I primi miglioramenti anche in ciò vennero dalla Chiesa. I monaci per istituto abbonivano i campi; e i Cistercensi, ammonastierati intorno a Milano, teneano sui lontani poderi una colonia di conversi per lavorarli, mentre sui vicini si esercitavano essi medesimi con sì evidente frutto, che spesso erano invitati a risarcire in bene i campi altrui; e non è fuori di buona congettura che ad essi vada attribuito quel sistema d’irrigazione, che la bassa Lombardia arricchì dei pascoli perenni, ove più tardi si cominciò a fare i caci, tanto rinomati col nome di Parmigiani[53]. Chi avrebbe poi avuto a vile un’arte che vedeasi esercitata dai monaci? Frà Corneto domenicano nel 1231 indusse per devozione un popolo di gente a portar materiali, con cui interrò uno stagno attorno al suo convento, e subito lo sementò. Per queste e simili guise, al luogo del giunco e della ninfea comparivano man mano il ranuncolo, il trifoglio e i graminacei, salutifero pasto di mandre lattose. Ai beni delle chiese e de’ monasteri si avea rispetto nelle devastazioni e nelle taglie; laonde molti donavano ad essi le loro proprietà, ricevendole poi in prestarìa o a livello temporario o perpetuo.

Il livello, forma di possesso allora introdotta o estesa, metteva assai bene ad avvicinare il capitale e il lavoro, come oggi si dice. Vasti terreni incolti e sfruttati, a qual proprietario bastavano forze per domesticarli? Si spicciolavano dunque tra molti coltivatori, che, assicurati per lunghi anni, li lavorassero come proprj, retribuendo al padrone un tenue canone: questo traeva un vantaggio di là donde prima nessuno; il lavoratore s’accostava alla condizione di possidente sopra un terreno che lietamente adattava alla vigna e alla semente, perchè sicuro di trasmetterlo a’ suoi figliuoli[54].

Dacchè parve liberalismo l’attribuire il rimiglioramento d’Italia ai Musulmani per fraudarne i frati, si asserì perfino che quelli avessero introdotto fra noi la coltura dell’ulivo, mentre indubbiamente la troviamo anteriore[55]: come troviamo che era più estesa d’adesso, giacchè in Lombardia, a tacere il lago di Como ove frequentissimi sono menzionati gli uliveti, n’erano vestiti i poggi fra Bergamo e Ponte San Pietro, quelli di Mozzo[56]: d’uno nel Borgo Canale di Bergamo è cenno in carta del 933, e d’altri sulle colline bresciane, donde or sono quasi scomparsi.

Emancipati e divisi i possessi, colla libertà sottratti i paesani alla servitù personale e all’immediata oppressura dei feudatarj, alleggeriti i servizj di corpo e le riserve di caccia, si prese coraggio a scassare sodaglie, popolare solitudini e boschi, fognare pantani: correggie, dossi, polesini si dissero le strisce di terra che man mano si disseccavano; mezzani le tante isole fra Lodi, Pavia, Piacenza, cedute al continente dal recedere del fiume; novali i campi restituiti all’aratro; e ogni tratto le carte accennano che un podere est terra novalis et fuit nemus; villaggi e fin città conservano il vocabolo del Rovereto, del Saliceto, dell’Albereto a cui sottentrarono. Le campagne prosperarono, coltivate da braccia libere, cui la speranza era stimolo all’operosità, ed ajutate da capitali cittadini; le città intrapresero grandiosi lavori per l’irrigazione, e provvidero con regolamenti, non sempre opportuni, ai casi di carestia[57].

I Pisani portavano grande attenzione ai fiumi della loro pianura; e uno statuto del 1160 ingiunge al podestà che, in principio del suo magistero, scelga persone probe, con giuramento di esaminare gli acquedotti antichi e nuovi delle terre domestiche e dei prati, e le foci del Serchio, perchè ne rimanga facile il deflusso. La maremma senese era coltivata e popolosa, nei diplomi trovandosi ogni momento castelli, corti, terreni donati o venduti: il paese dalle creste dei monti al mare, posseduto dai Gherardeschi, era seminato di case e chiese, con vigne, uliveti, frutti, campi di sementa[58]. Il Cremonese, piano di tenue pendenza deposto dalle ambagi di quattro grossi fiumi che ne segnano quasi il confine, facilmente torna in loro balìa appena cessino le cure dell’uomo. Tanto era avvenuto già sul cadere dell’impero romano; e parlano d’un lago Gerundio, vasto per quarantacinque miglia, tanto che i Cremonesi vennero ad assediare Lodi con apparato terrestre e navale. Se ne procurò dunque lo scolo; il naviglio d’Isso e Barbata raccolse le acque de’ fontanoni, utilizzandole ad irrigare; poi trovandolo insufficiente, nel 1337 si estrasse dall’Oglio il Naviglio civico, e dallo sbocco di questo fiume venne arginato il Po, deviando il Delmone, e sanando così larghissimo territorio. Crebbe allora grandemente la popolazione, e non solo la città contava fin a ottantamila anime, ma Soncino ne aveva più di molte città, Viadana diceasi ricca di gente e d’averi, Soresina avea quindicimila teste, Casalmaggiore ventimila, e nelle sue campagne si coltivava lo zafferano sin nel XV secolo, e ad una piccola Venezia l’assomigliavano le tante navi e il vivo traffico.

