La sicurezza individuale, la prosperità assicurata al commercio, l’adito alle magistrature, erano compensi alla nullità de’ cittadini. Come in tutte le aristocrazie, badavasi a fare star bene il popolo; donde quelle splendidissime istituzioni di carità, che in parte ancora sopravivono a tante dilapidazioni; e le ricchezze dei monasteri e delle confraternite, corpi morali che, non avendo bisogno di far avanzi, tornavano a vantaggio della plebe. Questa tenevasi attaccata ai patrizj, non solo col patronato della ricchezza e de’ servigi, ma coll’avere ciascuno fra quelli il suo compare; prodigava gl’inchini e i titoli d’eccellenza, non mettendo limiti alla sommessione nè decoro nella riverenza; quanto l’odierna plebe di Londra, obbediva a un semplice cenno del messer grande, bargello che, col suo berretto segnato dallo zecchino e dalla mazza, bastava a mantener l’ordine nelle affollatissime feste. Le quali erano nuova occasione di mescolare ricchi e popolani, sudditi e magistrati, fosse alle sagre di Santa Marta o del Redentore, ove si confondeano nelle cenette improvvisate, fosse all’Assensa, dove il trionfo del gondoliere lo facea carezzare da’ nobili, fosse quando il pescatore di Poveglia o il vetrajo di Murano era perfino ammesso a baciare il principe. Le rivalità fra Castellani e Nicolotti, abitanti delle due parti della città, riduceansi il più spesso a gare di meglio valere nelle regate o alle forze d’Ercole; e se prorompevano in risse, l’indulgenza patrizia le perdonava, quantunque fossero costate sangue.

I sudditi d’oltremare venivano trattati come conquista, vilipesi, immolati al monopolio della dominante; se ne fortificava il paese quanto bastasse per tenerli in soggezione, non per garentirli dai nemici; non vi si lasciavano tampoco le cariche municipali; e il mandarvi il podestà e il capitano del popolo offriva un modo di occupare i nobili, e cogl’impieghi fuori risarcirli della oppressione che in patria cresceva. Di fatto da tali colonie venne un alteramento alla costituzione, introducendo un’altra nobiltà, meno dipendente dalla Signoria, e che avrebbe potuto emanciparsi se non fosse stata impedita dalla vigilanza degli Inquisitori.

I sudditi di terraferma stipularono prerogative quando si diedero alla repubblica; appoggiati alle quali, conservavano i prischi statuti, le procedure, sin gli uffiziali antichi, e l’attentarvi era caso di Stato, competente al tribunale dei Dieci. La nobiltà vi formava un corpo con privilegio ed autorità, ma per nulla partecipe al dominio; perciò odiava l’aristocrazia veneta, della quale trovavasi pari in grado, suddita in diritto: e fu uno de’ maggiori sbagli del veneto Governo il non provvedere, come Roma antica, a fondere il meglio della nobiltà di terraferma colla imperante, col che avrebbe risanguato questa di famiglie e di denaro, e congiunto i dominati coi dominanti.

Vi andava da Venezia un podestà, che durava sedici mesi, e a cui era sottoposto il consiglio dei nobili, che rappresentava ciascuna città: al capitano, pure spedito di là, era sottoposta la rappresentanza territoriale, eletta dai diversi Comuni. Ogni città ed ogni territorio teneva nunzj a Venezia per tutelarne gl’interessi; i luoghi minori sovente sceglievano a patrono qualche Veneto de’ più illustri e poderosi. Alle fortezze comandava un provveditore, dipendente dal capitano della provincia.

Nelle città di terraferma il consiglio era composto di soli nobili: ma alcune, come Padova, tra questi ammettevano famiglie nuove, mediante lo sborso di cinquemila ducati; spediente finanziario che apriva un adito alle case venute su. Generalmente ne restavano esclusi quelli che fossero debitori verso il pubblico. A Verona il consiglio era di cencinquantadue nobili, trenta de’ quali ogni anno restavano in vacanza; dei cenventidue rimanenti, cinquanta duravano in uffizio tutto l’anno: degli altri settantadue una muta ogni due mesi formava il consiglio dei Dodici, che coi cinquanta interveniva al consiglio: ogni anno i cinquanta passavano nelle mute, e quei delle mute nei cinquanta, uscendone trenta per dar luogo a quelli in vacanza; ai morti o assenti per carica si suppliva col trarne dei nuovi a sorte. In qualche città ogni nobile aveva entrata al consiglio e voce negli affari di maggior rilievo; al quale consiglio, oltre il votar le imposizioni e amministrarle, e fare decreti pel buon ordine, competeva l’eleggere a tutte le cariche comunali. Anche la giustizia rendeasi da collegi paesani, e secondo statuti proprj; e lo statuto di Verona meritò venir inserito nelle Repubbliche degli Elzeviri; e vogliamo ricordare come imponeva che le liti tra parenti fossero compromesse in arbitri, i quali risolvessero senza strepito di giudizio e inappellabilmente.

