Padova nel 1191, podestà Guglielmo dell’Osa milanese, rendette il Brenta navigabile fino a Monselice, e vi sovrapose un ponte; nel 1195 rinnovava la mura; nel 1219 faceva il palazzo comunale con quella meravigliosa sala della Ragione; poi, appena redentasi da Ezelino, dava denari a tutte le chiese e conventi perchè riparassero ai guasti della guerra, s’ingrandissero e abbellissero; fece rinforzare la mura, ammattonare le vie interne, migliorare quelle del contado, arginare i fiumi e regolarli con roste e canali; e molti ponti che emulassero quelli de’ Romani ancora conservati in città; fabbricò il palazzo degli Anziani, finì il meraviglioso tempio del Santo, eresse Castelbaldo sull’Adige per fronteggiare gli Estensi e gli Scaligeri, allestì il Prato della valle per la fiera e per le corse al pallio. Agl’incendiati dava un compenso, purchè entro un anno avessero riedificata la casa: chi aspirasse alla cittadinanza, doveva acquistar un garbo, tratto di sodaglia su cui ergevasi un’abitazione: proibì perfino di trasferire possessi e rendite o qualsifosse diritto sopra immobili in chi non prendesse stanza nel territorio padovano[62].
Bologna vide sorgere cento torri, fra cui quella degli Asinelli e quella de’ Garisendi, decantate la prima per l’altezza, l’altra per l’obliquità, si cinse d’una terza mura più ampia, rassettò tutte le vie e i ponti, coprì l’Avesa che riceveva le immondezze, dispose il nuovo mercato a Galliera, opera sovra l’altre bellissima, comoda e lodevole, e tra molte chiese la Nunziata delle Pugliole, opera di Marco bresciano, e quella degli Alemanni fuor porta Ravennate pei Tedeschi che pellegrinavano a Roma; del Reno introdusse un ramo in città a movere trentadue mulini; un altro diresse fino a Corticella perchè le navi arrivassero a Ferrara; tirò pure in città l’acqua della Dordogna e quella della Savena per macinare il grano, e per servizio di tinger la seta e i panni di grana e scarlatto; compita la qual opera, si fece tridua solennità, e fu posto un ricordo al podestà Pirovano milanese. In breve giro d’anni vi furono fabbricati il palazzo della biada, la croce di piazza, le nuove prigioni, i granaj del Comune, Castel San Pietro, la chiesa di Santa Tecla; fortificate e provviste le castella del contado; oltre le grandi spese logorate negli eserciti: e il grano valea soldi cinque la corba, soldi sette il sale, nove il carro delle legne grosse, sei il vino alla corba[63].
Da un milanese, podestà a Firenze, ebbe nome la cittadina di Pietrasanta; dall’altro milanese Rubaconte di Mandello, il ponte più ampio e spazioso di Firenze, il quale pur fece lastricare molte vie: poi nel 1277 essa città comprava le terre fra Arno e Mugnone per porvi il borgo Ognissanti. Siena nel 1228 innalzava San Domenico, nel 58 Sant’Agostino, nell’84 il palazzo della Signoria in quella bellissima piazza del Campo dove undici strade sboccano, e alquanto dopo la sveltissima torre del Mangia. Volterra nel 1206 fabbricò nuove mura e il palazzo de’ Priori, poi da Nicola Pisano faceva erigere ed ampliar la cattedrale. Prato nel 1284 ergeva il palazzo del Popolo, e nel 92 lastricava le strade. A San Geminiano in Valdelsa ammiravansi palazzi pubblici e privati e chiese, fra cui bellissima la collegiata, e fontane, e quattordici torri di bellissimo finimento, e l’altissima del Comune, per la cui fabbrica ogni podestà doveva rilasciare parte dello stipendio, col diritto di porvi il proprio stemma.
Che serve allungarla? visitate l’Italia, e vedendo quei porti e quei moli stupendi, e le gran torri e le cattedrali, domandate chi le eresse, e sempre vi si risponderà: — Il popolo, quando a popolo si reggeva».
