La caccia stette da principio riservata ai nobili, sicchè fu distintivo di nobiltà il falco che in quella adoperavasi; andavano in volta con questo uccello in pugno, ne ornavano i cimieri, come segno d’illustre sangue l’innestavano nello stemma e sulle tombe; per esso giuravano, gloriavansi dell’abilità nel porgli i getti o il cappuccio, lanciarlo, richiamarlo, inanimirlo, avventarlo sulla preda o ritorgliela appena ghermita; carissimo lo aveano le donne, e attestavano la loro premura ai cavalieri colle premure usate all’augello cacciatore. Domesticati portavansi alle adunanze ed ai viaggi; con quelli passarono i Crociati alla liberazione del santo sepolcro; a Milano, come vedemmo, si ordinò che nel broletto nuovo, dove adunavansi i nobili e i mercanti, si ponessero gruccie su cui collocare falconi, astori e sparvieri; il falconiere era persona importante; e Federico II dettò un trattato di falconeria. Fino i preti collocavano i falchi sui balaustri o sui bracciuoli degli stalli; e il III concilio di Laterano vietò la caccia duranti le visite della diocesi, volendo che i vescovi non traessero dietro più di quaranta o cinquanta palafreni.
Vietato rigorosamente ai villani di toccare la selvaggina, che perciò impunemente devastava i seminati, e sino il timido lepre diventava un flagello. Lamberto, arcivescovo di Milano, come speciale favore concedette a Burcardo, generale del re Rodolfo, di rincorrere un cervo nel suo brolo[97]. Anche negli statuti delle città son protetti con molta cura gli animali da caccia; e quel di Milano obbliga a restituire i falchi, vieta il rubar cani e prendere colombe o rondini o cicogne. I quali ultimi uccelli, ora quasi affatto stranieri alle nostre plaghe, frequenti vi comparivano, nidificando sulle torri, e purgavano da velenosi insetti[98]. Firenze avea due compagnie, dette i Piacevoli e i Piatelli, che a gara andavano a far caccia; e a chi meglio era riuscita, tornava in trionfo con fuochi e carri ed ostentazione.
S’imitarono poi le caccie vere colle finte, massime del toro: il circo di Augusto a Roma vide spesso di siffatti esercizj. Una magnifica caccia a fanali diede Alfonso di Napoli a Federico III imperatore nel recinto della Solfatara, dove pareano rinnovarsi i prodigi della magia. In una tristamente memorevole, data il 1333 nel Goliseo, Cecco della Valle, vestito mezzo bianco e mezzo nero, recava per divisa Io sono Enea per Lavinia, nome della sua amata; Mezzostallo, a bruno per la morte della moglie, portava Così sconsolato io vivo; un dei signori di Polenta, abito rosso e nero, e il motto Se annego nel sangue ho dolce morte! un altro giallo, e dicea Guardatevi della pazzia d’amore; uno color cinerino, e Sotto la cenere ardo; un Conti, vestito di argento, aveva per divisa Così bianca è la fede; Cappoccio vestiva rosa pallido, col motto Io di Lucrezia romana son lo schiavo; uno, divisato a scacchi bianchi e neri, Per una donna pazzo; un altro, a color marino e giallo, Chi naviga per amore, ammattisce; un giovinetto Stulli, a bianco con legacci e pennacchio rossi, e il motto So’ mezzo placato; uno, color celeste, con un cane legato al cimiero, leggeva La fede mi tiene e mantiene; un fosco, con brache bianche e abito nero, e una colomba all’elmo con oliva in bocca, dicendo Sempre porto vittoria; un altro a verde pallido, Ebbi speranza viva, ma già muore: taciamo altri motti e divise. Man mano che uscissero dall’urna, scendevano nell’arena, e fatti inchini alle dame, impugnate le armi, davano la caccia a tori, fra gli applausi dei riguardanti. Ma nella lotta ne furono morti diciotto dalla furia degli animali, sicchè al cruento spettacolo ne seguì un altro luttuoso di accorrere al Laterano per vedere i funerali de’ trafitti[99].
Come i nobili le feste aristocratiche, così il popolo ne voleva di proprie, motivate spesso dalla religione, anche quando alla religione facevano contrasto. I pubblici giuochi per lo più erano simulacri di guerra ed esercizj di forza. Nel broglio e nel circo a Milano si congregavano in bande ad esercitarsi alla corsa o alla lotta; a Verona in Campo Fiore, a Vicenza in Campo Marzio, a Padova nel Prato della Valle, a Lucca nel Prato. In Pisa il giuoco di Ponte rammemorava Cinzica, che dicevasi aver difeso la patria da una sorpresa dei Saracini (t. v, p. 536); e le due fazioni di Borgo e di Santa Maria, affrontatesi sul ponte d’Arno, con battocchi si davano furiosamente, sinchè all’una rimanesse il vantaggio; troppo per un giuoco, troppo poco per una battaglia, com’ebbe a dire Pietro Leopoldo. A Siena si rappresentava san Giorgio armato che azzuffavasi con un drago, finchè gli applausi annunziavano la vittoria. Quei di Prato aveano vanto nel giuoco del calcio, i Fiorentini nel pallone a bracciale, i Senesi nel pugilato, e alla Lizza e nel Campo frequentavano le feste delle quali un’ombra dura tuttavia nelle corse che, di luglio e di agosto, si fanno sopra dieci cavalli, divisati ciascuno diversamente[100]. Risalgono a quel tempo altri giuochi popolareschi non ancora dimenticati, come correre al villan rosso, alla pignatta, all’oca sospesa, e così la cuccagna, e piantare il majo, e somiglianze.