Già nel secolo XI i Mantovani aveano intrapreso le sgarbate, fossi allo sbocco dei fiumi per immetterli in Po; ma ricorrenti inondazioni guastavano quelle campagne, sinchè Alberto Pitentino nel 1198 affondò il lago attorno a Mantova, con argini e sfogatoj da regolarne l’altezza, e sostegni fino a Govérnolo, ove scarica in Po; delle cadute poi da bacino a bacino si profittò per muovere gualchiere e mulini, che perciò rimanevano privilegio del Comune. Altri dilagamenti straordinarj avevano cambiato in paludi i colti là intorno, onde il vescovo Jacopo Benfatti nel 1332 investì a Luigi Gonzaga l’isola di Révere che erat perita, diruta, aquatica, paludosa, piscaritia cum casis palearum ac in totum sterilia, unico prezzo ed obbligo imponendogli di cingerla d’argini per frenare il fiume. Seguendo il costume della Repubblica, quel principe suddivise in livelli ad meliorandum quella contrada, che ben presto divenne delle più opime.

Di che vedasi quanta giustizia vi sia nel ripetere che la natura fe tutto per la Lombardia, nulla gli abitanti.

Allora sparirono gli stagni e le foreste del Bolognese e del Ravennate: Ferrara, ch’era nata come Venezia per bisogno di difendersi dai Barbari, e dove prima non furono che due torri, congiunte con un argine che fu poi la strada detta ancor Ripagrande, si estese intorno a quello, sistemò arginature che servissero anche di comunicazione, e le paludi di cui la circondava il Po convertì in ubertose campagne: i boschi del Modenese e del Ferrarese si disselvatichirono: a Milano furono portate migliori razze di cavalli, e cani alani e danesi di molta forza e grossezza; e con innesti forestieri migliorato il vino e introdotta la vernaccia. Il riso, cagione poi di spopolamento, veniva ancora di fuori, e si vendeva dagli speziali, cui in Milano fu imposto di non prezzarlo più di dodici soldi imperiali la libbra[59]; nè più di otto il mele, tanto prezioso avanti che s’introducesse lo zuccaro.

Del miglioramento fanno prova l’ampliarsi e abbellirsi delle città. Milano occupava appena una quarta parte dell’odierna superficie, eppure internamente avea campi, viridarj (verzèe), pascoli (pasquèe), e l’estesissimo brolo dell’arcivescovo: le case erano ad un solo piano, salvo poche solariate; alcune di mattoni, le più di graticci e creta e paglia, col tetto pure di assicelle e di paglia: fuori poi avea boschi, come il nemus di Sant’Ambrogio fuor porta Comasina, quel degli Olmi fuor porta Vercellina, ove fu decollato san Vittore, quello di Caminadella fuor porta Tosa. Appena rassettatosi dall’eccidio del Barbarossa, Milano estese il suo recinto cingendosi di una mura alta venti braccia con sei porte di marmo, fabbricò case e palazzi, nel 1228 «il broletto nel mezzo della magnanima città» (Corio), cioè il palazzo comunale, e cinque anni appresso il broletto nuovo, dove accogliere i mercanti e tutti gli uffizj. Il trovarsi discosta da ogni grosso fiume le disagevolava il commercio, massime degli oggetti di consumo; sicchè per trarre dalle Alpi il combustibile, le pietre e altri grossi materiali, e al tempo stesso irrigar le pianure, divisò il Naviglio grande, primo canale artifiziale delle nazioni moderne, che per trenta miglia conduce le acque del lago Maggiore fin alla città. Intrapreso nel 1179, cioè tre soli anni dopo che la città era risorta dalle ruine del Barbarossa, fu ripigliato nel 1257, e compito in modo da portar grosse navi. Pel canale della Muzza, cavato dall’Adda, il greto della Geradadda e del Lodigiano divenne la campagna più frumentosa di Lombardia.

Nel 1106 Pasquale II consacrava la cattedrale nuova di Parma: i Modenesi toglievano a rifabbricare la loro; cinquant’anni dopo scavarono il Panarello nuovo e il canal Chiaro, eressero il campanile, il palazzo comunale, la ringhiera, sbrattarono e selciarono le vie e i portici. A Cremona nel 1167 fabbricavasi il battistero, nel 1206 il palazzo comunale con porte di bronzo, nell’84 il terrazzo: e la città divisa in vecchia e nuova secondo le fazioni, allestivasi di mura esterne e interne. Dopo la peste del 1136 Bergamo alzava la chiesa della Beata Vergine Assunta, architetto Fredo: nella quale faceansi le adunanze, le paci, gl’istromenti; v’era scolpita la misura uffiziale; e la società di Santa Maria Maggiore era una milizia per difesa del Governo[60]. Brescia ampliava la mura, fabbricava le chiese e i monasteri di San Barnaba, San Francesco, San Domenico, San Giovan Battista, finiva il broletto, dilatava la piazza del duomo, conduceva tre canali dal Chiese e dal Mella per gli opifizj, a cura dell’insigne vescovo e signore Bernardo Maggi. Pisa si circondò di mura nel 1157, Lucca dilatò le sue nel 1260, Reggio dal 1229 al 44 per tremila trecento braccia, e uomini e donne, piccoli e grandi, rustici e cittadini portavano sassi, sabbia, calce, sul proprio dorso e in pelli varie e in sandali[61].