Stando ai computi del Cibrario, le terre di Piemonte nel secolo XIV avrebbero avuto appena un quinto della popolazione odierna; mille Carignano, duemila censettantacinque Ciamberì, duemila censessantacinque Rivoli, tremila ottocentrenta Moncalieri e Pinerolo, tremila trecento Cuneo, seimila seicensessantacinque Chieri, mentre appena quattromila ducento ne contava la odierna capitale. Le repubbliche invece quanto fossero divenute popolose lo attestano, se non foss’altro, le tante guerre; Bologna mise in campo contro ai Veneziani trentamila pedoni e duemila cavalieri; Milano, ricca di ducentomila abitanti, esibiva diecimila guerrieri a Federico II per la crociata, venticinquemila ne armava contro Lodi, sessantamila contro Brescia, compresi gli alleati; da Cremona la fazione trionfante espulse centomila persone; Ezelino ne rapì diecimila da Padova; Pavia accampava due a tremila cavalieri e quindicimila pedoni; il territorio bresciano dava quindicimila armati dai quindici ai sessant’anni. Genova, che nel 1345 ampliò la sua cerchia dalla torre di San Bartolomeo dell’Olivella sin alla punta del mare verso San Tommaso, e nel 1291 per duemilacinquecento lire comprò l’area fra San Matteo e San Lorenzo, dove in due anni fabbricò il palazzo del Comune, nel 1293 metteva in ordine un’armata di ducento galee e quarantacinquemila combattenti, tutti nazionali; eppure tanti ne rimasero, da provvederne altre quaranta, senza per questo lasciare sguarnite le riviere e la città[64]. Ivi le fazioni dei Doria e Spinola allestivano ciascuna da dieci a sedicimila uomini d’arme: fate ragione delle altre.
Massa, che or non arriva a duemila, contava ventimila abitanti; Savona novemila; in Pisa più di trentamila famiglie furono in grado di pagare il fiorino imposto a ciascuna per la fabbrica del battistero. Di Siena si dice nella peste del 1348 esser perite ottantamila persone, che erano quattro quinti della popolazione, la quale così sommerebbe a centomila. A Firenze nel 1336 si contavano novantamila bocche, non computando i forestieri, i soldati, le comunità religiose, talchè salirebbero a centomila; ma dai battesimi[65], che erano da cinquemila ottocento in seimila l’anno, proporzionandoli al quattro per cento, si arguirebbero cenquarantamila abitanti.
I matrimonj si favorivano con distinzioni e con feste; a Como il vescovo mandava (nè il rito è dismesso) agli sposi più illustri di quell’anno la palma che riceveva la festa degli ulivi. Il senato di Bologna ai principali spediva una cappellina di panno rosato, che lo sposo soleva portare per otto giorni[66]. Raro il celibato, e tutti i figliuoli ammogliandosi, formavansi famiglie numerose. Il padre di Pier degli Albizzi ebbe cinque figliuoli, e venuta una briga civile nel 1335, si trovarono trenta cugini in età sufficiente alle armi[67].
Frequente si rinnovava la peste: e a tali disgrazie non mancarono que’ funesti delirj, da cui neppure l’età nostra può vantarsi immune; si attribuivano a unti pestiferi o a pozzi avvelenati, e se ne imputavano principalmente gli Ebrei, perciò perseguitati fieramente. Nel 1321 si bucinò che i lebbrosi avessero fatto una strana congiura d’infettare tutto il mondo: il vulgo colla feroce sua credulità accettò questa diceria, e buttandosi addosso a quest’infelici, li trucidava, li bruciava vivi, lasciavali morir di fame.
Le quarantene erano precauzioni sconosciute, fin quando Venezia nel 1403 tolse agli Eremitani l’isola di Santa Maria di Nazaret per collocarvi le persone sospette e le provenienze di Levante onde spurgarle. Un magistrato di sanità vi fu organizzato nel 1475 come stabile e ordinario, composto di tre provveditori nobili annui, con podestà d’infliggere multe, carcere, galera, tortura. Questo primo esempio imitato valse non poco a preservare l’Europa, la quale non vorrà smettere le quarantene finchè la Turchia non sia incivilita.
Gran cura della sanità pubblica si presero gli statuti, provvedendo alla nettezza delle vie, a disperdere le acque stagnanti e procurarne di potabili, proibir le carni malsane e la propagazione delle epizoozie; talora spinsero la pulitezza allo scrupolo, come quei di Casale che alle rivendugliole di pane vietarono di filare. Federico II dettò buoni ordini salutari pel suo regno; i cadaveri si sepellissero quattro palmi sotterra, il lino e la canapa si macerassero un miglio distante dall’abitato, si gittassero in mare le carogne. Trovansi pure stipendiati medici perchè gratuitamente servissero; a Bologna nel 1214 Ugo da Lucca non dovea ricevere dai privati veruna mercede, salvo che la legna e il fieno. La legge veneta del 24 marzo 1321 proibiva di esercitar medicina e chirurgia se non approvato in qualche università; ordine già prevenuto da esso Federico.