Ricobaldo Ferrarese così descriveva le usanze attorno al 1238: «Al tempo di Federico II, rozzi erano in Italia riti e costumi; gli uomini portavano mitre di squame di ferro; a cena marito e moglie mangiavan da un sol piattello; non usavano coltelli da tagliare; uno o due bicchieri erano in una casa; di notte illuminavano la mensa con una face sorretta da un famiglio, non usando candele di sevo nè di cera. Vili erano le portature degli uomini e delle donne, oro ed argento nessuno o poco sul vestire, parco il vitto: i plebei tre dì per settimana pascevano carne fresca, a pranzo erbaggi cotti colle carni, a cena carni fredde riposte: non tutti in estate costumavano ber vino. Di poca somma tenevansi ricchi: piccole cánove, con ampj granaj. Con esigua dote si mandavano a marito le fanciulle, perchè assai misurato ne era l’addobbo: le zitelle stavano contente ad una sottana di pignolato ed una socca di lino; non fregi preziosi al capo nè da marito nè spose; queste legavano le tempie e le guancie con larghe bende annodate sotto il mento. Gli uomini ponevano la gloria nelle armi e ne’ cavalli, i nobili nelle torri».

Tanta rustichezza è un’esagerazione di Ricobaldo, che volea farne raffaccio a’ tempi suoi; come noi udiamo tuttodì esaltare dai vecchi i costumi sobrj e schietti di loro gioventù, e che pure formavano soggetto a beffe e rimproveri di poeti, di comici, di predicatori d’allora. Se mai l’esiglio nostro sarà prolungato, anche noi nei rabbuffi senili rimpiangeremo la beata semplicità e l’ingenua fede che correva nei giovani nostri anni.

Un anonimo del secolo XIII così, ma più prolissamente che non facciam noi, ritrae i Padovani: «Prima di Ezelino, sino ai vent’anni andavano scoperti il capo; di poi presero a portar mitre ed elmi o cappucci co’ rostri, e tutti vestivano soprabito (epitogia) con drappi da oltre venti soldi il braccio. Bella famiglia, buoni cavalli, sempre armi. I nobili garzoni ai dì festivi imbandivano alle dame, servendo eglino stessi, e di poi ballavano e torneavano. Splendide corti tenevano in villa. Le donne, deposto il grosso pignolato crespo, vestivano sottilissimo lino, cinquanta o sessanta braccia per ciascuna, a ragione delle sue facoltà. Se ai tempi d’Ezelino alcun del popolo fosse entrato a danza, i nobili lo schiaffeggiavano; e se un nobile amoreggiava qualche popolana, non la conduceva senza permissione».

Ecco un avanzo delle prepotenze nobiliari; e nella Divina Commedia, il più importante documento della storia nostra, troveremo un continuo rimpiangere i tempi passati, cioè quelli dell’aristocrazia, quando valore e cortesia si trovavano per le città d’Italia, quando nelle Corti ogni gentilezza splendeva, nè ancora la gente nuova e i sùbiti guadagni aveano turbato quel bello, quel riposato vivere. Lasciamo pur dire al Boccaccio che i Fiorentini sono garruli e oziosi come le rane[79], egli che altrove dice delle Pisane che «poche ve n’ha che lucertole verminare non pajano»: scrivendo egli per celia, per comando, per imitazione, da lui meno che da qualunque novelliere si possono dedurre le costumanze del paese, giacchè molte volte non fa che copiare, e persino nella descrizione della peste toglie da altrui i tratti che si crederebbero caratteristici, e avventure di tutt’altri affibbia oltraggiosamente alla regina Teodolinda o alla marchesana di Saluzzo. Meglio la vita d’allora ci è rivelata dalle Cento novelle antiche, alcune per certo scritte fin al tempo d’Ezelino, e da quelle di Franco Sacchetti, i cui tanti aneddoti, comunque talvolta insipidi, mostrano i costumi compagnevoli e gaj della libertà, pieni di brigate sollazzevoli, di vivaci burle, d’allegrie, e l’amore del novellare, i pronti ripicchi, l’arguzia a proposito, il vivere all’aperto, la festiva comunanza tra i signori e quelli d’umile stato, insolita nelle altre nazioni. Al tempo di Federico II di Sicilia «uno speziale di Palermo, chiamato ser Mazzeo, avea per consuetudine ogn’anno al tempo de’ cederni, con una sua zazzera pettinata in cuffia, mettersi una tovaglia in collo, e portare allo re dall’una mano in un piattello cederni, e dall’altra mele, e lo re questo dono riceveva graziosamente». Esso Federico e i suoi figliuoli Enrico e Manfredi asolavano di sera per le vie di Palermo, sonando alla serena, e cantando cobole e strambotti di loro composizione.

