CAPITOLO XCVIII. Costumi. — Liete usanze. — Spettacoli.
Non è mestieri che chiamiamo il lettore ad avvertire come fossero mutati i costumi. Quel lusso corruttore, che le fatiche d’intere provincie consumava ai godimenti e alle futili vanità di un solo, qual vedemmo al declinare del romano impero, dovette cessare sotto i Barbari, semplicemente rozzi.
In un placito tenuto da Adalardo in Spoleto, al principio del regno di Lodovico Pio, ci è descritto un palazzo romano: dal proaulio si passa nel salutatorio destinato al ricevimento; segue il concistoro, ove trattare i segreti; poi il tricoro o triclinio, ove i convitati sedevano in tre ordini di tavole, tra i profumi esalanti dall’epicaustorio; ivi camere estive ed invernali, ivi terme o bagni, ginnasio per le dispute e gli esercizj, la cucina, il colombo o piscina da cui venivano le acque, l’ippodromo per corse di cavalli. Evidentemente è l’avanzo d’un palazzo antico, e tale costruttura si abbandonò coi nuovi costumi.
Delle case la maggior parte non aveano che il pian piede, alcune erano coperte di tegoli (cupæ o cupellæ), molte di assicelle (scandulæ) o di paglia. Da ciò gl’incendj frequenti, che talvolta distruggeano mezze le città, colpa dei quali, dice Landolfo sotto il 1106, Milano quasi più nessun muro avea di pietra o di cotto, ma solo di paglia e graticci. Scambia egli per effetto la causa; ma è vero che ajutava gl’incendj il mancar di camini. Gli antichi poco usavano tale comodità, accendendo il fuoco in mezzo alla stanza, e per un foro mandando il fumo. De’ camini colla canna innestata nel muro parla Galvano Fiamma nel XIV secolo come di trovato recente: Andrea Gattaro vuole che Francesco Carrara il vecchio da Roma nel 1368 ne portasse l’uso, dapprima ignoto: vent’anni di poi il Musso notava come le case di Piacenza fossero splendide, nitide, ben guarnite a masserizie, con armadj, stoviglie e vasellami diversi, orti, cortili, pozzi, vasti solaj, belle camere, alcune delle quali col camino[73]. In Roma la casa che vulgarmente chiamano di Pilato, e che appartenne a un discendente del console Crescenzio, è una fortezza all’uso di quel tempo, rimessa in essere da Cola di Rienzo per difendere il ponte Rotto; pesantissima nella sua solidità, straornata di pezzi tolti di qua di là, con bizzarri capitelli e rozza iscrizione[74].
Nella feudalità ogni signore, fatto quasi un piccolo re, avea grandi entrate, ma dovea spendere assai nel mantenere l’estesa famiglia, oltrechè le sue entrate consistevano in derrate piuttosto che in denari. Il palazzo prendeva l’aspetto, sovente anche la forza di un castello; grosse mura, poche finestre o nessuna, torri agli angoli, merli al tetto, una fossa intorno con ponte levatojo, che metteva alla porta principale, difesa da balestriere e feritoje e da saracinesca caditoja. Attorno al cortile, che serviva agli esercizi soldateschi, erano la cucina, colla dispensa per la cera e per le spezie; ampie scuderie, cogli altri bassi servigi; una sala d’arme, ov’erano disposte quelle da battaglia e da caccia; il tinello, bastante non solo pei famigli ma per gli ospiti numerosi. In quello del principe d’Acaja a Pinerolo nel 1367 mangiavano centrentanove persone, fra cui venticinque poveri e alquanti frati[75]. La sala da pranzare il signore, illuminata da fiaccole portate da paggi e da grandi candelabri di ferro, alla buona stagione rimaneva aperta ai venti, alla peggiore la schermivano impannate di tela o di fogli oliati, quali le conservava ancora nel 1400 il ducale castello di Moncalieri. A questa mancanza di comodi facea contrasto la suntuosità della tavola, disposta con doppieri d’argento e fin d’oro, e trionfi artistici, e coppe d’avorio, di tartaruga, di cristallo, o anche più fine per materia e lavoro.
La sala di ricevimento era messa ad arazzi, venuti di Fiandra o di Damasco, e che più tardi si fecero tessere sopra disegni de’ migliori nostri artisti. Sul pavimento si stendeva paglia fresca, qualche volta tappeti, e più tardi le stuoje di sparto o di giunco. I sedili erano di legno, talvolta riccamente intagliato, e coperto di drappi e di pelli stampate, ma duri e scomodi, come gli archipanchi e le casse. Qui e qua stipi e forzieri intarsiati e ad argento e oro, ne’ cui cassettini si distribuivano quelle cento inutilità, di cui oggi facciamo pompa sulle cantoniere. Non mancavano lavatoj e bacili di rame o di più nobile metallo, e una spera metallica o di cristallo, e anche l’orologio nella primitiva sua rozzezza; un dittico o un’immagine di santo, o il crocifisso sopra il ginocchiatojo; di rado qualche libro. Il letto era attorniato da un balaustro, sormontato da un cielone di drappo a nastri e merletti, con coperte di gran valuta. Il resto della famiglia dormiva in camere disadorne. Vi è qualche castello signorile in Piemonte e negli Appennini toscani, da cui non disparvero questa distribuzione e questo addobbo.
