Il vivere comunale faceva si gareggiasse anche in opere di beneficenza, volendo ciascuno avere nel proprio paese e nella propria corporazione soccorsi a tutte le miserie. La storia degli ospedali è delle più interessanti in quella de’ nostri municipj. La carità cristiana aveva insegnato a prender cura de’ projetti, che Atene, Sparta, Roma abbandonavano o uccidevano. Il primo orfanotrofio fu aperto da Dateo arciprete di Milano nel 785, stabilendo vi fossero allevati gli esposti fino ai sei o sette anni, dopo di che rimanessero liberi, rinunziando cioè al diritto di tenerli per proprj servi. L’ordine dello Spirito Santo aprì case per essi a Marsiglia, a Bergamo, a Roma, ove Innocenzo III sistemò con generosissima carità l’ospedale di Santo Spirito (t. VI, p. 243). Firenze aveva di tali ricoveri nel 1344, Venezia nel 1380, e così altre città. A Vercelli era fin dal 1150 un ospedale degli Scoti pei pellegrini di Scozia e d’Irlanda, e quello del canonico Simon di Fasana pei poveri francesi e inglesi: prova della quantità di forestieri che vi capitavano.
Gl’incendj succedevano frequenti, in grazia delle case di legno e di paglia. Nulla più facile che attribuire a malizia questi disastri, che nessuno vuol confessare dovuti a propria negligenza, e perciò severe pene si comminavano agl’incendiarj: cento lire a Moncalieri; mille soldi a Nizza di mare, e la testa se non avessero di che pagare; a Torino erano bruciati vivi. Di miglior senno fecero prova il Comune di Garessio stabilendo che, qualora non si scoprisse il reo, i danneggiati fossero rifatti dal Comune; e Siena mantenendo spegnitori del fuoco, emendando del pubblico le case e le masserizie danneggiate[68]. All’uopo stesso Ferrara nel 1288 prescriveva le case non si coprissero di paglia, ma di tegoli; Casale di Monferrato, non si facesse fuoco in casa non coperta di tegoli di buona terra; si tenevano guardie notturne; si allontanavano i pagliaj dall’abitato, si vietava d’accender fuoco quando tirasse vento. Firenze nel 1344 istituì i vigili, che, avvisati da una vedetta, accorrevano al primo manifestarsi d’un incendio[69]. Il Breve comunis pisani del 1236 provvede all’illuminazione della città, e non solo nelle strade più frequentate, ma ne’ chiassi e vicoli, con lampioni numerati e guardie notturne.
In tutto ciò voi ravvisate quel nobile e faticoso uscire da uno stato depresso per elevarsi a un migliore; e generalmente conservavasi molta modestia nel vivere privato, mentre voleasi che il pubblico prosperasse. Si aveva gran mistura di male, ma progresso; e la ricchezza pubblica era tale in quelle repubblichette così derise dagli odierni dottrinarj, da uguagliare ciascuna i floridi regni. Firenze nella guerra contro Mastin della Scala spese seicentomila fiorini d’oro, tre milioni e mezzo in quella contro il conte di Virtù, undici milioni e mezzo dal 1377 al 1406.
