Non tardò a prorompere la pubblica indignazione; e mentre i piccoli artieri e il vulgo lo fiancheggiavano (1343), i grandi, i popolani grassi e gli artefici, stanchi di vedersi sempre innanzi agli occhi la mannaja e l’oltraggio, formarono tre congiure, una ignorando dell’altra: poi unitisi nell’intento comune, e levando popolo al grido di Libertà, in un batter d’occhio (luglio) misero fuori tutte le bandiere, abbarrarono le strade, assalsero in palazzo il duca e per le vie i suoi scherani: Guglielmo d’Assisi, Cerrettieri de’ Visdomini ed altri di quegli abjetti che mai non mancano per assistere e invelenire i tiranni contro la propria patria, furono uccisi con rabbia sì furibonda, da mordere e mangiar persino delle loro carni, «che, secondo che si legge, in inferno non si fa peggio di un’anima» (Stefani). Il duca, per intromessa dell’arcivescovo, potè ritirarsi, rinunziando a qualsifosse diritto: si prese che il giorno di sant’Anna fosse festivo come Pasqua; ed oggi ancora si commemora sventolando in Or San Michele i ventuni gonfaloni delle arti.

A denaro i Fiorentini recuperarono molte rôcche, dal duca concesse ad altri: ma quasi la libertà acquistata da Firenze invitasse le costei suddite a ricuperarla esse pure, Arezzo, Colle, San Geminiano si fecero di propria balìa; Volterra tornò a Ottaviano de’ Belforti; Pistoja, in nome alleata, in fatto serva, cacciò il capitano e la guarnigione fiorentina per darsi a Pisa, che ridiveniva capo della Toscana; mentre Siena durava indipendente e metteva freno a’ nobili campagnuoli.

In quei disastri, ciascuno trovandosi obbligato a riparare colle forze proprie, le conosce e vuole esercitarle, sicchè la democrazia prevale. E già ne’ passati tempi per mozzare la potenza dei nobili si agevolavano ai servi le guise di venir liberi, od accogliendoli ne’ Comuni, o sorreggendoli nelle querele contro i padroni. Ora a quattordici persone coll’arcivescovo fu data balìa di riformare d’uffizj Firenze; e giacchè tutti aveano cooperato a spezzare la tirannide, accomunarono a’ magnati un terzo delle cariche. Ma questi, appena uscirono dallo anteriore svilimento, trascesero la civile modestia, non soffrendo eguali ne’ privati o superiori ne’ magistrati; sicchè da un lato crescendo le insolenze, dall’altro i dispetti, il popolo, inizzato da Giovan della Tosa, insorse contro le famiglie, abbattendone i palazzi, segnatamente que’ de’ Bardi e Frescobaldi, e riordinò a signoria di plebe la città, divisa in quartieri, invece dei sesti. I nobili restavano esclusi dalle magistrature; finchè, lentato il rigore, si accettarono molti casati fra’ popolani. «E nota e ricogli, lettore (avverte qui il Villani), che in poco più d’un anno la nostra città ha avuto tante rivolture, e mutati quattro stati di reggimento: prima signoreggiò il popolo grasso, e guidandosi male, per loro difetto venne alla tirannica signoria del duca; cacciato il duca, ressono i grandi e popolani insieme, tutto fosse piccolo tempo e con uscita di gran fortuna; ora siamo al reggimento quasi degli artefici e minuto popolo. Piaccia a Dio che sia esaltamento e salute della nostra repubblica; ma mi fa temere per li nostri peccati e difetti, e perchè i cittadini sono vuoti d’ogni amore e carità tra loro, ed è rimasa questa maledetta arte in quelli che sono rettori, di promettere bene e fare il contrario».

