Rare perciò le giornate campali, limitandosi a cavalcate sul terreno nemico per bottinare, distruggere, coglier prigioni; e consumavasi talvolta la guerra senza neppure una battaglia. Pertanto i paesani ritiravansi entro terre castellate, quali allora faceansi tutte, e che, per la natura delle armi d’allora, erano a gran vantaggio superiori nella difesa, e anche i villani poteano sostenervi raffrontata sinchè o si fosse patteggiato coi condottieri, o questi stancati non volgessero sopra un altro castello. Imperocchè una tela continua ne trovavano sui loro passi, e vicino un breve spazio alla piccola terra di Sanminiato contavansene ventotto, ventitrè nel contorno di Montecatino, ventiquattro ne possedeva attorno ad Asti la famiglia Solari; e la Toscana, che oggi non ha tampoco una piazza, non sariasi potuta conquistare che dopo tre o quattrocento assedj. La difficoltà d’essere espugnati rendeva animosi a resistere, come oggi la certezza del dover soccombere predispone a capitolare.
Intanto, a differenza di ciò che si fa o si cerca oggi, il danno cadeva non sugli eserciti, ma sul popolo, lasciando costoro dappertutto luridi segni di gola e di lussuria, e per lo meno mercatando degli alloggi risparmiati, del cammino cansato. Dopo la vittoria di Meleto (1349) il vaivoda di Transilvania, i conti Landò e Guarnieri doveano alle bande doppia paga, montante a cencinquantamila fiorini; e non trovandoseli, abbandonarono ad esse i gentiluomini prigionieri, che distesi su travi per terra, vennero a furore flagellati finchè non s’obbligassero a quel tributo. La Compagnia Bianca, capitanata dall’inglese Giovanni Acuto (Hawkwood), allorchè prese Faenza (1376), pose in catene trecento signori, undicimila cittadini cacciò, e sulle robe e sulle donne avventossi furiosa: due connestabili si contendeano una monaca rapita, quando l’Acuto sopravenne, e — Abbiatela metà per uno», disse, e la tagliò in due. Un’altra banda mandavasi avanti un villano, di cui aveva arrostito un fianco sopra la graticola, perchè i costui strilli ne annunziassero l’avvicinarsi.
Racconta Franco Sacchetti, che, essendo iti due frati Minori ad esso Acuto, lo salutarono al loro modo dicendo, — Monsignore, Dio vi dia pace»; e quegli subito rispose: — Dio vi tolga la vostra elemosina»; e meravigliandosi essi dello scortese ricambio, — Non sapete (soggiunse) ch’io vivo di guerre, come voi di elemosine, e la pace mi disfarebbe?» Dove l’autore, meno frivolo del solito, riflette: «Guaj a quelli uomini e popoli che troppo credono a’ suoi pari, perocchè popoli e Comuni e tutte le città vivono e accrescono della pace; ed eglino vivono e accrescono della guerra, la quale è disfacimento delle città, e struggonsi e vengon meno. In loro non è nè amore nè fede; peggio fanno spesse volte a chi dà loro i soldi, che non fanno ai soldati dell’altra parte; perocchè, benchè mostrino di voler pugnare e combattere l’uno contro all’altro, maggior bene si vogliono insieme, che non vogliono a quelli che gli hanno condotti alli loro soldi; e par che dicano, Ruba di costà, ch’io ruberò ben di qua. Non se n’avveggono le pecorelle, che tuttodì con malizia da questi tali sono indotte a far guerra, la quale è quella cosa che ne’ popoli non può gittare altro che pessima ragione. E per qual ragione sono sottomesse tante città in Italia a signore, le quali erano libere? per qual cagione è la Puglia nello stato ch’ella è? e la Sicilia? e la guerra di Padova e di Verona ove le condusse, e molte altre città, le quali oggi sono triste ville?»[317].
