La parola edificare, trasferita a senso morale, accenna come la scienza architettonica accoppiasse idea di devozione e lode di esemplari costumi. In fatto i vescovi erano talvolta gli architetti, più spesso i promotori di nuovi edifizj; per cura del vescovo Epifanio si fabbricò il duomo di Pavia; pel vescovo Eufrasio la basilica di Parenzo in Istria, ricca di musaici; per altri il monastero e il tempio di Montecassino, le chiese di Sant’Evasio a Casal Monferrato, di Napoli, di Siponto, di Firenze, di Lucca. L’atrio della basilica di Sant’Ambrogio a Milano, comandato dall’arcivescovo Ansperto, con archi semicircolari sorgenti dai pilastri, tiene della maestà se non dell’eleganza romana. Le tante dispute sull’età delle chiese presunte d’età longobarda ci tolgono di valerci degli esempj del San Michele e San Pietro di Pavia, della Santa Giulia di Brescia, del San Fridiano di Lucca; sol bastando che non vi si vede uno stile nuovo, ma variazioni dell’antico.
Nessun papa forse passò senza d’alcun lavoro giovare le chiese della sua metropoli, decoro al culto e alimento alle belle arti quando ogn’altro mancava. Leone III, oltre fabbriche assai, profuse lavori di metallo fino, fece rivestire la Confessione di San Pietro con 453 libbre d’oro, e sotto all’arco trionfale collocare un balaustro d’argento di 1573 libbre, coll’effigie del Salvatore, e un leggìo al pulpito, e un ciborio, tutti di argento; riedificò il battistero di Sant’Andrea, rotondo colla fonte nel mezzo, circondata da colonne di porfido, in cui versava linfe un agnello d’argento stante sovra una colonnina; e pose alla basilica di Laterano vetri dipinti, che sono i primi mentovati. San Giorgio in Velàbro, Santa Prassede, Santa Maria in Dominica, Santa Cecilia in Trastevere, San Nereo e Achilleo, Santa Sabina, San Giovanni a Porta Latina, San Martino ai Monti, San Michele in Sassia, San Pietro in Vincoli, Santa Maria in Cosmedin, altre chiese di Roma furono in quelle età adorne colle spoglie di tempj antichi.
Nè di pitture manca menzione. Gregorio Magno vide espresso un sacrifizio di Abramo sì al vivo (tam efficaciter), da commoverlo al pianto; le geste de’ Longobardi fece ritrarre Teodolinda a Monza; una madonna a Gravedona sul lago di Como, regnante Lodovico Pio, pianse miracolosamente; altre di poco posteriori sono rammentate nelle chiese della Cava, di Casuaria, di Subiaco, di Montecassino. Alcune ancora sopravanzano, principalmente ne’ musaici, nelle miniature, ne’ sigilli, nelle monete; e sono inamene figure, con occhi spiritati, mani assiderate, piedi in punta. Il tesoro di Monza convince che neppure il lavoro de’ metalli nobili era dismesso sotto i Longobardi; eppure le costoro monete non potrebbero essere più rozze. Insigni sono la pala d’oro di San Marco a Venezia, tutta a smalti; e il paliotto di Sant’Ambrogio a Milano, già menzionato a pag. 436 del tomo V, su cui sono a continuo parallelismo le azioni del santo e quelle di Cristo: l’Annunziazione della Vergine, e le api che fanno il favo nella bocca del neonato Ambrogio: l’Ascensione del Salvatore, e l’entrare del santo nella gloria; e così via[110]. In molte chiese, ma più nelle romane, si conservano lampade, turiboli, evangeliarj di quel tempo; e in San Pietro la dalmatica di cui si rivestivano gl’imperatori, con soggetti sacri a ricamo d’oro e argento riccamente composti.
