Lecto prostratus anhelus
Procubuit, fassusque fidem, curamque professus
Romanæ ecclesiæ, Christo tunc redditur almus
Spiritus, et sævi nescit jam judicis iram,
Sed mitem placidamque patris, ceu credere fas est.
Vedansi Jo. Rubei, Bonifacius VIII. Roma 1651. Da Dante, dal Ferreto, dagli storici, e principalmente dal Sismondi lo difesero il Dublin Review, anno 1842, e il cassinese padre Tosti nella Storia di Bonifazio VIII, 1847. Benvenuto da Imola, commentando Dante, lo chiama magnanimo peccatore; e magnanimo è il titolo datogli da sant’Antonino e da Giovanni Villani; meraviglia del mondo lo dice Petrarca. Con cristiana imparzialità il Rainaldo, continuatore del Baronio, conchiuse così il giudizio intorno ad esso pontefice: Super ipsum itaque Bonifacium, qui reges et pontifices ac religiosos, clerumque ac populum horrende tremere fecerat, repente timor et tremor et dolor una die irruerunt, ut ejus exemplo discant superiores prælati non superbe dominari in clero et populo, sed forma facti gregis, curam subditorum gerant, priusque appetant amari quam timeri.
L’opera capitale intorno a quel papa sono sempre le Prove, cioè gli atti pubblici, editi da Pietro Dupuy. Nel 1526 Alessandro bolognese viaggiava da quelle parti, e vedendo Anagni deserta e in ruina, domandò la ragione: — La prigionia di Bonifazio (rispose un de’ pochi abitanti); da quell’ora guerre, peste, fazioni peggiorarono sempre più la città».
[224]. Tacita mente conciperet intra magnam Italiam apud Longibardos sedem apostolicam sibi statuere, ut et in posterum ibidem esset forte mansura. Ferreto, lib. III. p. 1012.
[225]. L’Istituto di Francia nel 1858 premiava una memoria di M. Rabanis, Clément V et Philippe le Bel, ove, spogliando i giornali di Bertrando de Goth che quell’anno era in visita della sua diocesi, e quelli di re Filippo, convince che certamente essi non s’incontrarono nè a Saint-Jean-d’Angely nè altrove. E con altri argomenti prova quel che già il buon senso presumeva, l’impossibilità di quell’accordo.
[226]. Clemente V «fu uomo molto cupido di moneta e simoniaco, che ogni beneficio per moneta in sua corte si vendea; e fu lussurioso, che palese si diceva che tenea per amica la contessa Palagorgo, bellissima donna, figliuola del conte di Fos. E lasciò i suoi nepoti e suo lignaggio con grandissimo e innumerabile tesoro; e dissesi che vivendo il detto papa, essendo morto un suo nepote cardinale cui elli molto amava, costrinse uno grande maestro di nigromanzia che sapesse che fosse dell’anima del nipote. Il detto maestro, fatta sua arte, un cappellano del papa molto sicuro fece portare alle demonia allo inferno, e mostrogli visibilmente un palazzo dentrovi un letto di fuoco ardente, nel quale era l’anima del detto suo nepote morto, dicendoli che per la sua simonia era così giudicato. E vidde nella visione fatto un altro palazzo allo incontro, il quale li fu detto si facea per papa Clemente; e così rapportò il detto cappellano al papa, il quale mai poi non fu allegro e poco vivette appresso». Villani.