Da tutti i racconti traspare grossolanità di costumi, non mascherata licenza nelle relazioni col sesso gentile, un rozzo compiacersi delle buffonerie, abusi di forza, masnadieri sfacciati, clero scostumato, avaro, simoniaco, eccessi di gola anche in persone ragguardevoli, scarso quel pudore pubblico che è fiore del delicato sentire, e fino ne’ potenti sfacciato libertinaggio e il concubinato. Dante non esita a relegare nell’inferno uomini di gran conto: il padre del suo dolce Cavalcanti e il sommo Farinata degli Uberti fra gli Epicurei, cioè fra quelli che badavano a godere la vita presente senza un pensiero della postuma; e fra gli oltraggiatori della natura «la cara buona immagine paterna» di quel Brunetto Latini, che gli aveva insegnato «come l’uom si eterna».

In tutti però gli attori che Dante conduce ad operare in quel gran dramma di tante catastrofi, appare un desiderio di fama, che li fa per un istante dimenticare i tormenti, dimenticar l’onta che possono ricevere dall’essere saputa la loro dannazione, tanto solo che la memoria di essi riviva fra gli uomini; desiderio appena soffocato in coloro che si tuffarono in bassa ed egoistica scelleratezza, traditori, spioni e simili lordure. Tal desiderio Dante trasportò nell’altro dal mondo che avea sott’occhio, dove, tra la barbarie non bene spenta e la civiltà non bene risorta, le passioni non avevano nulla perduto del loro vigore, operando per impulso anzichè per calcolo.

Aggiungete una devozione irrazionale, che vedeva un miracolo in ogni evento, premj e castighi immediati in ogni contingenza, attribuiva un santo ad ogni passione, ad ogni speranza, e santi e apparizioni faceva intervenire dappertutto, e moltiplicava voti quasi un patto col cielo per cansare i pericoli, e fin anco per riuscire ad una ribalderia. Seriamente s’attribuivano alla statua di Marte, qualora fosse mossa di posto, le calamità di Firenze. I Milanesi hanno in Sant’Ambrogio un serpente di bronzo, che credevano, ad onta d’ogni storia, lo stesso che Mosè inalberò nel deserto, e che al fine del mondo sibilerà. A salvarsi da grandine, fulmine ed altre meteore, tendevano festoni di rose e d’erbe olezzanti nelle chiese, col che premunivansi pure dal maligno sguardo delle vecchie (Decembrio). Per impetrare la pioggia, faceano un gran fuoco all’aperto, e vi metteano un pentolone o una conca a bollire, in onore di san Giovanni, empiendola di carni salate e legumi, che i monelli ciuffavano e si godeano là intorno. Alle Rogazioni, donne e fanciulle formavano di pasta figure di bambini, sperando così ottenerne; ed ornavano le vie con focaccie, ova e ogni abbondanza di verdure, e ampolle pensili di latte, vino, olio, mele. Di rimpatto mi sa d’affettuoso quel ricordare i fasti patrj dal santo che quel giorno correva, dicendo che a sant’Agnese fu la rotta di Desio, a san Barnaba la battaglia di Montecatino, a san Dionigi quella di Vaprio, a san Cosma e Damiano l’uccisione di Ezelino, e via discorrete, accoppiando una memoria storica ad una religiosa.

Grandi virtù, grandi delitti, grandi calamità sono proprie di tempi simili, fra cui si foggiano que’ risoluti caratteri che l’Alighieri seppe cogliere, e dalla vita reale trasferire nella sua scena soprumana, quasi senza bisogno d’aggiungervi o togliervi. Solo nella raffinata civiltà le fisionomie morali si fogiano s’uno stampo comune, alla guisa che i lineamenti esterni vengono ingentiliti e ridotti ad uniformità maggiore nelle città, mentre nella campagna conservano carattere distinto e pronunziato.

Fuori d’Italia pochi sapeano scrivere, mentre qui nel 1090 abbiamo l’atto con cui Vitale Faledro doge di Venezia dona al monastero di San Giorgio case in Costantinopoli e terre, e porta non meno di cenquaranta persone sottoscritte col proprio nome e cognome[86]. Nella vita di sant’Ambrogio de’ Sansedoni di Siena si legge ch’esso da fanciullo voleva sempre avere a mano l’uffizietto, talchè a sua madre non lasciava recitar le ore, e suo padre fece fare due libriccini d’immagini, uno de’ personaggi del secolo, l’altro di santi; e il ragazzino ricusò quello, mentre di questo si dilettava senza fine.

