Dante a’ suoi giorni vide più volte «gir gualdane, ferir torneamenti e correr giostre»[90]. Le gualdane erano brigate di giovani, che uniformemente divisati, cavalcavano per la città, armeggiando, o, come allora diceasi, bagordando. Nella giostra combatteasi con aste broccate e spade ottuse, sol cercando fare staffeggiare l’avversario[91]. Più solenni erano i tornei, banditi buon tempo prima, per grandiosi avvenimenti, e sotto la direzione degli araldi, che doveano esaminare lo scudo di qualunque campione volesse provarvisi. Tale piena di romanzi oggi c’inonda, che nessun lettore nostro sarà senz’aver visto qualche descrizione di torneo, e delle feste e cortesie che gli accompagnavano. In essi, come oggi ai balli, signoreggiavano le donne, a cui toccava incorare e ornare i campioni, decidere della prevalenza, consegnare il premio. Non che corrersi lancie a onore di esse, s’istituirono corti d’amore, ove si dibatteano problemi di galanteria, e davansi decisioni in forma; e noi pure ne avemmo qualche rara volta per imitazione dei Francesi.

Altre volte si scannavano e bruciavano bellissimi cavalli; o si faceano cuocere le vivande a solo fuoco di torchi di cera; o si seminava un campo con migliaja di soldi, che poi la moltitudine andava dissotterrando. In tempi di vita isolata e scarsamente abbellita, cercavansi con avidità simili occasioni di far pompa e acquistare rinomanza; vi si pensava un anno, e spendevasi in un giorno quel che in società raffinate stillasi nei piaceri abituali. Oggi un signore mette tavole discrete tutti i giorni per otto o dieci convivi, ha il teatro alla sera, frequenti balli, quotidiane comparse: il castellano isolato, una volta in vita spendeva un tesoro; più apparenza e meno realtà, più sfarzo e meno comodi.

L’usanza rimase e si ampliò nelle repubbliche e nei principati che da queste uscirono. Nel 1252 in Milano tennero corte bandita presso a porta Vercellina alcune compagnie di nobili e plebei, con divisa bianca e rossa, piantando assai padiglioni e capanni di fronde, ove ognuno fosse lautamente servito; ciascun dì uscivano a far baldoria i cittadini di tre porte; ed affinchè i rimasti non fossero senza gioja, per le strade e nelle piazze erano disposte tavole da mangiare e bere chi volesse.

Occasione a feste davano la venuta dei podestà o dei principi, le vittorie, e privatamente i matrimonj, i dottorati, i cavalierati. Nel 1260 gli Aretini ornavano della cavalleria Ildebrando Giratasca a spese del Comune. Di gran mattino, egli nobilmente vestito, con gran comitiva de’ suoi entrò in palazzo, e giurò fedeltà a’ signori e al santo patrono; indi passò alla chiesa madre per ricevere la benedizione, presenti i sei donzelli di palazzo e i sei tubatori. Pranzò a casa del signor Ridolfoni con due frati camaldolesi, e sovra desinare vi fu il pane, l’acqua, il sale, giusta la legge della cavalleria, e un dei frati gli tenne un discorso sui doveri di cavaliero. Entrò poi in camera, dove stette un’ora, indi a un frate si confessò; un barbiere gli acconciò barba e capelli, e ogni cosa pel bagno. Quattro cavalieri, venuti a lui con una turba di nobili donzelli, di giocolieri, di sonatori, lo spogliarono e posero nel bagno, mentre gli esponeano i precetti e le norme della nuova sua dignità. Statovi un’ora, fu posto in un letto pulito con finissime lenzuola di mussola, e il celone e tutto il resto di seta bianca. Dopo un’ora di letto, e facendosi già notte, fu vestito di mezzalana bianca col cappuccio e con cintura di cuojo; prese una refezione di solo pane e acqua; ito poi alla chiesa col Ridolfoni e coi quattro cavalieri, fe la veglia tutta notte, assistito da due sacerdoti e due cherici, e quattro donzelle nobili e leggiadre, e quattro donne mature, pregando che tal cavalleria fosse a onor di Dio, della Vergine e di san Donato. Sorta l’aurora, un sacerdote benedisse la spada e tutta l’armadura dall’elmo fino alle scarpe ferrate; celebrò messa, dove Ildebrando prese la comunione; indi offrì all’altare un gran cero verde e una libbra d’argento, e un’altra per le anime purganti. Allora, schiuse le porte della chiesa, tutti tornarono alla casa del Ridolfoni, dov’era preparata una colazione di confetti e tartare e altre delicature, con vernaccia e trebbiano. Venuta l’ora di tornare alla chiesa, il neofito, ch’erasi alquanto coricato, fu vestito tutto di seta bianca, con una cintura rossa a oro, e stola simile; e fra i tubatori e i cantanti, che suonavano e cantavano stampite in lode della cavalleria e del nuovo milite, s’andò alla chiesa fra signori e donzelli, e fra i viva e riviva del popolo. Qui si cantò messa solenne; durante il vangelo quattro cavalieri tennero elevate le spade nude; poi Ildebrando giurò mantenersi fedele ai signori del Comune di Arezzo e a san Donato, e a poter suo difenderebbe le donne, le donzelle, i pupilli, gli orfani, i beni delle chiese contro la forza e la prepotenza. Due cavalieri gli posero gli sproni d’oro, una damigella la spada, e il Ridolfoni gli diede la guanciata dicendo: — Tu sei milite della nobile cavalleria, e questa gotata sia in memoria di colui che ti armò cavaliere sia l’ultima ingiuria che ricevi pazientemente».