Una milizia che si proponea per fine il saccheggio e lo stupro, di rado conduceva a risultamenti decisivi; principi e repubbliche rimanendo a loro arbitrio, supplicavano, in vece di comandare; donavano titoli, stemmi, parentele ai capitani, e per reprimerli non sapeano che ricorrere a inganni e veleni; e il rigore che era necessario per isgomentar le bande, introduceva nuova ferocia negli statuti criminali. Armeggiando per mestiere, i venturieri non dimenticavano che domani forse servirebbero a quello che oggi combattevano; onde s’accordavano di nuocersi il men possibile, far prigionieri più che uccidere, sovrattutto risparmiare i cavalli, meno facili a rifarsi che gli uomini; e quando facessero de’ prigionieri, se li scambiavano. Essendo una volta Francesco Piccinino trascorso incautamente fra’ nemici, «subito che questi lo conobbero, gittarono le armi, e coi capi scoperti riverentemente lo salutarono; e qualunque poteva, con ogni riverenza gli toccava la mano, perchè lo imputavano padre della milizia e ornamento di quella» (Corio). Dopo il fatto di Montorio, Roberto Sanseverino rimandò i fatti prigioni, ma con lettera in cui si doleva che i soldati avversi «con poco rispetto l’avessero sonato, e datogli molte punte di spada»[318].
Con tali cortesie la guerra si trovò ridotta ad una scherma da scacchiere, a una manovra di marcie e contromarcie; le battaglie a un accalcarsi piuttosto che azzuffarsi; nè versavasi sangue che per inavvertenza, e un’abbaruffata in città costava di più che una giornata campale; ingegno e astuzia sottentrarono al coraggio, e molti invecchiarono nell’armi senza trovarsi mai esposti a pericolo. Nel capitano però richiedevasi abilità personale; atteso che le truppe, massime di fanteria, non erano tenute alla bandiera da punto d’onore, non da vergogna de’ commilitoni coi quali trovavansi accozzati per un solo momento, onde si sbandavano appena perduta la speranza della vittoria o del bottino.
Alcuni capitani di ventura fondarono chiese e cappelle, massime a san Giorgio, del qual titolo è un ospedale a Firenze, posto il 1347 dagli stipendiati della Compagnia di quel nome; una cappella a Pisa del 1346, fondata da due degli Scolari; Bonifazio Lupo istituì a Firenze l’ospedale che conserva il suo nome; Pippo Span il tempio degli Angeli; Percival Doria l’Annunziata a Genova; Bartolomeo Coleoni ricchissima cappella e pie istituzioni a Bergamo e a Venezia. Anna Elena, dopo la tragica fine di Balduccio d’Anghiari suo marito, in Borgo San Gattolino a Firenze fonda un ospizio di vedove e povere, da lei denominato convento d’Annalena. E (ciò ch’è inonesto più che raro) in guerre di speculazione ottennero gloria; all’Acuto Firenze poneva il ritratto e un mausoleo nella propria cattedrale; esequie splendidissime rendeva a Niccolò da Tolentino, con venti bandiere e più di tremila libbre di cera, poi il ritratto in essa chiesa; statue equestri al Gattamelata Padova, al Coleoni Venezia, anche dopo che il sepolcro avea tolto che paressero formidabili.
Talora invece erano condotti a trista fine: si sa come Venezia si disfece del Carmagnola; i Fiorentini fecero dipingere impiccato per un piede il conte Francesco di Pontadera, capo di bande avversarie; Giovan Tomacelli fratello del papa, marchese delle Marche, fatto chiamare il famoso Boldrino da Panicale, lo fe trucidare, di che le costui bande vollero vendetta su quanti uomini della Chiesa colsero. Trionfi e supplizj, vicende d’ogni condizione avventuriera.
Le popolazioni non restavano assolte da ogni peso guerresco, anzi doveano far la guardia delle città e dei contorni, custodire e difendere le fortezze, dare i carri e i servigiali, preparar le strade. Ciò pesava piuttosto sulla gente del contado; quei di città contribuivano invece tasse o gabelle, con cui pagare le masnade.
Così il grosso della nazione italiana disusavasi del valore in mezzo alle battaglie; arbitro delle nimicizie e delle paci restava un gentame vendereccio; e le guerre non terminavano mai, perchè non toglievano le forze ai vinti, i quali al domani d’una solenne sconfitta poteano riaffacciarsi con esercito più poderoso, purchè avessero onde comprarlo. Ai condottieri medesimi stava a cuore di non lasciar soccombere i piccoli Stati ed i rivali, perchè non venisser meno le occasioni di guadagni. Quando i Fiorentini volevano obbligare re Ladislao di Napoli a restituir le terre tolte alla santa Sede, egli domandò: — Che truppe avete ad oppormi?» ed essi: — Le tue medesime».