediandone la virtù cogl’istinti d’un temperamento riottoso, non si distolse da studj nè da amori più positivi, dal maneggiarsi alla corte, e dal vagheggiare la gloria, prima e preponderante sua passione. Se non che per Laura tratto tratto componeva o imitava dal provenzale qualche sonetto o canzone, che il nome dell’autore e l’intrinseca loro soavità facea cercare e ripetere, e gli guadagnava anche presso al bel mondo quella fama, per cui era insigne fra i dotti. Da questa pubblicità gli venne una specie d’obbligo a perseverare ne’ sentimenti stessi verso Laura, la quale pare si guardasse dall’impedirli soddisfacendoli; poi quando, dopo venti anni, ella soccombette alla morte nera, il Petrarca si fece onore della costanza al cenere di lei, «di sua memoria e di dolor pascendosi».
Nella bella Avignonese piacevangli le vaghezze corporee, i bei crini d’oro, le mani bianche sottili, e le gentili braccia, e il bel giovanil petto, e le altre leggiadrie per le quali essa diveniva superba[329] e stancava gli specchi a vagheggiarsi; e lei vedeva nelle chiare, fresche e dolci acque; e lei sopra l’erba verde, e in bianca nube; e colla mente ne disegnava nel sasso il viso leggiadro. Tanto basterebbe a smentire coloro che supposero ente simbolico questa Laura; che anzi quel sempre mostrarcela come persona vera, lo salvò dallo sfumare in astrazioni come i suoi seguaci. Amò, bramò[330], e nel dialogo con sant’Agostino confessa le irrequietudini, i trasporti, le veglie, le noje di quella sua passione, e implora soccorso per disvincolarsene. Ben è vero che a Cicerone, a Virgilio, a Varrone, a Seneca, a Livio egli dirizzava lettere spiranti un ardore forse più verace, certo più vivamente espresso che non per Laura: poi nelle prose in tutt’altro tenore favella delle donne; doversi il matrimonio schifare chi a studj intende, al più accettar la concubina; pazzo chi deplora la defunta moglie, quando ne dovrebbe menare tripudio[331].
Da quell’affetto suo uscì un canzoniere, tutto d’amore se togli dodici sonetti e tre canzoni oltre le due a bisticci. Nella forma si piacque delle difficoltà, sia colle sestine, disposizione provenzale ove da nessun’armonia è redenta la fatica del replicare le medesime desinenze; sia col sonetto, ordito per lo più sopra quattro sole rime; sia colle canzoni, legate a norme impreteribili. Soggiunse i Trionfi, sogni allegorici ed erotici, ove in terzine divisa i trionfi dell’Amore sopra il poeta, della castità di Laura sopra Amore, della Morte sopra Laura, di Laura sopra la Morte, della Fama sopra il cuore del poeta ch’essa divide coll’Amore; in ultimo il Tempo annichila i trofei dell’Amore, e l’Eternità quelli del Tempo.
Sono concetti e forme secondo l’età; ma per quanto si provi che da altri, massime da Provenzali e Spagnuoli e nostri anteriori, togliesse molti pensieri suoi, altri si appuntino d’esagerati, di lambiccati, di falsi, resta al Petrarca la lode d’una lingua candidissima, fresca ancora dopo cinque secoli, d’uno stile vivo e corretto, d’una inesauribile varietà nell’esprimere quei miti dolori, quelle placide repulse, quelle pitture monotone eppur varianti, passionate insieme e sottili; della soave melanconia e della casta delicatezza con cui trattò la più sdrucciolevole delle passioni. Studiò egli moltissimo ciascun sonetto; eppure sembrano messi fuori d’un fiato, e colla squisitezza che nell’espressione riproduce le gradazioni del sentimento, con quella grazia d’elocuzione che allo spirito presenta l’attrattiva della novità insieme col merito della limpidezza.
Più altre opere condusse il Petrarca: nella raccolta di Memorabili imita Valerio Massimo: nella Vera sapienza mette un di cotesti saccenti a fronte d’un idioto di buon senso, onde svergognare la dialettica d’allora, frivola, nè giovevole al cuore nè all’ingegno. Certi garzonetti veneziani, trinciatori delle reputazioni più sode come tanti se n’incontra, avendolo sentenziato uom dabbene ma di piccola levatura, egli rispose col libro Dell’ignoranza propria e dell’altrui, ove qualche sentenza buona può pescarsi in un mare di sottigliezze e d’erudizione facile e presuntuosa, e dove conchiude che «la letteratura a molti è stromento di follia, di superbia a quasi tutti, se non cada in anima buona e costumata». Ribattendo un Avignonese, vitupera tutti i medici, come incettatori di scienza vana e ambiziosi nell’andare in volta con un vestone di porpora e anella smaglianti, e sproni dorati quasi aspirino al trionfo, benchè pochi abbiano ucciso i cinquemila che la legge romana richiedeva.
Il libro Degli uffizj e delle virtù d’un capitano chiama alle labbra il riso d’Annibale; quello Del governare uno Stato barcola su luoghi comuni, che nè rischiarano i savj, nè correggono i ribaldi. A conforto di Azzo Correggio spodestato espose i Rimedj d’ambe le fortune, dialoghi prolissi e scolorati fra enti di ragione, ove sfoggia argomenti ed erudizione per mostrare che i beni di quaggiù sono fallaci, e che le sventure si possono colla ragione disacerbare e convertire a bene. Due libri Della vita solitaria diresse a Filippo di Cabassole vescovo di Cavaillon, i tedj del cittadino comparando alle dolcezze del solitario: antitesi non troppo sociale, dover nostro essendo l’operare anche in mezzo a questa ciurma che c’impaccia, frantende e calunnia.