Finita la messa, tornarono fra suoni e canti alla casa del Ridolfoni, dove innanzi alla porta stavano dodici fanciulle con ghirlande al capo, e in mano una catena d’erbe e fiori, colla quale facendo serraglia, gl’impedivano l’entrata. Il cavaliere le regalò di un ricco anello, dicendo aver giurato di difendere donne e donzelle; ed esse gli permisero l’ingresso. Al pranzo sedettero molti cavalieri e signori, durante il quale i membri della Signoria mandarongli ricco donativo, due intere armadure di ferro, una bianca con chiovi di argento, l’altra verde con chiovi e fregi d’oro, due grossi cavalli tedeschi, due ronzini, due sopravvesti nobilmente ornate. Al popolo che rumoreggiava per istrada, si gettò spesso della tragea e mustacini e galline e piccioni e oche, donde l’allegrezza s’avvivava.

Dopo pranzo, Ildebrando fu armato coll’armadura bianca, e con lui molti nobili; e su cavallo bianco andò alla piazza con adorni scudieri, che portavano le lancie e gli scudi. Colà era preparato un torneamento, e gran gente a vedere; e si combattè corpo a corpo con lancie spuntate, e il neofito si comportò egregiamente; poi si torneò colle spade come fosse vera guerra, e la Dio mercè non intervenne alcun male. Cadendo il giorno, le trombe annunziarono la fine del torneamento, e i giudici distribuirono i premj; e uno ch’era stato scavalcato, dovette lasciarsi portare s’una barella da scherno. Il primo premio, ch’era un palio di drappo di seta, toccò a Ildebrando, che mandollo a quella che gli avea cinto la spada. Poi tra fiaccole e suoni egli tornò dal Ridolfoni, cenò cogli amici e i parenti, distribuì bei doni a tutti quelli che aveano preso parte[92].

Nel 1307 Azzo d’Este domandò al senato di Bologna volesse ornar cavaliere suo figlio Pietro, di quattordici anni. Gradito l’onore, si elessero dodici sapienti per ciascuna tribù che se n’occupassero, e stabilirono alloggiasse in vescovado, provvisto d’ogni cosa occorrente per sè e sua famiglia; si preparasse un bel destriero riccamente bardato, un palafreno, un mulo da donargli; una vesta di scarlatto col cappuccio e la berretta, e tabarro per cavalcare, tutto foderato di vajo, e un giubbetto di zendado giallo e azzurro; un letto con due paja di lenzuola finissime, coperta di zendado a fiocchi gialla e vermiglia, e un ricco copertojo di scarlatto; due paja calze, tre paja scarpe di sajo, una cintura d’argento lavorata, una spada dorata col fodero guarnito d’argento, un coltello col manico d’avorio guarnito d’argento, un cappello col cordone di seta, un pajo guanti di camoscio e uno di capriuolo, una cappellina foderata di vajo, una borsa, due berrette, un pettine d’avorio, due par di pianelle. Si elessero poi quaranta paggi de’ più nobili di città, vestiti a spese del Comune di zendado bianco ed argento, con cavalli ed aste. E Pietro fece la sua entrata accompagnato da quantità di gentiluomini ferraresi e bolognesi, e incontrato dal popolo e da’ magistrati a suon di trombe e tamburi. Il giorno di Natale, nella cattedrale splendidamente addobbata, come il vescovo ebbe cantato la messa, colle note cerimonie Pietro fu dal podestà vestito da cavaliere, e dal senato dichiarato figlio della città; indi il pranzo, poi la cavalcata per la città; la sera fuochi, trombe, campane per tutto; poi il giovane riccamente donato ritornò a suo padre, convogliato dai nobili di Bologna.