Sovratutto piace quella universale pubblicità, tutto al differente da oggi, quando la gioja come il dolore si costipa fra le pareti domestiche, o al più si comunica a quelli che chiamiamo nostri eguali. Allora pareva contentezza di tutti quella d’un solo; e le nozze si festeggiavano con una corte bandita, i funerali coll’intervento di tutta la città; ballavasi sulle piazze, e con chi primo capitasse. Chi murava, ponea vicino della sua casa una loggia per ritrovo degli amici al cospetto di tutti[80]: chi non fosse da tanto, poneva fuor della porta una pancaccia, ove fare la chiacchiera coi passeggieri, e dove talora Cisti fornajo eccitava l’invidia de’ magnati col pan buffetto e col buon vino ch’egli reputavasi beato di mescere agl’illustri cittadini ed agli ambasciadori di grandissimo Stato[81].

L’arte di lavorar calze co’ ferri fu tardi conosciuta. Noto è che i Romani non usavano brache, sicchè venne notato come uno straordinario Cesare, il quale riparavasi dal freddo con certe mutande. I calzoni usati dai Barbari furono adottati ben presto dai vinti. Comuni erano le pelli; di volpe, d’agnello, d’ariete a’ plebei; a’ ricchi le grigie e vaje e bianche spoglie degli zibellini, delle martore, dell’ermellino. Il nome di superpelliceum dato alla cotta testifica l’uso de’ preti di portar pelliccie; del che avanzano traccie nelle almuzie e nella cappamagna. I Veneziani, e forse quei dell’Esarcato, nel vestire tennero dei Greci, coi quali erano in frequente comunicazione; e quando i Crociati assalirono Costantinopoli, Pietro Alberti veneziano, che primo era salito sulle mura, fu ucciso da un Francese che lo scambiò per un Greco. Ch’essi nutrissero e pettinassero la barba alla bisantina, appare dalla maschera che n’è tipo.

All’idea di que’ secoli poetici e pittoreschi associamo quella di vestiti di gran valuta, a compassi d’oro e di gemme, e a pelliccie: ma uno bastava tutta la vita, anzi tramandavasi ai figliuoli ed ai nipoti. Ciascuna condizione e grado lo portava differente, poichè uno dei caratteri del medioevo si è questa separazione che le opinioni, le leggi, le usanze mettevano tra il vulgo e i nobili, tra il ricco e l’artigiano, tra il lavoratore e lo scienziato. Vasti palazzi, di forza più che di venustà, con pochi mobili che pareano fatti per l’eternità, con ampie sale bastanti a raccogliere la numerosa clientela, con portici ove soleggiare, discorrere, novellare; buffoni, che di aneddoti e facezie esilaravano le adunanze e ai conviti; donativi di solida importanza, come vesti, denari, vivande; turme di cani, d’avoltoj, di falchi, di cavalli; estesissimi parchi chiusi per le caccie; grosse famiglie di servitori, pompa d’armi, brigate di tutta la gioventù, gualdane, comparse, discernono affatto quel lusso dall’odierno, tutto abiti e fronzoli d’apparenza più che di prezzo, e da oggi a domani mutati al capriccio della gran città che normeggia in Europa il modo del vestire e del pensare.

E ciascun paese aveva un vestir proprio, e Dante si fa riconoscere nel suo pellegrinaggio[82] tanto alla favella quanto all’abito. Gli statuti e principalmente le leggi suntuarie di ciascun Comune, colle minute prescrizioni fin sul taglio, le pieghe, gli ornati, la spesa de’ vestiti, ajuterebbero a particolareggiare le costumanze d’allora, chi sel proponesse. I birri erano casacche di color rossigno, più spesso di panno vulgare, e col cappuccio; rauba o roba fu nome comune delle vesti migliori, conservatosi nella lingua nostra e nella francese; v’è menzione del supertotus, e del palandrano o cappa, distinto dal mantello perchè senza maniche e col cappuccio. Ma il dire le varie foggie di ciascun tempo è fatica degli storici municipali.