Qui nuovo flagello percosse non la Toscana sola ma tutto il mondo. Per la nessuna precauzione nel comunicare coi paesi di Levante, facilmente ricorreva la peste, che il 1340 rapì dodicimila persone alla sola Firenze, moltissime e delle meglio stanti a Siena, talchè fu vietato di sonar le campane, o radunarsi a mortorio, o mandare attorno, come si soleva, banditori ad annunziare i defunti. Poco poi una nevata straordinaria corruppe i seminati, donde seguì gravissima strettezza di vettovaglie. Firenze non badò a spese, e consumati cinquantamila fiorini d’oro a tirare grano, lo distribuiva in tal quantità, che novantaquattromila persone riceveano pane dal pubblico, non negandolo a verun forestiero nè pellegrino o villano; furono sciolti di carcere gl’indebitati verso il Comune, concesso di redimersi col quindici per cento dalle vecchie multe. Pure la fame affralì i corpi, e li predispose ai guasti di quella che chiamarono la morte nera. La precedettero stranissime meteore, disastrosi tremuoti, vascelli sobbissati, voragini aperte, che per più giorni arsero infiniti spazj; poi il nembo spinse innumerevoli cavallette in mare, i cui cadaveri rigettati sulla riva, finirono d’appuzzare e corromper l’aria; e un nebbione coprì lungamente la Grecia.

Il morbo scoppiò nella Cina (1348), poi nell’India, nella Persia, nell’Armenia, nell’Egitto e nella Siria con tal furore, che al Cairo perivano da dieci a quindicimila persone al giorno; ventiduemila ne perdette Gaza in sei settimane, e quasi tutti gli animali. A Cipro fu recato dal vivissimo commercio; così nelle altre isole dell’Arcipelago e alla foce del Don. I mercanti italiani, numerosi per tutti quei porti, cercarono salvezza fuggendo; ma otto galee genovesi, salpate dal mar Nero, approdando in Sicilia, aveano già perduto tanto equipaggio, che quattro furono abbandonate; gli altri sbarcando comunicarono il male, che presto ammorbò quell’isola, la Corsica, la Sardegna, le coste del Mediterraneo, la Toscana.

I sintomi variavano secondo i paesi, anzi dal cominciamento al dechino della malattia. Da noi per lo più manifestavasi con febbre violenta, poi delirio, stupore, insensibilità; la lingua e il palato illividivano; fetidissimi il fiato, il sudore, le dejezioni; insaziabile sete; a molti sopragiungeva violenta peripneumonia con emorragie di pronto esito; e macchie nere e sozzi gavoccioli rivelavano la cancrena. Alcuni cadeano come di colpo; i più perivano il primo giorno; fortunato cui succedevano ascessi esterni: ma rimedj umani non menomavano il male, e il minimo contatto bastava a comunicarlo. Invano si fecero processioni di reliquie, si portò il tabernacolo devotissimo dell’Impruneta attorno per Firenze gridando misericordia, e davanti a quella facendo gran paci di quistioni e di ferite. Fuggivasi alla campagna, ma la morte veniva a disabbellirla. I medici che sopravivessero, voleano smisurato prezzo in mano, a appena col viso addietro stendere le dita a tastar il polso, e da lungi veder le orine con essenze odorifere al naso. Quei medesimi che a principio per arte, per carità, per prezzo studiavano gl’infetti, gli abbandonavano poi a morire nell’isolamento, fossero anche i padri, i figli, i mariti; se l’infermo si trovasse confortato, facevasi alla finestra, e stava buon tempo innanzichè passasse persona; e quando fosse udito, o non gli era risposto, o non soccorso; molti morivano così senza sacramenti, e stavano sul letto finchè la puzza annunziasse che là entro erano cadaveri, e i vicini per borsa mandavano a raccoglierli e sepellire senza pietà d’esequie. I becchini esigevano tal ricompensa, che molti vi arricchirono, come arricchirono speziali, pollajuoli, trecche di malva, d’ortiche e d’altre erbe d’impiastri: smisuratamente valevano i confetti, e lo zucchero fin tre in otto fiorini la libbra, e bazza chi ne trovasse: non aveasi più cera, non bare e stamigne, delle quali usavasi ai morti: lanajuoli e ritagliatori che si trovarono panni bruni, li vendettero a peso d’oro[320].

