Ripetiamo che tuttociò si riferisce a tempi posteriori; ma noi volemmo qui ridurlo, a confronto de’ governi delle prische repubbliche italiane, e del bene e del male che sarebbe potuto derivare dal loro spontaneo svolgimento. Certo, per tempi nuovi d’esperienza, mirabile era l’ordinamento di Venezia; se l’aristocrazia si fece tiranna, era però amata dal popolo, che neppure oggi ne perdette il desiderio; si sopracaricò di pesi, e ricordò che non lede tanto il potere, quanto il modo ond’è esercitato. Del resto a Venezia trovavano asilo i profughi d’ogni paese e i principi caduti; ivi maggior libertà di costumi, e poi di stampa; e lo spionaggio, che formò l’obbrobrio della sua vecchiaja, era piuttosto una vessazione che una tirannia, intanto che quel potere permanente schermiva dalle popolari stravaganze e dai tumulti consueti alle altre città.
Nelle relazioni colle repubbliche italiane Venezia tendeva ad accaparrarsi il commercio sul Po, e trarne il grano qualvolta fosse impedito il mar Nero o vi trovasse più favorevoli condizioni. E poichè l’annona è di supremo rilievo in città senza terreni, nominò intendenti a quest’uopo, e ad imitazione de’ Saraceni proibì di asportarne se non quando fosse disceso a un dato prezzo.
Fra ciò proseguiva le conquiste, e Corfù, Modone, Corone ricevettero conservatori da essa, la quale procurava nuove colonie coll’assegnar feudi. Molte guerre ebbe a menare, singolarmente per tenere sottomessa Candia, che per sessant’anni (1307-65) stette, si può dire, in uno stato d’insurrezione, che vorrà chiamarsi o ribellione, o generosa resistenza a un turpe mercato. Poi i Veneziani stessi ivi posti in colonia si ammutinarono, volendo che tra essi venissero scelti venti savj pel maggior consiglio della madre patria, non dovendo perdere questo diritto perchè accasati altrove: ricusati, si separarono perfino dalla Chiesa latina, e in luogo di san Marco tolsero a patrono san Tito; uccisero chi non volesse parteggiare con loro, e ricevuti a scherno i deputati di Venezia, si accinsero a respingerne le armi. Luchino Dal Verme capitano di ventura portò seimila uomini su trentatre galee contro l’isola dalle cento città, e a gran fatica la sottomise: ma ben presto questa si rialzò, e per tenerla in soggezione furono uccisi i capi, distrutte le città di Anapoli e Lasito e tutte le rôcche, portatine via gli abitanti, disertato il contorno e proibito avvicinarvisi, e tolto ogni diritto, ogni magistratura. Sono triste pagine nella storia d’una repubblica.
Pure il Levante sarebbe dovuto essere il campo delle attività di Venezia, che invece volle impacciarsi colle vicende d’Italia, e dopo caduto Ezelino cominciò a porre un piede in terraferma, a suo grave costo. Le disgrazie ed umiliazioni che essa toccò dopo serrato il gran consiglio, non erano conseguenza di quest’atto; pure smentivano coloro che credevano dalla concentrazione dovesse venirle robustezza.
CAPITOLO XCVII. Prosperamento delle repubbliche in popolazione, ricchezze, istituti.
Bastano già questi cenni a chiarire che gl’inconvenienti della libertà non impedivano l’inoltrarsi della civiltà; e a chi non sa che deplorare quell’età burrascosa, risponde la rapida floridezza delle repubbliche. Tutte s’allestirono d’edifizj, a comodo, a difesa, ad ornamento; rinnovaronsi di mura, estendendole ad abbracciare i borghi e le cattedrali; acciottolarono, lastricarono, fognarono le vie; provvidero ponti, cloache, acquedotti, strade; nei palazzi del Comune sfoggiarono a gara solidità e magnificenza; abbellironsi di chiese, monumenti insieme di pietà e d’amor cittadino, considerandole come la più nobile immagine della patria: l’uomo era richiamato alle severità della vita, metteansi in equilibrio il pensiero e l’azione, le combinazioni astratte dell’ideale e l’inflessibil misura del possibile.
