Quando a Pavia, la vigilia di san Siro, offrivansi al tempio ceri enormi, precedeano la processione i tavernaj, recando sopra una tavola un castello; dietro a loro i cacciatori con un albero, a’ cui rami erano legati di ogni razza uccelli, che portati in chiesa liberavansi: poi venivano le corse degli scudieri al gallo vivo e alla porchetta arrostita, e quella delle meretrici a’ salcicciotti; e finalmente gozzoviglie[106]. A Firenze pel san Giovanni faceasi un carro altissimo pien di santi e figure simboliche; e sulla piazza de’ Signori fin cento torri dorate, con entro uomini; e dappertutto palj, e gonfaloni, e macchine cariche di ceri e d’altri doni; infine fuochi d’artifizio, di cui i migliori artisti non isdegnavano dare le invenzioni variate. In alcuni luoghi, a Pentecoste davasi il volo in chiesa a piccioni bianchi, tra fiori e lingue di fuoco e frastuono popolare. Quando Firenze fu signora di molte città, ciascuna dovea quel giorno mandarvi il suo cero, e fin ventotto se n’ebbero, alti sei o otto braccia, con bambocci di carta, e quello di Pescia e San Miniato quaranta persone ci voleva a portarlo. Qualcosa di simile praticavasi nelle altre città, a Milano per la Madonna nascente, a Bologna per san Petronio, a Modena per san Geminiano, e così discorrete.
Qual v’è città o borgata che non festeggiasse con modi drammatici il santo tutelare? Alcuna fiata poi se ne celebrava qualche maggiore, come i Fiorentini nel 1304 mandarono un bando che «chi volesse sapere novelle dell’altro mondo, dovesse andare il dì di calen di maggio in sul ponte alla Carraja e d’intorno all’Arno»; e su quel fiume ordinarono palchi, ove figurarono l’inferno coi tormenti e i tormentati. La soverchia folla cagionò che il ponte cadesse, e molti ne guastarono la persona, sicchè il giuoco da beffe tornò a vero, e «com’era ito il bando, molti per morte andarono a sapere novelle dell’altro mondo».
E come presso gli antichi gli spettacoli dovevano invigorire il coraggio ed eccitare sentimenti patriotici, così nel medioevo sentivano l’ispirazione comune, l’ecclesiastica, e insinuavano devozione. Per ciò facevansi il più spesso in chiesa, e da diaconi o preti; donde abusi che rivelano più sempre la mistura di serio e beffardo, di compunzione e d’allegria, che ricorre in tutte le opere di quell’età. A certe feste, tutti dovevano comparire in figura di volpi, e in qualunque abito fossero, magistrati o prelati, usciva loro di dietro la lunga coda. In commemorazione della fuga in Egitto celebravasi la festa degli Asini, ove al canto affettuoso s’intercalavano ridicoli ragli. Queste cose facevansi sul serio, e noi stessi in fanciullezza potemmo vedere processioni e feste, che, come oggi a riso, così allora ci movevano a devozione.
Men ridicoli apparecchi atteggiavano i fatti che la Chiesa rammemorava in quel giorno. A tali misteri tutte le arti prestavano servigio, e davansi, non nelle angustie mefitiche d’un teatro a scapito della salute e della fermezza del cuore, ma al gran sole, nelle piazze, talvolta trasportandosi da paese a paese. Ne crebbe l’uso colle crociate, quando i pellegrini reduci voleano al vivo riprodurre gli atti su cui avevano meditato in Palestina; e scelte situazioni analoghe al Calvario, a Betlem, a Gerusalemme, vestivano sè ed altri cogli abiti che aveano veduto agli Orientali. A Roma nel 1264 era istituita la società del gonfalone per rappresentare la passione di Gesù. Alla compagnia de’ battuti a Treviso i canonici doveano annualmente somministrare due cherici, bene istruiti a cantare, per far Maria e l’Angelo nella festa dell’Annunziata[107]. Rolandino al 1244 riferisce come, nel prato della Valle a Padova, si figurò la passione di Cristo: ivi stesso il 1331 si ordinò di rappresentare ogn’anno nell’anfiteatro il mistero dell’Annunziazione. La cronaca del Friuli di Giuliano Canonico ricorda che, il 1298, alla corte del patriarca si rappresentarono dal clero la passione e la risurrezione di Cristo, la venuta dello Spirito Santo, il giudizio finale; e nel 1304, dal capitolo di Cividale, la creazione, l’annunziazione, il parto, la passione, l’anticristo. Chi tra’ miei lettori è così giovane da non averne visto gli avanzi in contado?
Sono queste le origini del teatro, che ritoccheremo quando il troveremo cresciuto.
CAPITOLO XCIX. Belle arti.
Fu di mezzo a tale prosperità che risorsero fra noi le lettere e le arti belle, serena gloria d’Italia.
Caduto l’impero d’Occidente, coi resti della civiltà le arti si erano rifuggite a Costantinopoli, onde venne intitolato bisantino il modo che allora ebbe corso. L’arco e la volta, immenso progresso portato dai Romani, si continuarono abbandonando l’architrave, e voltando direttamente l’arco sopra colonne, le quali non erano fatte di nuovo, ma tolte da edifizj anteriori: mancavano i capitelli? se ne surrogavano di rozzi, con qualche fogliame grossolano e poco rilevato, o incrociamenti di linee, o qualche testa disavvenente. Gli archi, acciocchè impostassero su colonne di diversa altezza, furono talvolta allungati in basso; in alcuni meno appariscenti si deviò dal perfetto semicircolo, ora schiacciandolo verso il sesto acuto, ora prolungandolo a ferro di cavallo, ora dandogli forma d’un frontone; talvolta nello sfogo d’un arco se ne chiusero altri minori, appoggiati sopra colonnine[108].
Ravenna, che conservò meglio il carattere dell’Oriente, ha maggiori esempj di stile bisantino, sempre ad archi e volte. San Vitale, che san Massimiano eresse imperante Giustiniano, all’esterno è informe costruzione di cotto, ma, come entri, ti sorride in un regolare ottagono del diametro di quaranta metri, con cupola emisferica e due ambulacri, de’ quali l’inferiore imposta su otto pilastri, vestiti di marmo greco venato; ogni cosa poi adorna senza discrezione con avanzi antichi, massime dell’anfiteatro, e con bei musaici. La quale pittura di marmo fregia e contorna le porte, le finestre, gli altari in tutti gli edifizj di quello stile.
Il vicino mausoleo di Galla Placidia, sacro ai santi Nazaro e Celso, forma croce latina senza anditi laterali nè tribuna, avente al centro l’altare di tre grandi tavole d’alabastro orientale. Quadrilungo a tre navi è pure Sant’Apollinare nuovo, eretto da Teodorico, con musaici, tombe, iscrizioni, e lavori di alabastro, di porfido, di cipollino, di marmo pario e serpentino; comunque guasto dai Barbari, e forse più dai correttori. Ivi stesso, fin dal 417 era finita Sant’Agata, a tre navi sorrette da venti colonne, ma ogni cosa fu mutata, eccetto la pianta; e così la gran basilica di Sant’Apollinare in Classe con tre ampie navate e tre tribune, ed archivolti robustamente profilati. Al duomo, fabbricato da sant’Orso nel 540, è annesso un battistero forse dell’età medesima, formato di due circoli da otto arcate, che portano la cupola. V’è chi reca al IX secolo il battistero d’Asti, a quattro angoli fuori e otto dentro, e il palazzo delle Torri a Torino, facciata di cotto[109].