A tal modo Firenze perdette centomila abitatori, altrettanti Venezia, Pisa sette ogni dieci, Siena ottantamila in quattro mesi se si credesse a un cronista, il quale soggiunge che «morivano uomini e donne quasi di subito; ed io Angelo di Tura sotterrai i miei figliuoli in una fossa con le mie mani, ed il simile fecero molti altri»[321]. Quarantamila ne pianse Genova, Roma censessantamila, e così Napoli, e fra tutto il Regno cinquecentotrentamila; in molti luoghi non rimase che un decimo degli abitanti, a Trapani nessuno: cinquecentomila perirono in Sicilia, quasi tutti quelli di Cipro. Trovaronsi vascelli erranti a grado dell’onde, essendo perito tutto l’equipaggio; la messe e la vendemmia infradiciarono non côlte; a Bologna Taddeo Pepoli faticò a tirar grano e tenerlo a basso prezzo, ma entrato il morbo, moltissime famiglie terminarono, delle quali dà la lista il Ghirardacci.

Luchino Visconti orlò i confini del Milanese di forche, dove appendere chiunque li varcasse, col che tenne immune il paese, come fu pure di Parma e del Piemonte[322]. Passò poi la morte nera in Savoja, nella Spagna, nelle Baleari, in Francia, ove la sola Parigi dava cinquecento vittime al giorno, Vienna d’Austria milleseicento; ad Avignone durò sei mesi, uccidendo sette cardinali e duemila persone: in Inghilterra per nove anni mietè cinquantamila vite l’anno; l’Irlanda ne rimase deserta: insomma dicesi che se ne portasse un terzo d’Europa; ove rimase spaventevolmente ricordata. «Non fia creduto ai posteri che siavi stata un’età in cui il mondo rimase quasi totalmente spopolato, e le case di famiglia vuote, e di cittadini le città, e le campagne senza lavoratori. Come lo crederanno gli avvenire, se noi medesimi a fatica prestiamo fede ai nostri occhi? Usciti di casa, scorriamo le vie, e le troviamo piene di morti e di morenti: tornati fra le domestiche pareti, più nessuno troviamo di vivo, essendo tutti morti nella breve nostra assenza. Fortunati i posteri, a cui tali calamità sembreranno finzioni e sogni»[323].

Le analogie de’ sintomi con quelli dell’avvelenamento fecero supporre che una malizia, smisurata quanto il male, propagasse ad arte la morte: principalmente imputavansi gli Ebrei di avvelenare le fonti, e per Germania e Spagna fu fatto strazio di questi infelici, dei quali papa Clemente VI attestò l’innocenza e diede loro ricovero in Avignone.

Alcuni vedevano in quel flagello la punizione divina perchè si violavano la domenica e il digiuno, e si commettevano adulterj, usure, bestemmie; e si bucinò che in Gerusalemme fosse arrivata una lettera dal cielo, ove diceasi che Cristo non concederebbe misericordia se ognuno non si flagellasse e andasse ramingo per trentaquattro giorni. Pertanto moltissimi buttavansi alle penitenze, alle macerazioni, e si rinnovarono le scene de’ Flagellanti, che a centinaja passavano di terra in terra, con litanie e miserere, ed anche con superstizioni di miracoli e liberazione d’ossessi, e dogmi nuovi e strani. Fu profuso a cause pie quel che ritenere non si potea, e di venticinquemila fiorini l’ospedale di Santa Maria Nuova, di trecencinquantamila la Compagnia d’Or San Michele restarono eredi in Firenze: la Compagnia della misericordia, istituita un secolo prima dai facchini che servivano all’arte della lana, prestò intrepidamente soccorsi, e ne fu compensata con lasciti dell’ammontare di trentacinquemila fiorini.