Meglio delle guerre ne piace rammentare le pubbliche costruzioni e il fiore delle arti belle, deve ogni nostro Comune ardiva quel che appena l’Inghilterra o la Francia: e le città, che pur aveano vicinissime città altrettanto floride, compirono imprese quali neppur si videro allorchè furono centro di vasti Stati, come Firenze o Venezia. Gran prova che sapeano e creare le ricchezze e conservarle con quell’economia che è prima dote di governi repubblicani, non spendendo mai di là del ritratto, o affrettandosi a spegnere i debiti, come era naturale in paese dove i magistrati, uscendo ogni anno o poco più, doveano render ragione dell’operato. Sol quando i principi sottentrati furono costretti a comprare la fedeltà e la difesa, e mantenersi con lusso, non si fecero coscienza di compromettere l’avvenire, e coi debiti preparavano nuovo impaccio alle finanze. A repubblica si reggevano le terre svizzere, e in paese poverissimo riuscirono a cumular capitali, di cui fecero poi comodità ai principi, e vennero a vantaggiare di territorj. Berna e Friburgo aveano largamente sovvenuto i duchi Lodovico e Amedeo IX di Savoja, singolarmente per le spese occorse a far l’antipapa Felice e a comprare il regno di Cipro. Scaduti i termini, e non potendo soddisfare, dopo profusi doni onde guadagnarsi i cittadini più creduti, i duchi dovettero lasciar occupare da essi il paese di Vaud, che cessò di appartenere alla lor casa. Così vedremo avvenire di terre del Milanese, occupate per sempre da Svizzeri e Grigioni.
Che se le repubbliche erano costrette ricorrere a prestanze private, seppero convertirle in un nuovo mezzo di comodo e prosperità; e i primi tentativi nella scienza del credito sono dovuti agl’Italiani. Fin verso il 1156, trovandosi esausto l’erario veneto, il doge Vitale Michiel II propose un prestito forzato sovra i megliostanti, meritandoli al quattro per centinajo. Si formò così il primo banco di deposito, non di emissione; i contratti si faceano e i viglietti si traevano dai mercanti, non al corso della piazza, ma in moneta di banco, cioè in ducati effettivi del titolo più fine. Nuova forza acquistò dacchè il Governo introdusse di fare i suoi pagamenti in viglietti siffatti; poi vi s’aprì partita di dare e avere, talchè i fondi depositati si giravano da un nome all’altro, come oggi nel gran libro di Napoli, e pagavansi cambiali per conto di privati. Da principio il banco rifiutava i capitali di forestieri; e nel prestito del 1390 un decreto speciale vi volle per accettare trecentomila scudi da Giovanni I di Portogallo. Tanto credito ispirava, che si potè estrarne quasi tutto il denaro effettivo, senza incutere sfiducia. A questo monte vecchio s’aggiunse il nuovo nel 1580 per sostenere la guerra di Ferrara; infine il nuovissimo nel 1610 dopo la guerra coi Turchi; indi delle loro reliquie si costituì nel 1712 il banco del giro, che continuò fin all’omicidio di quella repubblica.
Matteo Villani ci descrive partitamente le operazioni del banco de’ Fiorentini, la riduzione, la liquidazione, la redenzione[70]. A Siena il Monte de’ Paschi fu introdotto per prevenire le usure, prestando a soli Senesi, e sodando piuttosto sulla probità individuale, garantita da una o più persone solide. Monumento più insigne è il banco di San Giorgio a Genova. Questa Repubblica contrasse un debito fin dal 1148 allorchè conquistò Tortosa; lo crebbe poi nelle successive vicende, sinchè nel 1250 fu addensato sotto il nome di Compera del capitolo, descrivendo in un cartulario ventottomila luoghi, sommanti a due milioni e ottocentomila lire d’allora, quando da un’oncia d’oro di pajuolo tagliavansi lire tre, soldi dieci, denari tre. Così fu consolidato il debito: ma la guerra con Carlo d’Angiò portò la compra d’altri quattrocentoventi luoghi; d’altri l’assedio de’ Ghibellini e le guerre d’Enrico VII e le successive; quattrocento novantacinquemila fiorini d’oro vi aggiunse quella di Chioggia; di più l’amministrazione del Boucicault, talchè la Repubblica era in procinto di fallire se non si fosse trovato uno spediente. Solea Genova ai creditori dello Stato cedere i proventi di alcuni dazj indiretti: essendo però le varie imposte destinate ad uffizj diversi, andavano in troppa parte assorbite dalle spese; laonde per semplificazione si ridusse ogni cosa in un collegio di otto assessori col nome di San Giorgio, nominati dai creditori, e obbligati a render conto soltanto a cento di questi. I debiti anteriori di variissima forma vennero consolidati al sette per cento: luogo chiamossi ogni unità di credito, consistente in cento lire, e che si poteva trasferire; colonne un certo numero di crediti, riuniti sopra un solo logatario o creditore; compere o scritte la somma totale dei luoghi, equivalenti ai monti di Firenze, di Roma, di Venezia. Registravansi in otto cartularj, secondo gli otto quartieri della città, rilasciando ai creditori polizzine col nome di essi e colla firma del notajo; nè dovevasi emetterne alcuna che non vi fosse l’equivalente valore nelle sacristie o casse; e pagavansi a vista. Gli otto protettori formavano ogn’anno un gran consiglio di quattrocentottanta logatarj, metà a sorte, metà a palle. I magistrati superiori della Repubblica doveano giurare di proteggere inviolato il banco.