Tra gli altri popoli d’Italia, negli atti e negli scritti primeggiano i Fiorentini, sottili nel trovare spedienti, arguti nel motteggiare e cogliere con garbo e con delicatezza il ridicolo, sollazzevoli, pieni di gioconde idee, ed insieme d’indole ferma e di composta condotta; nelle lettere poi accoppiavano forza di raziocinio e prontezza, facezie e meditazione, filosofia e giovialità. Firenze «povera di terreno, abbondante di buoni frutti, con cittadini pro’ d’armi, superbi, discordevoli, ricca di proibiti guadagni, dottata per sua grandezza dalle terre vicine, più che amata»[87], pensava far lieta vita e balli per la vicinanza. All’Ognissanti era la festa del vin nuovo; a san Giovanni correasi il palio; e a quello del 1283 un Rossi formò un consorzio di più di mille popolani con statuti e vesti bianche, e un signor dell’amore, per mettere insieme cavalcate, balli, trionfi, con grande affluenza di gente e giocolieri e cantastorie e lieti banchetti.

E la ricchezza e insieme la serenità delle Repubbliche manifestavasi ne’ divertimenti. Folgore da San Geminiano, vissuto attorno al 1260, compose una corona di sonetti sopra i mesi dell’anno, diretta a una nobile brigata di Senesi, datasi a lieto vivere, fra cani, uccelli, ronzini, quaglie, e prodezze e cortesie. Nel gennajo le dona salottini con fuochi accesi, camere e letti con lenzuola di seta e coperte di vajo, poi confetti e vin razzente per difendersi dal garbino e dal rovajo; e gli invita ad uscir fuori il giorno a scagliar neve alle donzelle che stanno d’attorno. Di febbrajo è la caccia di cervi, capriuoli, cinghiali; onde in gonnella corta e grossi calzari escano per tornar la sera co’ fanti caricati di selvaggina, e quivi far trarre del vino e fumar la cucina e stare raggianti. D’ottobre si vada in contado a trar buon tempo e uccellare a piedi ed a cavallo; e la sera a ballo e inebbriarsi di mosto; e la mattina, dopo lavati, medicarsi con arrosto e vino[88].

«Nel tempo più buono di Firenze (dice Giovan Villani) ogn’anno si facevano le compagnie e brigate e coorti di gentili uomini vestiti di nuovo, facendo corti coperte di drappi e zandali, chiuse di legname in più parti della città, e simili di donne e pulcelle, andando per la terra ballando e accoppiate con ordine, e signore con più stromenti, con ghirlande di fiori in capo stando in giuochi e sollazzo e conviti di cene e desinari». E il Boccaccio: «Furono in Firenze molte belle usanze che l’avarizia discacciò. Tra l’altre era una cotale, che molti gentili uomini radunavansi e facevano loro brigate; e oggi uno, domani l’altro, tutti mettevano tavola, onorando la brigata, ed anche qualche forestiere; e similmente si vestivano insieme almeno una volta l’anno, cavalcavano per la città, e talora armeggiavano, e massimamente in occasioni solenni». Colà pure, nel 1333, si formarono due compagnie d’artefici, l’una divisata a giallo che furono ben trecento, l’altra a bianco che furono da cinquecento, e durò un mese in continui giuochi per la città, andando due a due per la terra con trombe e più stromenti con ghirlande in testa, danzando, col loro re molto onoratamente incoronato, con drappi a oro sopra capo, e alla loro corte facendo continuo convito e desinare con grandi e belle spese[89].

La gara de’ gentiluomini in menare a casa propria chi capitasse nella terra era tanta, che quei di Brettinoro, per ovviare alle dispute che ne nascevano, posero in mezzo del castello una colonna con molte campanelle attorno; e il forestiere legava il cavallo a qualsifosse l’una di esse; e quello cui era attribuita, restava il prescelto. Anche altrove s’istituirono brigate per onorare gli ospiti, a cui correano incontro per essere primi a levarli d’in sull’osteria.

Le sanguinose feste del circo cessarono, ma sempre ne continuarono di devote fra il popolo, guerresche fra i signori, a cui imitazione le fecero poi anche le città. Alla congiuntura di coronazioni, di matrimonj o d’altri fausti successi, solevansi aprire corti bandite, preparate con una sontuosità che supera l’immaginazione. Vi accorrevano musici, sonatori, saltambanchi, spacciatori di rimedj, funamboli, buffoni, che riceveano vesti, cibo, denari; imbandivansi ne’ cortili e sui prati per chiunque capitasse; nè barone o signore lasciavasi partire senza appropriati regali. Alle nozze di Bonifazio, padre della gran contessa Matilde, tre mesi continuarono i banchetti, ove convenivano (racconta Donnizone) molti duchi coi cavalli ferrati d’argento, dai pozzi attingeasi vino per un secchio legato a catena d’oro, e indicibili altre magnificenze.