La gioventù molto addestravasi nel cavalcare, preparamento alla guerra; e a frotte correvano la gualdana, o faceano pellegrinaggi di piacere, o numerosi incontri a principi e grandi. Frequenti ripeteansi anche le luminare; frequenti quanto variati i balli; e le corse ora di barberi sciolti, ora montati da un fantino; e poichè il primo premio consisteva ordinariamente in un palio di seta o di lana, dicevasi correre al palio; al quale poi andavano uniti ronzini, falchi, porci, galli, cani da caccia, guanti ed altre gentilezze. Reputavasi fiero insulto alle città assediate il far correre il palio sotto le loro mura; e Castruccio, vinti i Fiorentini, pose le loro porte per meta ad una corsa di cavalli, poi di pedoni, infine di meretrici.
Moltiplicavansi i divertimenti al carnevale, nome che alcuni deducono dall’abbandono de’ cibi grassi, come si dicesse vale alla carne[101]. Pare finisse dappertutto colla prima domenica di quaresima, come si mantiene nella diocesi di Milano, ove pure san Carlo faticò assai per escludere le baldorie da essa domenica.
A chi non è conto il venerdì gnoccolare di Verona? Roma ha i suoi moccoletti; e più antica la processione di carri, che l’ultima domenica di carnevale drizzavasi a Monte Testacio. A Pavia in due piazze sotto le mura due parti della città venivansi incontro squadra a squadra ed uomo a uomo con elmetti di vinco imbottiti, portanti il segno di ciascuna compagnia; la celata al volto, la criniera, e scudi e mazze di legno. I generali precedevano colla bacchetta, accennando all’assalto d’un monticello, d’una casa, d’un ponte, ove ciascuno facea sue prove. Il podestà vegliava non si offendessero con armi vere; e dopo il carnevale continuavano duelli con mazza e scudo[102]. «In Firenze (dice Benedetto Varchi) usavano nei giorni di carnevale i giovani, massime i nobili, uscire fuori travestiti con un pallone gonfio innanzi, e venire in Mercatovecchio e in tutti i luoghi ov’erano le botteghe e i traffichi dei mercanti e degli artefici, e quivi dando a quel pallone, e mescolandosi con gli altri cittadini, e traendo loro addosso il pallone, e cercando di metterlo fra le botteghe, farle serrare, e finire così per quei pochi giorni le faccende. Così non facendo ad alcuno male, fuor quello di scioperarlo, in Mercatonuovo talora si formavano in cerchio, e spartiti faceano una partita al calcio... Degenerato poi l’uso innocente, sturbavano tutti, e gettavano fango»[103].
In Venezia era così antico il gusto de’ divertimenti, che Pietro Orseolo I, nel 978 abbandonando il corno ducale e il mondo pel chiostro, dispose delle sue facoltà mille libbre d’oro a favore de’ parenti, mille pei poveri, mille pei divertimenti pubblici[104]. Già nel 1094 erano segnalati i suoi carnevali, che fin agli ultimi tempi trassero da ogni parte chi amasse il libero sollazzarsi. La maschera, che sottraeva l’uomo alle indagini, permetteagli di penetrare fino nel gran consiglio, e ravvicinava il plebeo al nobil uomo, il barnabotto al frate, la merciaja alla dogaressa, v’era dalle leggi protetta con punizioni più severe a chi l’ingiuriasse. Vinto Ulrico patriarca d’Aquileja e fattolo prigione con molti nobili, i Veneziani il gravarono di mandare al doge, ogni mercoledì grasso, dodici majali e altrettanti grossi pani; poi al giovedì, in commemorazione faceasi la festa di tagliare il capo ad un bue e ad alcuni porci che il popolo si godeva. Intanto eransi eretti nella sala del Piovego piccoli castelli di legno, che il doge e i senatori demolivano. Poi dall’antenna di una nave tiravasi una gomona fin alla sommità del campanile di San Marco, per la quale un marinaro ascendeva ajutato da certi ordigni, indi calava alla loggetta per presentare al doge un mazzo di fiori.
Anche fuor del carnevale, Venezia era particolarmente rinomata per le sue feste; balocchi che la nobiltà offeriva alla plebe onde sviarne il pensiero dai rapitile diritti. Il ratto delle fanciulle (t. V, p. 526) diede origine all’annua festa dell’ultimo di gennajo, ove dodici Marie erano sposate con dote pubblica, portata entro arselle: ma poichè l’allegria era degenerata in turpitudini, vi si surrogarono dodici fantocci. Il giorno delle Palme, liberavansi alcuni uccelli e piccioni dalla loggia di San Marco, ed era una festa il rincorrerli e il narrar le venture. Alquanti, scampati all’attacco, si annidarono sul campanile e moltiplicarono, fin ad oggi rispettati dalle rivoluzioni e dal despotismo.
All’Ascensione, quando traeva un mondo di gente alla fiera, esponevasi un fantoccio di donna, che diventava modello al vestir femminile di quell’anno, non variato, come ora si fa, ad ogni arrivo di corriere. Ivi pure esibivansi all’ammirazione i capi d’arte; ed in una delle ultime, Canova preluse al risorgimento della scultura, presentando il suo Dedalo ed Icaro. Quel giorno stesso il doge sposava il mare. Le mense, che per santa Marta disponevansi lungo il canale della Giudecca, servite quasi di solo pesce, porgevano occasione a stringere o rannodare amicizie. Ai patrizj poi la Repubblica stessa imbandiva solennemente in certi giorni, con isfoggio di cristalli e quantità di zuccherini e canditi, che i convitati portavano a casa.