Tenuissime le tasse, riducendosi a un lieve testatico e all’imposta sulle macine; anzi la Dalmazia costava di gran lunga più che non fruttasse, se non che procurava grande attività di commercio. I magistrati erano piuttosto molli che tirannici; poteano accusarsi di negligenza nel proteggere e punire, anzichè di prepotente intervenzione; e qualora si dubitasse di mal governo, vi si spedivano sindaci inquisitori.

Tutto era dunque preparato per la conservazione, e niuno Stato sciolse più insignemente questo problema, durando per secoli senza quasi rivoluzione, e meritando perciò le lodi de’ politici nostrali e forestieri. Alla conservazione e all’incremento della metropoli si dirizzavano i sentimenti e le forze, vi si sagrificava tutto, persino la libertà; e se si ponga mente alla contentezza de’ sudditi, all’agio, alla calma, ai soccorsi, non si potrà che lodare la Signoria. Ma è obbligo dell’uomo e degli Stati anche il progredire, quindi non voler infiacchire tutte le membra per sicurezza della testa, non intercidere le vie di segnalarsi, non surrogare la ragion di Stato alla giustizia, non volere che una classe maggioreggi a depressione delle altre, nè con autorità violenta soffocar le passioni personali, e abbattere chiunque si elevi dalla folla.

L’aristocrazia portava nel governo le virtù che le sono proprie, una politica non allucinata da passione personale, una costanza che non si frange sotto le maggiori traversie, un segreto geloso, un’economia più savia quanto erano maggiori le ricchezze pubbliche; ma insieme mancava degli impeti de’ popoli liberi, della generosità verso i vinti, di quelle speranze che non si valutano a denaro: non guardò mai l’Italia come paese fratello; e come colla Toscana si alleò per difendere la libertà da Mastino della Scala, così si alleò coi Visconti per acquistare signoria nella penisola.

Quando le Repubbliche perivano e fin l’indipendenza in Italia, si compilò a Venezia il libro d’oro, titolo impreteribile della nobiltà; e allora entrarono tutti i malanni dell’aristocrazia, primogeniture, fedecommessi, esclusione de’ matrimonj men nobili; e dietro a ciò, sprecare in lusso, in fabbriche, in ville a Murano, poi sulla terraferma, e nel decorare la neghittosità.

Quelli che si erano assicurato la dominazione, sempre più faceano sentire la propria superiorità ai nobili minori e alla plebe. Oltre i nobili ricchi, ve n’avea di poveri, detti Barnabotti, non capaci di sostenere il dispendioso onore degli impieghi; e con sovrana arroganza reclamavano quel che oggi si chiama il diritto al lavoro, e lo Stato dovea soddisfarvi col mantenere magistrature e cariche superflue, de’ cui stipendj vivessero costoro. Ed erano veramente la zavorra e il disordine della repubblica, petulanti coi popolani di cui si ostentavano protettori, striscianti coi grandi, turcimanni d’intrighi, di sollecitazioni e di brogli. Nel maggior consiglio, che pur rimaneva nominalmente il vero sovrano, tutti i nobili aveano voto eguale, e perciò vi prevaleano i poveri, che erano i più; di qui il bisogno di carezzarli; e nobili ricchi e nobili poveri si scialacquavano inchini sotto le procuratìe e nel brolo, dove il giovane ammesso al maggior consiglio veniva presentato da dodici compari, e riconosciuto da quelli nel cui novero entrava; dove chi aspirasse a dignità compariva in atto supplichevole, togliendosi di spalla la stola per metterla sul braccio, menandosi dietro parenti e amici nell’atto stesso, e profondendo riverenze e baciamani.