Niuna età fu dunque diseredata d’arti fra noi, ma attorno al Mille crebbe l’operosità, sia per la devozione alle reliquie, cresciuta allora, come narrammo; sia che gli uomini si sentissero rassicurati sulle terre che dapprima erano percorse da orde o da nazioni intere predatrici; sia che si manifestassero anche in ciò la risurrezione delle città annichilate dal feudalismo, e il prosperare del commercio e della libertà comincianti. San Ciriaco di Ancona, alzato allo spirare del X secolo, architondo a croce greca con cupola, è bisantino, come Santa Maria Rotonda fuor di Ravenna, e le sette badie che il marchese Ugo fece in Toscana. Nel 1014 il duomo vecchio di Arezzo modellavasi sul San Vitale di Ravenna, a otto faccie, e l’architetto Mainardo lo compiva nel 1022, servendosi delle spoglie del teatro e d’altri edifizj vetusti. A Firenze, verso il 1013, Ildebrando vescovo edificò San Miniato al Monte, dov’è un musaico che mostra indirizzo al bello; San Lorenzo fu ingrandito nel 1059; nel 1085 fabbricata Sant’Agata. Nel 1028 il vescovo Jacopo Bavaro avea fondato San Pietro e Romolo, cattedrale di Fiesole, a tre navate, con colonne e capitelli romani, dicono tolti da un vicino tempio. Pistoja nel 1032 avea cominciato il suo San Paolo: il Sant’Andrea, colla facciata a marmi bianchi e neri, è del 1166 a disegno di Gruamonte e Adeodato fratelli, che fecero a bassorilievo l’Adorazione de’ magi. Dal 1060 al 70 si compì San Martino di Lucca, e Anselmo da Bagio vescovo vi collocava il voltosanto, coperto poi dal vago tempietto di Matteo Cividale: dal 1043 al 78 San Zeno di Verona, ove la torre di piazza è del 1172. Sulla facciata del duomo d’Empoli si legge il 1093[111]. Anteriore certo al 1118 è la magnifica chiesa di Sant’Antimo in val d’Orcia, a tre navi arcuate a tutto sesto sopra colonne. Nel 1099 Modena da un Lanfranco facea rinnovare la sua cattedrale, ove dopo sette anni trasferivansi le reliquie di san Geminiano; ancora di stile longobardo a tre navate a pieno centro, col santuario elevato sopra la confessione, e con molte sculture d’un Wiligelmo, che argomenterebbesi germanico dall’avervi raffigurato i fiordalisi e la storia di re Arturo. Il duomo di Borgo San Donnino fu consacrato nel 1106, coperto poi di ricche sculture, e l’anno 1190 i collegati lombardi vi si adunavano a giurare i patti della pace di Costanza. Nel 1107 Adamo Ognibene e Ossolaro Tiberio disegnavano il duomo di Cremona; e Teodosio Orlandino il battistero nel 1167. Nel 1166 Gruamonte e Adeodato fratelli faceano la facciata del duomo di Pistoja, scolpendovi l’adorazione de’ Magi. Del battistero di Parma, disegno di Benedetto Antelami ricchissimo di sculture, fu messa la prima pietra nel 1196, l’ultima nel 1270. Seguono il Piscopio di Napoli, San Pietro e San Petronio di Bologna, Santa Maria di Sarzana, con colonne di marmo portanti arcate arditissime e non legate di ferro. Altre chiese del Valdarno superiore a questo modo, che ora denominano lombardo, meritano attenzione, e singolarmente quella di San Pietro a Grossina.
Le repubbliche marittime si proposero d’emulare i monumenti antichi che vedeano in Levante. San Marco di Venezia, cominciato nel 977, dicono nel 1071 fosse terminato, press’a poco quale oggi si vede, disposto a croce greca col centro coronato da gran cupola, e ciascun braccio da una minore, non emisferiche, ma oblunghe, e con forami arcuati. Le colonne con capitelli quadrati sono congiunte per archetti tondi, che attorno alla nave e ai bracci sorreggono gallerie; sopra un’altra serie di archi piantasi il tetto; e un velo copre il santuario, alla orientale. La facciata, larga quanto l’edifizio, ha cinque porte in sghembo: finissimi i marmi, e gli archivolti di curva variata. La Signoria stanziò che nessuna nave tornasse di Levante senza prendere fra ’l suo carico statue, colonne, bassorilievi, marmi, bronzi, altri materiali di prezzo, che uniti ai musaici, formarono il più bel tipo d’architettura bisantina in Italia, regolare nel piano quanto capriccioso ne’ particolari. Avanti al 1008 da Orso Orseolo vescovo era edificata Santa Maria di Torcello, non alla orientale, ma sulle basiliche romane, col coro elevato, e sovra alla cripta l’altare; e più lungi l’abside semicircolare, con magnifico presbiterio. Contemporanea ma di modo bisantino è Santa Fosca nell’isola stessa.
