Nel 1105 al marchese Alderamo che la chiedeva, i consoli concessero la cittadinanza di Genova, promettendo ajutarlo come fosse un cittadino della loro compagnia; salvo che non accetteranno testimonj fuorchè abitanti nel vescovado, in cause concernenti cose poste nel vescovado; se esso cederà i proprj castelli per occorrenza di guerra, essi non glieli torranno; e se per ciò abbia danno o guerra, essi nel rifaranno e ajuteranno; e se, morto lui, la moglie e i figli suoi giurino la stessa convenzione, essi gliela manterranno: la qual convenzione sarà osservata finchè egli l’osservi. Alderamo reciprocamente prometteva esser cittadino di Genova, e abitarvi esso e suo figlio a volontà de’ consoli, e adempiere il giuramento della compagnia del Comune di Genova; darà i suoi castelli al Comune quando invitato per far la guerra che sia decretata dalla pluralità de’ consoli; quando il Comune di Genova faccia guerra, esso andrà in campo con due militi, a proprie spese e a volontà della maggioranza de’ consoli; gli uomini che erediterà, dopo morta sua madre, dal Giovo al mare, sottoporrà al servizio militare pel Comune suddetto; non obbligherà, nè venderà o infeuderà Varazino; terrà immuni nel suo distretto i Genovesi e le cose loro; soltanto si riserva di non dovere far guerra al Comune di Acqui. — Liber jurium, pag. 51.
Seguono i patti col conte di Lavagna e con molti altri signori, e n’è pieno il volume stampato nei Monumenta historiæ patriæ.
[42]. Sotto il 270 gli Annali genovesi dicono: Januensis civitas cum toto districtu suo in amaritudine morabatur; regnabat enim inter cives et districtuales divisio, quæ adeo succrevit, quod invalescentibus voluntatibus partium venenatis, per villas et loca communis Januæ cædes et homicidia indifferenter committebantur et prœlia. Qua ex causa ex utraque parte banniti sunt infiniti, qui irruentes in stratas publicas, insultabant homines, homicidia committebant, spoliantes nedum inimicos sed etiam quoslibet transeuntes etc.
[43]. Johannes, Dei gratia Venetiarum, Dalmatiæ atque Croatiæ dux, dominus quartæ partis et dimidii totius imperii romani, de consensu et voluntate minoris et majoris consilii sui, et communis Venetiarum, ad sonum campanæ et vocem præconis more solito congregati, et ipso consilio etc. Vedi tom. VI, p. 264.
Non è senza singolarità che, d’un Governo durato fin all’età nostra, sia così vacillante e oscura la descrizione; ogni autore cambia e l’epoca e le attribuzioni de’ varj magistrati; il Daru peggio degli altri, se si credesse a Giacomo Tiepolo (-1812), il quale lo accompagnò d’un nojosissimo commento; ma il Tiepolo stesso è smentito da posteriori, che neppur essi n’andarono senza contraddizione; ed ognuno taccia l’altro d’ignorante, di negligente, di invido, di denigratore. Certamente il Daru conobbe pochissimo di quel meccanismo complicato; e sebbene, scrivendo sotto il despotismo napoleonico, per allusione disapprovi gli arbitrj altrui e l’onnipotenza della Polizia, però frantende o disama le libertà storiche. Eppure è il solo letto e ristampato: ma come lamentarcene se non facciamo di meglio? il criticare è facile, non tanto il fare.
[44]. «Molti capi andavano dal doge e consegier a lamentarse de tal novità et esclusione; dove che poi quelli erano fati passar in una camera segreta, e la notte strangoladi, e poi la mattina attaccadi con la corda al collo al palazzo». Cronaca citata dal Daru. Probabilmente allude alla congiura di Marin Boconio, di cui il Sanuto riferisce che alcuni congiurati erano chiamati in palazzo, e subito, serrata la porta, venivan spogliati e butati nel Trabucco de Toresella e morti.... Poi furono tolti i corpi de alcuni e posti in piazza, facendo comandamento che, in pena della testa, niuno li toccasse. E veduto che niuno ardiva toccarli, conobbero aver il popolo ubidiente».
[45]. Una tal Giustina, che abitava in Merceria, gettò dalla finestra un mortajo, che colpì non Bajamonte, come si suol dire, ma il portastendardo, e sgomentò i seguaci. Offertole un premio, ella domandò di poter esporre ogni anno, nel giorno di san Vito, lo stendardo collo stemma di San Marco alla finestra fatale; e la casa dove stava non dovesse mai pagare più di quindici ducati di pigione ai procuratori di San Marco, cui apparteneva. Sulla diroccata casa del Tiepolo fu posta una colonna infame coll’iscrizione:
De Bajamonte fo questo terreno
E mo per lo so iniquo tradimento
S’è posto in comun per altrui spavento