Non est mons alius melius tibi, Bacche proterve,

Non alibi tantum placuit sua sylva Minervæ.

Moyse.

[57]. Ai mali che talora portavano carestia, bisogna aggiungere le cavallette, delle quali cade frequente memoria. Andrea prete nell’871 ricorda che si lanciarono sul Bresciano, Cremonese, Lodigiano, Milanese a torme, consumando i grani minuti. Altrettanto narra Giovanni Diacono della Campania e di Napoli; e sono descritte con quattro ale, sei piedi, bocca assai larga, vasto intestino, due denti più duri che pietra, con cui rodeano qualunque solida corteccia, lunghe e grosse quanto un pollice, e drizzantesi verso occidente. S’aggiunge che in quell’anno a Brescia piovve sangue per tre giorni, il che può attribuirsi alle crisalidi di quegl’insetti; come anche quanto Andrea narra che, verso Pasqua, in Lombardia si trovarono le foglie coperte di terra che credevasi piovuta. Stefano III, oltre l’aspersione d’acquasanta, prese il metodo, oggi ancora usato, di pagare cinque o sei denari ogni stajo che i contadini ne portassero. Federico II nel 1231, essendone la Puglia devastata, ordinò che ciascuno, la mattina prima del levar del sole, ne pigliasse quattro tomoli, e li consegnasse ai ministri del pubblico per bruciarli. Linneo le chiamò acridium migratorium; ma l’acridium italicum è indigeno e infesta la Romagna, e nel 1825 guastò il Mantovano e il Veronese, e alcuno crede tali guasti dovuti specialmente alla gamma nottua. Girolamo Cardano (De subtilitate, lib. IX. p. 364) dice che per esperienza si conobbe che il miglior riparo è distruggerne le ova. La maremma toscana ne fu spessissimo devastata, e nel 1716, nelle sole campagne di Massa, Monterotondo, Gavorrano, Ravi, Scarlino, in due mesi se ne presero e bruciarono seimila staja. Targioni Tozzetti, Relaz. di viaggi, IV. 162.

[58]. Targioni-Tozzetti, ivi, IV. 275.

[59]. Galvano Fiamma. Il conte D’Arco dice non aver trovato menzione del riso negli ordini mantovani fin al 1481. Nel 1550 i Gonzaga prescrissero, «le risaje non si facessero dentro cinque miglia vicino alla città» (Economia, 279). È noto che col riso s’introdussero molte specie palustri, la leersia, la bidens cernua, l’ammannia, il cyperus difformis....

[60]. Dopo il 1340 vi lavorarono i migliori artisti: Giovanni, Ugo, Nicolino, Antonio da Campione ne fecero le suntuose porte e il battistero che ora è nella cattedrale; Bertolasio Morone il campanile; Bartolomeo Buono e Andreolo de’ Bianchi una croce con statue e bassorilievi d’argento; dal 1363 innanzi vi dipinsero Pasino e Pietro da Nova, e Giorgio da San Pellegrino.

[61]. Rer. It. Scrip. VIII. 1107.

[62]. Gennari, Ann. di Padova al 1276, 92, 93; e le leggi 1339, 1360 ecc.

[63]. Ghirardacci, passim e principalmente al 1293.