Le dónora che la moglie manda al marito, pongansi in cofani o casse, talchè non si possano vedere per via; e i cofani non lavorati o vistosi o dorati. E qui una serie di divieti sopra tale corredo; poi altrettanti pel ricorteo, i parti, i battesimi. E via via crebbero, e nel 1473 fu proibito portar oro e argento se non sia lo spino della cintura, o fornimenti di coltellini o di libri, o agorajuoli o bottoni; non più di sei anelli; nessun vezzo al collo o ricamo qualsiasi. Perle, giojelli, fermagli proibisconsi alle donne se non dai dieci anni in su fin a un anno dopo maritate; nel qual tempo possano portar in capo fin a tre oncie di perle, da valere trenta ducati larghi; non pianelle covertate di drappo di seta o d’oro: niuna donna abbia di più di due vestiti di drappo di seta, un solo de’ quali sia cremesi; e per evitare la frode, non si porti alcun abito se prima non sia notato nel libro da ciò; e quando vogliasi mutarlo, si faccia cangiar la scritta; e dismesso una volta, nol si ripigli: proibite le maniche aperte a campana. I cavalieri e dottori di medicina o di legge e le donne loro sono dispensati da questi divieti, i quali sono assai maggiori per le contadine.

«E perchè poco varre’ far leggi saluberrime se non si provvedesse al modo della observantia», si moltiplicavano le visite, gli spionaggi e il restante corredo delle leggi assurde. Poi nel 1484 ecco nuove restrizioni, tali che insomma prescrivevano il modo di vestirsi nè più nè manco, e quanto devano costare il chiavacuore, la borsa, il grembiule, il grembialotto. E nell’89 limitavansi le spese pei pasti, non si dessero tragea, cialdoni, frutti, vini, nè si facesse ornati alla camera se non di spalliere, bancali e tappeti, e sui letti e lettucci di arazzi; e lenzuoli di lino senz’oro nè argento, e coltre di seta. Segue un’altra filatera di proibizioni, la ragion delle quali è impossibile riconoscere se non al momento che vengono fatte o tolte, il che sovente succede poco dopo[83].

Per quanto inefficaci, le leggi suntuarie poteano avere opportunità quando al Governo s’attribuiva non soltanto lo smungere denari e spenderne, ma anche, siccome ad un padre in famiglia, cercare la moralità de’ suoi dipendenti. E un mezzo di moralità era il non uscire dal proprio stato; col che il ricco non contrae i vizj del povero, nè questo i vizj di quello; e le differenze di paese e l’indole non recavano già alla virtù, ma classificavano in certo modo le genti, mantenendole nel proprio carattere.

Non vogliamo uscir da questo discorso senza riferire quel che i Lucchesi nel 1346 stanziarono sul modo di trattare gli otto loro anziani, dimoranti nel palazzo di San Michele in Foro. «Ciascuno d’essi sia alla messa il mattino; e qual non vi sarà al vangelo paghi denari sei, dodici qual non vi sarà al corpo di Cristo, diciotto qual non vi sarà alla benedizione. Nessuno vada fuor di palazzo, nè risponda a chi parli al collegio senza licenza del comandatore, a pena di soldi due. Ciascuno venga a collegio quando sonerà la campanella maggiore, a pena di grosso uno. Non possano andare fuori più di tre per volta, sicchè dì e notte rimanga in palazzo il collegio; ma non vi meni o faccia menar femmina, a pena di soldi cento; non vada a tavola nè si lavi le mani, se prima non è posto e lavato il comandatore, il quale al collegio, alla messa, a tavola deve sempre stare in testa, e per città andare innanzi agli altri. Niuna parola disonesta si parli alla tavola: alla messa e alla mensa si tenga silenzio, se il comandatore non desse la parola: nessuno possa invitare forestiere a desinare o cena o merenda o panebere, senza volontà del collegio; e se alcuno n’avesse la grazia, paghi due grossi allo spenditore per volta. Nessun anziano possa andare a corpo, se non fosse per sua famiglia e consortato, pena soldi quaranta; non mandar fuori alcuna cosa da mangiare o da bere; non far venire del vino da vantaggio, se non due volte il dì, e solamente un mezzo quarto per volta pagando; e sempre si tegna la cocca pel comandatore. Niun confetto si mangi alle spese del collegio, se non fossero anisi confetti o tragea di po-mangiare e di po-desinare; e chi li facesse venire, paghi del suo».

Sarebbe un ripeterci il qui delineare i costumi cavallereschi, che sono per se medesimi una poesia. E in essi e in tutti domina la convinzione; onde assoluti nei comandi, nelle credenze, negli odj, negli amori, nelle persecuzioni, nelle belle e nelle sconce imprese, nel sapere e nel volere.