Gli statuti di Mantova del 1327 vietano che alcuna donna di basso stato porti abito che tocchi terra, nè abbia al collo intrecciatojo di seta; di qual sieno grado poi, non tengano veste che strascichi più d’un braccio, nè corone di perle o gemme al capo, nè cintura che valga oltre dieci lire, nè borsa d’oltre quindici soldi. Nel 1330, racconta il Villani, «fu provveduto in Firenze al lusso delle donne, molto trascorse in soperchi ornamenti di corone e ghirlande d’oro e d’argento e di perle e pietre preziose e reti, e certi intrecciatoj di perle e di altri divisati ornamenti di testa di grande costo, e simili di vestimenti intagliati di diversi panni e di diversi drappi rilevati di seta di più maniere, con fregi di perle e di bottoncini d’argento e dorati, spesso a quattro e sei file accoppiati insieme; e fibbiati di perle e di pietre preziose al petto, con segni e diverse lettere. E per simil modo si facevano conviti disordinati di nozze, e di spese soperchie. Fu sopra ciò provveduto, e fatto per certi ufficiali alcuni ordini molto forti, che niuna donna potesse portar corona nè ghirlanda d’oro nè d’argento, nè di perle, nè di pietre, nè di vetro, nè di seta, nè di niuna similitudine di corona, nè di ghirlande, eziandio di carta dipinta, nè rete, nè treccie di nulla spezie se non semplici; nullo vestimento intagliato nè dipinto con niuna figura, se non fosse tessuto, nè nullo adogato nè traverso se non semplice partito di due colori, nè nulla fregiatura d’oro nè d’argento, nè di seta, nè niuna pietra preziosa, nè eziandio smalto nè vetro, nè di poter portare più di due anella in dito, nè nullo scheggiale, nè cintura di più di dodici spranghe d’argento; e che nessuna potesse vestire di sciamito, e quelle che l’aveano il dovessero marchiare acciocchè altro non ne potessino fare. E tutti i vestimenti di drappi di seta rilevati furono tolti e difesi, e che niuna donna potesse portar panni lunghi di dietro di più di due braccia, nè scollato più d’un braccio e quanto il capezzale; e per simil modo furono difese le gonnelle e robe divisate a fanciulli e fanciulle, e tutti i fregi, eziandio gli ermellini, se non a cavalieri e a loro donne; e agli uomini tolto ogni adornamento e cintura d’argento, e giubbetti di zendado e di drappo e di ciambellotto. E fu fatto ordine che nullo convito si potesse fare di più di tre vivande, e a nozze avere più di venti taglieri, e la sposa menare seco sei donne e non più, e a corredi dei cavalieri novelli più di cento taglieri di tre vivande, e che a’ cortei de’ cavalieri novelli non si potesse vestire per donare roba ai buffoni, che in prima assai se ne davano».

Sono una miniera di curiosità e d’individue notizie questi statuti suntuarj; ma ciascuno richiederebbe un commento, che appena sul luogo potrebbe condursi. Tanto per un saggio prendiamo quello di Lucca, il quale al 1308 vieta ai funerali picchiarsi le mani, nè donne scarmigliarsi e così star piangendo al cadavere, se non sia moglie, figlia o germana. Al 1362 vuole a nozze non siano più di quaranta invitati, oltre quattordici tra servitori, cuochi e guatteri. Non si diano che due qualità di vivande, cioè carni e pesci, servendo una sola per volta, e un pezzo ogni due persone; e per l’arrosto un pollo o due pollastri, o due starne, o due tortore o quaglie, o un quarto di capretto, o un mezzo papero. Non si tien conto de’ raviuoli, tordelletti, torte, nè altri mangiari di pasta, o di latte, cacio, salsiccie, carne salata, lingue investite. A cena non si tengano che venti persone e fin a otto servitori, nè si diano che due qualità di vivande, oltre erbe o formaggio o ricotta, come sopra. Non si ardisca dare confetti prima del desinare o dopo, ma una sola volta la tragea a desinare, e una a cena. Un altro capitolo prefigge il modo del secondo giorno, dopo di che più non poteasi far convito, neppure il giorno dell’anellamento. Vietasi di avere, in tali occasioni, alcun giocolare o sonatore o buffone; bensì potrà il giorno della festa aversi sonatori, che accompagnino anche la sposa per via; e il primo dì delle nozze un sonatore in casa o fuori, purchè lo stromento non sia tromba o trombetta o nacchera o cornamusa.