Lo crebbero i molti denari depostivi da privati, e i moltiplici, come chiamavansi certe disposizioni fra vivi o per testamento, mercè delle quali i proventi d’alquanti luoghi lasciavansi accumulare onde comprare altri luoghi, fin ad un certo termine, di là dal quale si applicavano ad istituzioni pie o ad altro uso. Luoghi sopravanzati alla quantità richiesta per gli annuali interessi di qualche nuova prestanza, moltiplicavansi a pro della repubblica, e costituivano le code di redenzione, che oggi diremmo fondo d’ammortizzamento; e questo operava così efficace, che, malgrado più di sessanta prestiti fatti alla repubblica, il banco diminuì i suoi luoghi da quattrocensettantaseimila settecento che erano nel 1407, a quattrocentrentatremila cinquecenquaranta, che trovavansi nel 1798, e di cui una quarta parte erano disposti a pubblica utilità. La Repubblica, non bastando a difendere Caffa dai Turchi, e la Corsica da re Alfonso il Magnanimo, le cedette a San Giorgio, che così fu ad un tempo banco di commercio, monte di rendite, appalto di contribuzioni e signoria politica.
Mentre le inesorabili fazioni rendevano impossibili in Genova e la libertà e la tirannide, quella società, meglio consigliata, tutelava la pace e l’ordine; continuò anche dopo mutati i modi e le vie del commercio: dal saccheggio degli Austriaci nel 1746 risorse, soccombette a quel dei Francesi nel 1800.
Con savie regole anche la città di Chieri nel 1415 eresse un monte, a mezzo del quale spense il debito per cui rispondeva sin il dieci e dodici per cento. Era costituito di diecimila genovine nè più nè meno; cioè lire centosettantottomila, assicurati capitale e interessi sui beni del Comune, divise in luoghi che rendeano il cinque, poteansi vendere e permutare, e chi n’acquistasse uno diveniva borghese di Chieri. Essi luoghi non doveano perdersi nè sequestrarsi per qualsivoglia misfatto, neppure di maestà: i principi di Savoja nè i loro ministri non potevano acquistarne: al Comune era dato in qualsifosse tempo redimere quel debito[71].
In tal proposito non vogliamo preterire due istituti, dimenticati dagli storici. Dodici nobili di Pisa nel 1053 cominciarono l’Opera della misericordia, contribuendo venticinque libbre di grossi ciascuno, i quali si dovessero trafficare, e del guadagno dotare povere fanciulle, riscattare schiavi, sovvenire vergognosi: bellissima alleanza della carità cristiana coll’industria moderna. Nel 1425 s’inventò a Firenze un monte delle doti, ove mettendo cento fiorini, in capo a quindici anni se n’avea cinquecento in dote a chi si maritasse, restavano al monte se l’assicurato morisse o andasse religioso[72]. Dove ravvisate quelle tontine e quelle casse di mutuo soccorso e di provvidenza, che tanto or prosperano in Francia e in Inghilterra.