[216]. Non l’Orgagna, come si dice volgarmente. Vedi Gaye, Carteggio, II. V. La cattedra di spiegar Dante durò lungo tempo: nel 1412 la Signoria pagava otto fiorini il mese a Giovanni di Malpaghini ravennate, il quale aveva lungo tempo commentato Dante, e che ancora lo spiegava ogni domenica; sei anni dopo, adempiva tale uffizio Giovanni Gherardi da Pistoja, con sei fiorini il mese; alquanto più tardi, gli successe Francesco Filelfo.
[217]. La conferma datagli da Bonifazio respira grave orgoglio: Fecit Deus duo luminaria magna; luminare majus, ut præesset diei, luminare minus ut præesset nocti. Hæc duo luminaria fecit Deus ad literam, sicut dicitur in Genesi: et nihilominus spiritualiter intellecta fecit luminaria prædicta, scilicet solem, idest ecclesiasticam potestatem, et lunam, hoc est temporalem et imperialem ut regeret universum. Et sicut luna nullum lumen habet nisi quod recipit a sole, sic nec aliqua terrena potestas aliquid habet nisi quod recipit ab ecclesiastica potestate. Licet autem ita communiter consueverit intelligi, nos autem accipimus hic imperatorem, solem qui est futurus, hoc est regem Romanorum, qui promovendus est imperator, qui est sol, sicut monarcha, qui habet omnes illuminare et spiritualem potestatem defendere, quia ipse est datus et missus in laudem bonorum et in vindictam malefactorum.... Unde hæc nota et scripta sunt, quod vicarius Jesu Christi et successor Petri potestatem imperii a Græcis transtulit in Germanos, ut ipsi Germani, idest septem principes, quatuor laici et tres clerici, possint eligere regem Romanorum, qui est promovendus in imperatorem et monarcham omnium regum et principum terrenorum. Nec insurgat hic superbia gallicana, quæ dicit quod non recognoscit superiorem. Mentiuntur: quia de jure sunt et esse debent sub rege romano et imperatore. Et nescimus unde hoc habuerint vel adinvenerint, quia constat quod Christiani subditi fuerunt monarchis ecclesiæ romanæ, et esse debent... Et attendant hic Germani, quia, sicut translatum est imperium ab aliis in ipsos, sic Christi vicarium successor Petri habet potestatem transferendi imperium a Germanis in alios quoscumque, si vellet, et hoc sine juris injuria.... Electus in regem Romanorum, prius fuit in nubilo arrogantiæ, etenim non fuit devotus ad nos et ecclesiam istam sicut debuit. Nunc aute mexhibet se devotum et promptum ad facienda omnia quæ volumus nos et fratres nostri et ecclesia ista... Si autem ipse vellet contrarium facere, non posset; quia nos non habemus alas nec manus ligatas, nec pedes compeditos, quia bene possumus eum reprimere et quemcumque alium principem terrenum.
[218]. Perfino il Sismondi, accannito contro Bonifazio, dice: — Avidi di servitù, chiamarono libertà il diritto di sacrificare perfino le coscienze ai capricci dei loro padroni, respingendo la protezione che loro offriva contro la tirannide un capo straniero e indipendente... I popoli dovrebbero desiderare che i sovrani dispotici riconoscessero al dissopra di loro un potere venuto dal cielo, che li fermasse sulla strada del delitto». St. delle repubbliche ital., cap. 24.
[219]. Tanto vien rimproverata a Bonifazio questa bolla; eppure non conteneva che il preciso senso del canone 44 del concilio IV di Laterano, e la dottrina generalmente accettata nel diritto canonico d’allora. Lo dimostra ad evidenza Philipps nel Diritto ecclesiastico, vol. III. lib. I. § 130.
[220]. L’anno seguente in concistoro dichiarò, non intendeva arrogarsi la giurisdizione del re, ma che questo è sottoposto al papa in quanto al peccato.
[221]. Petrus (la Flotte) literam nostram falsavit, seu falsa de ea confixit. Preuves du différend etc. pag. 77. Ma la lettera di Filippo pare autentica.
[222]. Si pretende che Bonifazio mandasse al famoso Guido di Montefeltro, che stanco delle avventure s’era messo frate, e l’esortasse a capitanare l’impresa contro Palestrina. Egli si scusò; ma instando il papa perchè almeno gli sovvenisse di consigli, rispose temeva per l’anima sua. Il papa l’assolse, ed esso gli suggerì di promettere e non mantenere. Dante vi allude in quel verso «Lungo prometter con attender corto».
Tutte le cronache attestano la penitenza di Guido, il suo ritiro dal mondo e la santa fine. E davvero valeva egli la pena che si facesse uscir di monastero un frate per farsi suggerire uno spediente così comune?
[223]. Il Ferreto racconta che morì rabbioso, dando del capo per le pareti, rodendo il bastone, soffocandosi. Sismondi neppur gli domanda donde trasse queste particolarità; e perchè al suo cadavere, trovato intatto dopo 302 anni, non apparisse il minimo segno di lesione.
Il processo di Bonifazio narra che morì tranquillo nel palazzo Vaticano; e il cardinale Stefaneschi che v’assisteva, scrive: