Da costoro furono agitate le guerricciuole di Toscana. Dalla campagna devastata accorreasi per sussidj a Firenze: eppure l’industria dentro e i banchi di fuori le recavano tal floridezza, che, aggrandita di possessioni, di castelli, di moneta, potè rappresentare parte principale nelle vicende di tutta Italia.
Per la guerra contro Mastin della Scala, Firenze spediva a Venezia venticinquemila fiorini d’oro il mese, oltre tenere al soldo mille cavalieri, e guarnigioni nelle terre e castelli, de’ quali ben diciannove sorgeano nel solo contado di Lucca, uno ad Arezzo, a Pistoja, a Colle. Ma i soldi della cavalleria cessavano al cessar della guerra, e ai magistrati invece di stipendj bastava l’onore di servire alla patria. Quarantasei terre murate ne dipendevano, oltre quelle di cittadini e le aperte: non grossa l’entrata diretta, ma le gabelle fruttarono fin trecentomila fiorini annui, che oggi si valuterebbero il quadruplo, e che sorpassavano l’entrata dei re di Sicilia, di Napoli, d’Aragona. La zecca coniava da trecencinquanta in quattrocentomila fiorini d’oro l’anno, e ventimila lire di moneta erosa: le spese non arrivavano a quarantamila fiorini d’oro, tra le quali, oltre le uffiziali, figurano le limosine a monaci e spedali, le feste al popolo e ad illustri avveniticci, e il mantenimento de’ leoni, animali pregiati colà non meno che a Venezia.
In città v’avea centodieci chiese, di cui cinquantasei parrocchiali, cinque badie, due priorati con ottanta regolari, ventiquattro monasteri con cinquecento religiose, settecento monaci d’ordini differenti, ducencinquanta e più cappellani, trenta spedali con mille letti. Lievissimo il tributo; bisognando denaro, se ne cavava dal vendere spazio da fabbricar case; e s’ampliava la cerchia della mura comprendendovi Borgognissanti e il Prato. Fra il 1284 e il 1300 si ergevano la loggia dei Lanzi, Santa Maria del Fiore, Santa Croce, futuro panteon de’ grandi Italiani.
Venticinquemila persone da quindici in settant’anni erano capaci dell’armi, fra cui millecinquecento nobili, sottoposti alle rigide cautele delle ordinanze di giustizia; non più di settantacinque cavalieri di corredo, atteso gli ordinamenti democratici; millecinquecento forestieri, ottantamila abitanti in contado. Ottanta in cento persone componevano il Consiglio de’ giudici, seicento quello de’ notaj: sessanta fra medici e chirurghi, cento droghieri, cenquarantasei mastri di muro e di legname, cinquecento calzolaj, e senza numero merciajuoli ambulanti. Da otto a diecimila fanciulli frequentavano le scuole di leggere, da mille a milleducento quelle d’aritmetica, un seicento quelle di grammatica e logica. Volgendo a morale perfino l’astrologia, i Fiorentini diceano la loro città esser nata sotto la costellazione dell’ariete, e perciò predestinata al commercio, e che già Carlo Magno l’avesse divisa in arti; volendo l’industria favolose genealogie, come l’aristocrazia. V’erano dunque ducento e più esercizj d’arte della lana, e venti fondachi di panni forestieri occupavano più di trentamila operaj: ventiquattro case trafficavano di banca.
I contorni erano popolati di ville, deliziose per posto, e arricchite di capi d’arte; e «uno forestiere non usato (conchiude Giovan Villani questo lusinghiero ritratto della sua patria) venendo di fuori, i più credeano per li ricchi e belli palagi ch’erano a tre miglia a Firenze, tutti fossero della stessa città, al modo di Roma; senza dire delle case, torri, cortili e giardini murati più da lungi, talchè si stimava che intorno a sei miglia vi aveva tanti ricchi e nobili abituri, che due Firenze non n’avrebbono tanto».
Da così bel crescere la tracollarono gravissime sventure. Nel novembre 1333 piogge interminate flagellarono molti paesi, e peggio Firenze, ove l’Arno traripando guastò mura, ponti, casamenti, e molte vite e ricchezze inestimabili; e seguì devastando il Casentino, il val d’Arno superiore e l’inferiore, e per tutto ove tenne sua corrente fin al mare. Incalcolabile il danno de’ privati; quel che ricadde sul pubblico passò i ducencinquantamila zecchini: ma la città si affretta al riparo, spendendo cencinquantamila zecchini ne’ soli ristauri, sebbene contemporaneamente menasse la sciagurata guerra per l’acquisto di Lucca e quella contro Mastin della Scala. Pure, non avendo mai il granchio alla borsa ne’ pubblici comodi, eleva anche il magnifico palazzo sopra le logge d’Or San Michele, e getta le fondamenta del meraviglioso campanile.