Nei funerali privati, dinanzi alla casa del defunto coi suoi prossimani si radunavano i vicini ed altri cittadini assai, e secondo la qualità del morto vi veniva il chiericato. Ivi la madre e le vicine cominciavano sopra lui il pianto, e i congiunti sedevano a terra su stuoje. Il morto, vestito a ragguaglio della sua condizione, veniva composto s’un feretro; e sopra gli omeri de’ suoi pari, con funerale pompa di cera e di canto, alla chiesa da lui eletta anzi la morte era portato. Molte croci lo precedeano, e laici convocati da un trombetto; poi cherici e sacerdoti; seguivano le donne, quinci e quindi sostenute[93]. Gli uccisi non si lavavano; gli altri sì, ed ungevansi e spesso empivansi d’aromi. Era pur consueto sepellire coll’armi e con magnificenza di vesti, d’anelli, di collane; grande eccitamento a violare le tombe[94]. Ai medici poneasi un libro sopra il cadavere[95]. S’introdusse poi la devozione di farsi sepellire colle tonache di battuti o di frati, come volle essere Dante.

Al mortorio di principi e cavalieri assisteva gran turba in bruno; e cavalli sellati senza cavaliero, vessilli, scudi, insegne, sfoggio di ceri e di strati; ed orazioni funerali, che poi ogni vulgare denaroso volle: le pompe si rinnovavano al settimo, al trigesimo giorno, ed all’anniversario. Con grande onore a pubbliche spese si esequiava il podestà che morisse in signoria. Nel 1390 messer Giovanni Azzo degli Ubaldini capitano di Siena «venne sepolto nel duomo a lato di san Bastiano. In primo al suo corpo ebbe dugendodici doppieri, legati nel castello di legname, dugenquattro da tre libbre l’uno ed accesi mentre durò l’ufficio. Vestì il Comune quattro cavalli colla balzana e colle bandiere coll’arme del popolo, ed anche vestì da sessanta uomini a bruno. Fu portato in una bara ad alto, coperta d’un bellissimo drappo d’oro, e sopra il corpo un padiglione di drappo d’oro foderato d’ermellino; e il detto padiglione portavano a stagiuoli, cavalieri e grandi cittadini di Siena. E furono vestiti venti cavalli a bruno, colle bandiere di sue arme, tutte di sciamitello, ed un uomo armato a cavallo di tutte sue armi e barbuta, spada ignuda e speroni ed altre armadure, le quali tutte rimasero al duomo. E fu nel castello di legname grande quantità di donne scapigliate, tutte di cittadini. Furono ancora a detta sepoltura tutti i priori di palazzo, e tra preti, frati e monaci intorno a seicento, ognuno dei quali ebbe torchietti di due e d’una libbra, e i cherici di sei once l’uno. E per memoria fessi la sua figura nella cappella, e attaccaronvisi tutte e ventitrè le bandiere e sue armi»[96].

Qui pure le prammatiche intervennero a por modo; e uno statuto di Mantova vieta di far corrotto e pianto nella casa del defunto, nè l’accompagnino donne maggiori di sette anni. Il senato di Bologna nel 1297 ordina che alle esequie nessuno vada lamentandosi o piangendo come si soleva; non si suonino altre campane che della chiesa ov’è il morto; niuna donna si porti a sepellire col viso scoperto, e sopra il cataletto non si ponga che un palio di seta; e dopo sepolto il cadavere, non deva la gente radunarsi di nuovo alle case, eccetto i parenti fino in quarto grado; non si vestano i morti che di scarlatto, se non siano cavalieri e dottori in legge; non vi sia all’accompagnamento più di dieci uomini, eccettuate le compagnie delle arti e delle armi. Nello statuto di Torino era prefisso, ad evitare spese e fatiche, che nelle esequie le mogli, figlie, sorelle, nipoti fino al quarto grado non uscissero di casa per seguire il morto; non si usassero ceri di oltre quattro libbre; non si facessero banchetti.