Al primo accorrere della gente dalla servile campagna nelle redente città, si provvide solo a far abitazioni alla spiccia, con travi frammezzate di cannicci e creta; sovente sulla porta un motto, un santo serviva a distinguerle, invece dei numeri moderni. Delle vie, le più erano anguste, facendosi i trasporti a spalle di somieri; tortuose poi nè fra sè corrispondenti, perchè si fabbricava senz’accordo o direzione; e tutt’altro che pulite quand’erano una rarità le ciottolate e fognate, e vi griffolavano i porci, come oggi i cani.
Il popolo redentosi fece mozzar le torri, ove il signore si riparava dalla legale punizione. Vennero poi le fazioni, e spesso la trionfante atterrava le case dei vinti; talvolta era questo castigo decretato dall’autorità a sfogo dell’ira plebea: una sola parte si diroccava quando a varj padroni spettasse la casa[76]. Quel terreno restava infamato, sicchè più non vi si poteva murare: il Palazzo Vecchio di Firenze nel 1298 fu piantato fuor di squadra per non occupare lo spazzo ov’eransi distrutte le case degli Uberti, che aveano voluto tradir la patria agli stranieri; su quelle dei Quirini, complici del Tiepolo, i Veneziani formarono il pubblico macello.
Il lusso non tardò ai privati edifizj, e Firenze, Genova, Venezia n’ebbero di ricchissimi e maestosi. Meno però ai comodi si pensava che alla solidità ed alla bellezza; e per tacere d’un’antica legge lombarda, la quale proibiva il dormire più di quattordici ogni camera, gli otto della Signoria di Firenze giacevano tutti in una sola fino a mezzo il Quattrocento, quando Michelozzo ne fabbricò una per ciascuno. Eppure si trattava di quella gloriosa Repubblica, i cui cittadini, semplici nei costumi privati e nell’abito, spendevano largamente in quadri e sculture e biblioteche e chiese, e le cui navi, spedite ad Alessandria e Costantinopoli coi tessuti di seta, ne riportavano manuscritti d’Omero, di Tucidide, di Platone. Nel 1270 Venezia pubblicava una prammatica sopra agli ostieri, vietando d’alloggiar meretrici, tenere aperta più d’una porta, nè vendere altro vino che quel dato loro dai tre giustizieri; inoltre non avessero meno di quaranta letti, forniti di coltri e lenzuoli: provvedimento notevole in tempo che in Inghilterra appena si poneva paglia sopra i panconi ove dormiva il re. Frà Buonvicino da Riva, che nel 1288 fece la statistica di Milano, vi dà tredicimila case e seimila pozzi, quattrocento forni, mille taverne da vino, più di cinquanta osterie ed alberghi, sessanta coperti o loggie dinanzi alle case. Questi atrj, i chiostri dei conventi, il palazzo pubblico, l’arengo, il broletto servivano per adunarsi e parlamentare: e il podestà milanese nel 1272 proibì d’ingombrar le arcate sotto al broletto, affinchè nobili e mercatanti potessero liberamente ronzarvi; anzi vi si collocassero panche ove sedersi e pertiche ove posar falconi e sparvieri, che si portavano attorno allora come dappoi i cani.
Grossolano era il mangiare plebeo, e in grand’uso il lardo, e spesso troviamo istituiti legati per distribuirlo ai poveretti[77]. Nel 1150 i canonici di Sant’Ambrogio in Milano pretendevano dall’abate, in non so qual giorno, un pranzo di tre portate: la prima di polli rifreddi, gambe in vino e carne porcina pur fredda; l’altra di polli ripieni, carne vaccina con peperata e torta di laveggiuolo; infine polli arrosto, lombetti con panizio e porcellini ripieni[78]. Il molto uso delle carni facea che di pepe si consumasse, quanto di caffè o zuccaro oggi. Il pan bianco serbavasi per casi d’invito, e ancora nel 1355 Milano non n’aveva che un forno; il resto faceasi di mescolo o di segale. Il panatone, le focaccie, le pizze, il panforte, le crostate ed altre varietà, che a Natale o a Pasqua si mangiano ancora, sono vestigia del tempo quando ciascuno coceva il pane in casa, di rado e massime all’avvicinare delle maggiori solennità. Generalmente il principe o signore ne’ castelli feudali dava a mangiare a tutti i suoi dipendenti, donde gl’immensi banchetti e le enormi pietanze, che poi serbaronsi per lusso.