Volgendosi i divertimenti a formare buoni marinaj, si frequentavano le regate, delle quali la prima è ricordata nel 1315; quindi il senato decretò si facessero nel giorno di san Paolo. Una volta per settimana, nobili e popolani doveano esercitarsi al bersaglio a Lido. Il pugilato faceasi da settembre a Natale su ponti senza sponda. Nelle famose forze d’Ercole gareggiavano i Castellani vestiti a rosso, e i Nicolotti a nero, vincendo quelli che s’elevassero a maggior numero di palchi; poi finito, traevano certe spade smussate, e paravano e ferivano come in moresca, o ballavano la furlana. Nei boschi della badia di Sant’Ilario fra Gambarare e la laguna, i caccianti dovevano ai monaci la testa e un quarto d’ogni cinghiale che pigliassero; a vicenda i monaci doveano al doge prestar cani e cavalli quando vi venisse a cacciare, e nutrirne i falconi e i bracchi. La vigilia di Natale faceasi una gran caccia, e il doge distribuiva a ciascun magistrato e padrefamiglia cinque capi di selvaggina: al che, sotto Antonio Grimani, si surrogarono le oselle, monete d’argento, a questo sol uso coniate; e la raccolta delle quali oggi è una preziosità. Il giovedì santo egli riceveva il tributo del pesce, che parimenti distribuiva.
Cinque banchetti pubblici s’imbandivano ogni anno; a san Marco, all’Ascensione, a san Vito, a san Girolamo, a santo Stefano: per lo più di cento coperti, il doge invitandovi antichi magistrati e persone ragguardevoli. Nella sala del banchetto si sfoggiavano argenti del doge e dello Stato, trionfi di cristalli colorati; i ministri poteano parlare al doge e corteggiarlo; un popolo di curiosi vi assisteva in bautta, fra cui spesso insigni forestieri; le donne correano da un convitato all’altro motteggiando colla vivacità ch’è sì propria delle veneziane; qualche volta un poeta v’improvvisava, come più tardi fece la Cassandra Fedeli; più spesso v’avea musica e spettacoli. Allo sparecchio, gli scudieri dogali venivano a presentare a ciascun convitato un gran paniere di dolci, e mentre i padroni accompagnavano il principe alla sua dorata prigione, il gondoliere di ciascuno entrava a prendersi quel paniere, e recarlo a chi gli era stato imposto, invidiato testimonio di predilezione.
Secondo Rolandino, nel 1214 si finse in Treviso il castello dell’onestà, invece di spaldi e di merli, munito con pelli di vajo, porpore, zendadi, stoffe, ermellini, e dentro le più belle donne e donzelle, coperte non d’elmi e corazze, ma di vesti pompose. Erano accorsi alla festa i giovani da Padova, da Venezia e dal contorno, tutti in bell’addobbo; e divisi in drappelli sotto lo stendardo della patria, s’accinsero ad attaccare l’amorosa fortezza. Da projetti servivano melarancie, confetti, fiori e frutti, acque odorose, e dolci parolette. Con armi siffatte si prolungò la scherma, finchè i Veneziani mutaronle in zecchini; per raccorre i quali le Trevisane si diedero vinte. E già lo stendardo di San Marco penetrava nelle porte indifese, quando i Padovani, tenendosi soperchiati, cominciarono a forbottare, stracciarono il gonfalone, e si diè di piglio alle armi. La rissa fu chetata, ma Venezia pretese soddisfazione; e fu imposto che ogni anno i Padovani spedissero alla città trenta chioccie, alle quali davasi la libertà; ed era una ressa tra ’l popolo per raggiungere le galline padovane.
Dopochè, cacciando Pagano podestà del Barbarossa, si furono vendicati in libertà, i Padovani celebravano annualmente la festa de’ Fiori, menando attorno il carroccio, tirato da bovi e cavalli coperti di rosso coll’arma del Comune, e su di esso dodici fanciulle nobili inghirlandate di fiori e spargendo fiori, mentre fiori piovevano loro dalle finestre e davanti ai passi: ventiquattro cavalieri marciavano di fianco al carroccio, giunto il quale nel prato della Valle, cominciavasi una zuffa di questi con quelle a fiori, poi tra i soli cavalieri con arme; seguivano combattimenti di campioni armati con rotelle e mazze di legno, e di bravi inermi con sacchetti di sabbia. Le naumachie, colà rammentate fin da Tito Livio, si continuavano lungo il canale di Sant’Agostino, o in quello che lambiva a occidente il Campo marzio.