Ma ecco la squassano grossi fallimenti. I Bardi banchieri nel 1345 doveano avere novecentomila fiorini d’oro dalla corona d’Inghilterra, e centomila da quella di Sicilia; i Peruzzi seicentomila dalla prima, centomila dall’altra; e avendo il re inglese lasciato scadere le cambiali, le due case furono ridotte a fallire, e i Bardi diedero ai creditori il settantotto per cento, assai meno i Peruzzi. Anche gli Scali fallirono di quattrocentomila fiorini, e dietro a loro i minori mercanti, «e fu (dice il Villani) a’ Fiorentini maggiore sconfitta, senza danno di persone, che quella d’Altopascio».
Di quel tempo Firenze fece un primo assaggio di tirannia. Già quando la guerra con Mastino metteva a repentaglio lo Stato, e invaleva la paura che i Ghibellini di dentro gli desser mano, si provvide ad un’autorità dittatoria, invece dei sette bargelli istituendo un capitano della guardia o conservatore del popolo, con cento uomini a cavallo e il doppio pedoni, e la provvisione di diecimila fiorini annui; la cui giurisdizione non solo si estendeva illimitatamente sopra i fuorusciti, ma era disobbligata dagli ordini della giustizia, e dal render conto ad altri che ai priori delle arti. Il primo fu Jacopo Gabrielli da Gubbio, che severo e tirannico, a contemplazione della plebe oppresse i nobili, tendendo a privarli delle castella venti miglia attorno alla città, cercando al castigo alcuni de’ Bardi e Frescobaldi che studiavano a novità; e n’acquistò tale odio, che, quando scadde, fu stanziato che nessun da Gubbio si eleggesse più a pubblica funzione.
Avrebbero dovuto accertarsi che mal si ripara la libertà all’ombra del dispotismo: eppure, scontenti della lentezza de’ magistrati e della perdita di Lucca, conferirono la signoria a Gualtiero di Brienne (1342). Proveniva costui da quel Brienne che campeggiò in Italia, suocero poi nemico di Federico II: re titolare di Gerusalemme, per donne avea conseguito il ducato d’Atene, donde cacciato dalle bande catalane, si era posto al mestiero più lucroso, la guerra di ventura, e con cenventi uomini e gran fama di valore stava al soldo de’ Fiorentini, quand’essi il domandarono capitano e conservatore del popolo, per quella funesta propensione che i vulghi hanno verso i capi militari. «Non senno, non virtù, non lunga amicizia, non servigi a meritare, non vendicate loro onte, ma la loro grande discordia»[319] riduceva i Fiorentini a dominio di questo forestiero, il quale, avaro quanto ambizioso, perfido, ostinato, senza pietà nè confidenza, pensò vantaggiarsi delle passioni di tutte le sêtte, e tutte ingannarle. Bardi, Frescobaldi, Cavalcanti, Buondelmonti, Adimari, Donati, Gianfigliazzi ed altri nobili antichi, esclusi di governo dalla mercantile oligarchia, e continuamente rimorsi per un potere che più non aveano, aizzavanlo contro i popolani grassi, dominatori superbi, ed esosi anche alla plebe; ed egli in fatto ne processò alcuni, come Altoviti, Medici, Rucellaj, Ricci, rivedendo antiche ragioni; e trovando aveano trassinato il denaro del Comune, li mandò al supplizio. Ne sbigottì quella fazione: nobili e plebe s’allegrarono che Dio avesse finalmente mandato un uomo (1342), il quale non mirava in viso a nessuno, nè si lasciava metter la mano sotto da tirannetti. Incontrandolo dunque, gli gridavano Viva il signore, ne magnificavano la integrità, ne dipingevano l’arma su tutti i canti; ond’egli carezzando chi lo favoriva, salvando i falliti dalla prigione, s’acquistò tanti fautori, da poter fidarsi a interrogare il voto universale.
Radunato il parlamento, fattasi la proposta di dargli la signoria per un anno, «il popolo cominciò a rugghiare, com’era deliberato per li traditori; e gridarono, A vita a vita, viva il signor duca, in tutto sia signore; e così pesolone preso e portato alla porta del palagio» (Stefani), ottenne il potere (8 7bre) senza verun termine o salvo, bruciandosi i libri degli ordinamenti della giustizia e i gonfaloni delle compagnie, tra feste incredibili: Arezzo, Pistoja, Colle, San Geminiano, Volterra secondarono l’esempio. Egli (primo fondamento d’ogni tirannia) soldò ottocento cavalieri francesi, eppure fe pace con Pisa mentre i Fiorentini speravano la ricuperasse; si legò cogli Estensi, coi Pepoli, cogli Scaligeri, garantendosi reciprocamente i dominj, mentre nelle cariche ai gentiluomini preferiva i ciompi, cioè la gente bassa: con ciò e coi mangiari e colle giostre otteneva la vulgare reputazione di democratico, e con questa esercitò tirannia. Allora seguirono i soliti corredi; prestiti forzati, divieto delle armi, nuove inventie di gabelle ed imposte, giudizj ingiusti, prepotenze, e tentar donne oneste, e cingersi di Francesi assetati di preda e di femmine; fraudò i creditori del pubblico per ammassare denaro che asportava: e puniva senza pietà chiunque appuntasse il suo dominio, «sicchè (conchiude il Rinuccini), carissimi miei cittadini, guardatevi di venire a tiranno».