Di questo tempo pure la regina del mar ligure fabbricava San Lorenzo, della cui facciata la parte migliore si terminò nel 1100. Già vi esistea la chiesa dei Santi Vittore e Sabina: Santo Stefano si cominciò nel 960, le Vigne nel 991. Nel 994 sorse la nuova cattedrale di Savona, dove un dipinto serba la data del 1101.
I Pisani già possedeano San Pietro in Grado con colonne e capitelli greci e romani, dov’erano dipinti i papi fin a Giovanni XIII del 965: ora colle spoglie dei Saracini vollero fabbricare la primaziale, maestosamente elevata sopra un terrazzo. Il Buschetto, che l’architettò, avea combinato una macchina, per cui dieci fanciulle sollevavano un peso, cui sarieno appena bastati mille bovi od una nave[112]. Ch’egli avesse studiato sulle opere de’ primi tempi cristiani lo palesa la disposizione di quattrocencinquanta colonne, recate da Levante e tolte da anteriori monumenti o tagliate allora, forse nell’isola d’Elba, e perciò di proporzione e merito diverso. Nel 1100 l’opera era compita, e diciott’anni appresso papa Gelasio II la dedicava a Maria. Capi d’arte raccattati di lontano l’arricchirono, e cimase ed epigrafi antiche e spezzate e capovolte, e tritamente collocate alla rinfusa con altre nuove ricordanti i fasti pisani, confondendo statue grandi e piccole, lavori squisiti con goffi.
Servì d’esempio ad altri edifizj fra lo stile greco e il romano, de’ quali un de’ migliori fu il battistero, che porta la data del 1153 ed il nome di Diotisalvi. Rotondeggia sovra tre gradini, ornato da tre schiere di colonne corintie affisse al muro, e da infiniti fregi di maniera gotica; per tre gradini si scende nell’interno, dove sta il vaso ottagono pel battesimo: otto colonne e quattro pilastri sopportano le arcate, sopra cui corre un secondo ordine, che regge la cupola allungata a pera. Qui pure l’architetto si dovette adattare ai materiali che aveva alla mano, e supplire come seppe alla variante misura delle colonne e de’ capitelli, alcuni dei quali furono ben imitati sopra gli antichi.
Terza meraviglia di quell’incantevole piazza, nel 1174 vi si alzava il campanile; gran cilindro, rivestito a profusione di bassorilievi e statue, con ducentosette colonnine, varie di forma e di materia, e con capitelli, alcuni di greca eleganza, altri a fogliami grossieri e teste d’uomini e d’animali. È opera di Buonanno da Pisa, cui si aggiunsero Guglielmo e Giovanni d’Innspruk: e sembra che, già sorto a certa altezza, il terreno cedesse da una parte, e l’architetto s’accorgesse di poter proseguire senza pericolo l’innalzamento; talchè ora strapiomba di tre metri sopra quarantacinque d’altezza: bizzarria derivata dall’accidente, e altrove imitata di proposito.
Perchè potessero entro terra santa riposare quelli cui non era dato passare in Soria, cinquanta galee pisane, ite alla crociata con Federico Barbarossa, riportarono terra di colà, e se ne formò il Camposanto, finito il 1283. Giovanni da Pisa lo foggiò a chiostro, con portico ad archi tondi, ma a frastagli e archetti gotici, tutto marmo bianco; e dentro si adunarono sarcofagi, iscrizioni, anticaglie, quasi in un museo; abbellito poi dai pennelli migliori delle età successive, tanto che vi si può seguitare la serie degli artisti italiani. Il campanile di San Nicola è opera alquanto più tarda di Nicola pisano; e fors’anche quello della badia di Settimo, rotondo al piede, ottagona la canna, piramidale la cuspide.