Ad avventure incerte dell’età dei Comuni attacca Vicenza la festa della Rua, per la quale, il giorno del Corpus Domini, strascina per la città a tutta forza di braccia un’altissima macchina a pennoncelli e stemmi e persone; baccano carnevalesco in giorno devoto. Quando Bologna ebbe, nel 1281, acquistato Faenza per tradimento di Tibaldello Zambraso, ordinò che ogni anno il giorno di san Bartolomeo si corresse per strà maggiore un cavallo addobbato, uno sparviero, due cani bracchi, un carniero e la baracagna, cioè la gruccia che si attacca all’arcione quando si va a caccia col falco. Inoltre si arrostisse una porchetta, e a mezza cotta il cuoco a cavallo la portasse sullo spiedo per detta strada fin alla porta, tenendo nella man sinistra lo sparviero; poi tornato la cocesse a perfezione, e, finito il corso, fosse a suon di trombe gittata dal palazzo in piazza ai biricchini colà famosi.
Messina, per l’Assunta, oltre le luminare e le corse, manda in volta un finto camello, in cui la tradizione ravvisa la memoria del conte Ruggero, allorchè, cacciati i Saracini, v’entrò alla orientale; mentre in due statue colossali, che pur si portano attorno fra assordante schiamazzo, indica Zancle e Rea, favolosi fondatori di essa città. I Cremonesi, la vigilia di quel dì, celebravano una festa a cui attaccavano le memorie di Zannino dalla Balla, che li redense dal tributo d’una palla d’oro all’imperatore: e quelle della vittoria sopra i Parmigiani. Cominciavasi dalla battaglia fra ragazzi sulla piazza maggiore; poi i facchini schizzavano dell’acqua, e i mugnaj della farina sopra la folla, che ne restava tutta bianca: lasciavasi correre un toro legato, che menavasi quindi per la città: poi nuove zuffe per acquistare il rigotto, berretto listato che gettavasi tra i facchini, e chi se ne impadronisse toccava sei zecchini: le statue di Zannino e di Berta vestivansi di panni adogati bianco e rosso, ogn’anno rinnovati a spese dei fornaj.
A Verona, il 26 dicembre, esponeansi le maschere: poi il lunedi e martedì del carnevale si andava nell’Arena a festeggiare: dopo le ventiquattro ore poteva chicchessia levare le insegne di qualsifosse bottega, e sopra di essa, per quanto minima di valore, farsi dare dall’oste fino a sei lire e quattro soldi in vitto; il quale oste faceasene rimborsare dal padrone dell’insegna. Due vedovi che si sposassero doveano contribuire ciascuno l’un per cento della dote ai ragazzi della contrada ove abitavano, altrimenti venivano derisi con un baccano fatto sotto le loro finestre (le bacinelle): del denaro avuto si facea gozzoviglia o limosina o qualche festa sacra.
Tali feste continuarono a lungo fra gl’Italiani, e valsero a renderne lieti e arguti i caratteri, quali li vediamo personificati nelle nostre maschere da scena. I tiranni ne preparavano di più frequenti, sapendo quanto facilmente si conduca un popolo che ama divertirsi; e nel secolo XVI le vedremo abbellirsi di tutto lo splendore delle arti.
I buffoni erano arnese necessario non solo nelle Corti ma e nei palazzi del Comune, sì lautamente trattati da patirne gli erarj[105]: alcuni nobilitaronsi col nome di minestrelli. Spesso eran nani, che coi frizzi vendicavansi degli scherzi cui la loro deformità gli esponeva. Talvolta usarono del privilegio della pazzìa per dire ai principi verità che altrimenti non v’avrebbero trovato accesso: per questa via alcuni ottennero l’immortalità, negata agli scopritori delle più utili arti, come il Gonnella del duca di Modena, Ponzino della Torre fra i Cremonesi, altri altrove.
Alle varie solennità ecclesiastiche dell’anno erano affisse certe costumanze, in parte derivate dall’antichità, in parte introdotte di fresco, e che non ancora furono dimentiche. Per l’Epifania a Firenze si portava attorno un fantoccio di cenci in mezzo ai lumi, ed altri si esponeano alle finestre, onde le tante baje sulla befana. Meglio a Milano una comitiva figurante il corteo de’ re magi moveva da Sant’Eustorgio preceduta da una stella; alle colonne di San Lorenzo incontrava re Erode, e gli domandava del nato Messia; poi tirando innanzi giungeva al duomo, e quivi trovato un magnifico presepio, offriva i doni; indi dall’angelo avvisata, volgevasi al ritorno per porta Romana. Più affettuosa era la domestica gioja del dì di Natale, quando il capocasa levavasi sulle spalle un ceppo, ornato di rami e fronde sempreverdi, e recatolo per la casa, il ponea sul focolare, attorno al quale esultava la riunita famiglia.