Quale giacesse la campagna italica al cadere dell’impero romano, ci fu veduto, e la dominazione dei Barbari non potè che peggiorarla. Epifanio vescovo di Pavia, dirigendosi a Ravenna, ebbe a serenar molte notti sulle rive del Po, che sotto Brescello impaludava senza più letto. Crede il Muratori che nel 734 si fabbricasse la Cittanuova, quattro miglia da Modena, per guardare la via Emilia dagli assassini annidati nelle foreste di colà. Il panegirista di Pavia ci dice che vi abbondavano le stufe, per la molta legna provveduta da tante selve circostanti. Son nominati laghi nel Lodigiano presso Casal Lupano; se anche è favola l’altro che si stendeva a San Floriano, Santo Stefano, Fombio, Guardamiglio. Nel Padovano conservano tuttavia il nome di gazzo o guizza o fratta i terreni allora boscosi. Pistoja era tutta circuita da paludi, da cui la liberò un miracolo di san Zenone vescovo di Verona, onde Gregorio Magno vi mandò il primo vescovo nel 594; e frequenti vi s’incontrano ancora i nomi di pantano, piscina, padule, acqualunga. Modena nel X secolo fu spesso ingombra, talora sommersa dall’acqua spagliante: al vescovo di Bologna trovansi donate immense selve e valli peschereccie a occidente di quella città: quattro o cinque laghi son menzionati presso il Bondeno, laghi e stagni attorno a Parma: di foreste e pescagioni abbondavano i beni della contessa Matilde. La vita di san Giovanni Gualberto, scritta l’XI secolo, attesta scarsissimi in Toscana i ponti.
Anche più tardi, ogni tratto s’incontravano e scopeti e boschi e fitte e marazzi, massime dove i fiumi sfociano nel Po, e dove questo, l’Adige e l’Arno scendono alla marina; si ha memoria della selva Merlata nel Milanese, della Lugana nel Bresciano, della Fetontea presso Altino, della Polaresco nel Bergamasco, a tacere i vastissimi tratti torbosi che si riconoscono quasi a fior di terra; e nelle vendite d’allora si aggiungeva la formola ordinaria cum sylvis, paludibus, piscationibus. Infesta di lupi era la Lomellina, che re Berengario mandò ordine di uccidere[47]. Ottone il Grande al marchese Aleramo nel 967 donava tutti i possessi del regno che si trovano nel deserto tra il fiume Tànaro, l’Orba e il mare, detti Gobundiasco, Balangio, Scelescedo, Sassola, Miolia, Pulcione, Gruaglia, Pruneto, Montore, Noceto, Masionte, Arco...[48]. Dalle tante selve restava forse irrigidito il clima, sicchè non radi ricorrevano inverni da gelare il vino nelle botti, e il Po da Cremona a Venezia fin a sostenere i carri[49].
Il feudalismo, restituendo alla campagna la gente e l’immediata ispezione del signore, poteva recare qualche rimedio; ma nocevano le servitù de’ beni, e l’essere il padrone sottoposto egli stesso a una supremazia che dava il diritto di confisca o di decadenza, e toglieva di spezzare il possesso, trasmetterlo a femmine, alienarlo; e laudemj, riversibilità, diritti d’investitura dimezzavano le proprietà, disanimando dai miglioramenti. I braccianti poi od erano servi, o liberi condizionati, tenuti a comandite; lo perchè le opere riuscivano meno utili, quand’anche il bisogno o l’ingordigia non portasse il barone a gravar le taglie a segno, che il censuario abbandonava il possesso, il quale rimaneva sodo.
Tali difetti scemarono, non disparvero sotto i Comuni: e le ripetute guerre e il modo di condurle[50]; le rappresaglie, per cui un forestiere danneggiato in un paese poteva spingere su questo la vendetta de’ suoi patrioti, o almeno sui beni dell’offensore e de’ suoi consorti; il condannarsi alla sterilità i terreni degli sbanditi e dei delinquenti, non lasciavano prosperare i campi. I vantaggi del commercio facendo meritare il denaro fino al venti, al trenta per cento, lo sviavano dalla terra. Improvvide ordinanze or prefiggevano una data specie di coltura, ora il prezzo delle derrate, o di consegnarne una parte, o di non asportarle; e i vicini o per continua gelosia o per incidente rottura negavano di più riceverle[51]. Onde avere cavalli per le guerre, bisognava tenere sconfinate praterie, a scapito delle biade mangerecce[52].