Colla libertà dovettero assai migliorarsi i sentimenti, su numero maggiore diffondendosi le cognizioni e l’operosità. Qual cosa innalza la dignità dell’uomo meglio che l’uscire dall’angusto circolo de’ domestici affari per occuparsi de’ pubblici, sulla piazza e nel consiglio sostenere dibattimenti da cui pende la prosperità della patria? L’agitarsi delle fazioni, i patimenti degl’individui, la premura di superare gli emuli, l’ambire le cariche come testimonio della pubblica fiducia, avvezzano fin dai giovani anni ad avere una volontà, e impediscono quella sonnolenza in cui rampollano le passioni vigliacche. L’uomo sentiva di essere cittadino; misurava le morali e fisiche sue forze nella lotta cogli emuli interni o coi nemici esteriori; e nell’allevare i figliuoli, consolavasi della certezza di lasciar loro un posto in società e una speranza.

Il compilare e applicare i varj statuti costrinse a coltivare la politica e la giurisprudenza. I nobili, che un tempo non servivano se non di capitani, allora andarono anche podestà, obbligati così a qualche studio o almeno a prendere in miglior concetto i leggisti, de’ cui consulti doveano valersi. Nelle città grosse, fin ducento persone pei magistrati annuali venivano di fuori, lo che accomunava le idee, cresceva la reciproca conoscenza, diffondeva tra gl’italiani la scienza di Stato: ogni podestà era superbo di lasciare il proprio nome a qualche novità o miglioramento: ciascuna repubblica era un centro di attività; ciascun uomo si affaticava negl’interessi della città propria; onde in mezzo all’Europa feudale il nostro paese compariva come un oasi della civiltà, e ne veniva grande incremento alle forze individuali ed energia ai caratteri. Che se pochi grand’uomini si vedono primeggiare, non significa che mancassero, ma che tutti i cittadini erano ad una elevatezza.

Nè però abbandoniamoci a panegirici. Era egli a sperare gentilezza quando gl’interessi esacerbavano gli odj, e gli sfoghi della violenza restavano impuniti per chi eludesse la legge fuggendo sul vicin territorio, o la affrontasse appoggiato ad una fazione? Se nei castelli duravano la prepotenza e la lascivia, se il clero prorompeva a splendidezze e lussi meno a lui convenienti, neppure i Comuni offrivano esempj di castigatezza. A migliaja contavansi le meretrici, o dietro agli eserciti anche dei Crociati, o nelle città dove talora esponeansi alle corse nelle solennità pubbliche. Nell’archivio di Massa Marittima è un contratto del 3 gennajo 1384, ove il Comune vende un postribolo ad Anna Tedesca col canone d’annue lire otto, e l’obbligo di tenerlo provvisto. In un altro del 19 novembre 1370, nel diplomatico di Firenze, il Comune di Montepulciano l’appigiona per un anno a Franceschina di Martino milanese per quaranta lire, oltre la tassa solita delle femmine di conio. Francesco da Carrara, trovate molte di queste sciagurate nel campo degli sconfitti Veronesi, le collocò al ponte dei Mulini di Padova, imponendo sui loro proventi una tassa a vantaggio dell’università.

Due colonne portate da un’isola dell’Arcipelago, stettero per terra a Venezia, nessuno sapendole rizzare, sinchè un barattiere lombardo vi si provò: legatele, bagnava le corde, pel cui accorciamento sollevandosi, le puntellava, e ripeteva il fatto sinchè le ebbe erette. In gente che avea San Marco sotto gli occhi, non so che mi credere di sì grossolano ripiego; ma quel che qui importa è il compenso da lui domandato, che i giuochi di zara fossero permessi in quell’intercolunnio, come seguitò per quattrocento anni, sinchè non venne infamato facendone il luogo del supplizio. A Genova, a Firenze, a Bologna esercitavansi pubblicamente quei giuochi, altrove ripetutamente, cioè inefficacemente proibiti.

Le leggi municipali rivelano le abitudini del popolo, il lusso con tutte le sue corruzioni, le speculazioni sul cambio e sui fondi pubblici. A Lucca la donna libera che peccasse, era abbandonata ai parenti, che poteano infliggerle qual volessero castigo, eccetto la morte: altrove era bruciata, severità che avrà impedito le accuse. Lo statuto di Genova del 1143 a chi ammazza la moglie non commina che l’esiglio. Quello di Nizza punisce di multa e bando l’adultero dopo scomunicato; e lo stupratore col marchio rovente in fronte, se pur non si redima con cinquanta soldi: e fino gl’incendiarj poteano riscattarsi a prezzo[84]. Quello di Mantova al bestemmiatore imponeva cento soldi: e se non li pagasse fra quindici giorni, fosse messo in una corba e affogato nel lago: se un uomo parli con una donna in chiesa, paghi venti soldi, metà de’ quali tocchi al denunziatore[85]. A Susa i ghiottoni e le bagascie erano menati nudi per la città.