[293]. Della famiglia Pusterla non rimase verun ricordo fra il popolo; eppur dovette essere di gran conto, se la troviamo implicata in tutte le cospirazioni contro i Visconti. Vantavasi di stirpe longobarda, e nello stemma portava l’aquila imperiale; possedeva trentacinque ville, e in città quasi tutto il quartiere di porta Ticinese. Un dato giorno questa famiglia allestiva un gran cavallo di legno, il quale tirato da facchini, a suon di musiche traversava quel quartiere fino al duomo: ivi schiudevasi, e ne uscivano persone coi regali di cui faceano omaggio alla metropolitana. Terminavasi in lauti pasti agli innumerevoli clienti, trattati secondo il grado nelle capaci sale e nei clamorosi cortili.
[294]. Stella, Ann. januens. Rer. It. Scrip., XVII. 1073.
[295]. Lo racconta il Petrarca nelle Lettere famigliari, lib. XVIII. ep. 4.
[296]. Ferreto, lib. VI, p. 1130.
[297]. Cortusi, Hist. de novitatibus Paduæ, lib. I. c. 22.
[298]. In quelle rivoluzioni non manca mai un avvocato, che, per reminiscenza dei Greci e dei Romani, e per isfoggio d’eloquenza, persuade a sottoporsi a un tiranno. Nicola Duc giureconsulto dimostrava agli Astigiani quanto loro tornava conto mettersi in obbedienza di Filippo di Piemonte. Messer Ugolino da Celle, dottor di legge, persuadeva i Lucchesi ad eleggere signore Castruccio: Cum magnificus vir Castruccius, sua industria, sapientia, virtute, sollicitudine et vigore, et non sine magno risico suæ personæ, multas vicarias, castra, terras, jura et jurisdictiones Lucani comunis, diu in damnum et præjudicium Lucani comunis per quosdam nobiles et magnates detenta, occupata recuperavit et subjecerit fortiæ Lucani comunis, et alia maxima ordinaverit et fecerit, et ordinare, facere et executioni mandare in honorem et servitium Lucani comunis continuo sit paratus in actu et prosecuturus; et ipsam civitatem Lucanam multimode dissolutam reduxerit, et conservet continuo in plena justitia, pacifico et tranquillo statu; et dignum sit quod ex tantis beneficiis et honoribus, quæ Lucano comuni acquisivit, et quibus ipsam civitatem sua virtute promovit, meritum consequatur; si placet ordinare, consulere et reformare quod ipse Castruccius sit et eligatur, et electus intelligatur, et sit vigore præsentis consilii dominus et generalis capitaneus civitatis Lucanæ, et ejus comitatus, districtus et fortiæ cum omni et tota baylia et auctoritate Lucani comunis; quæ baylia et auctoritas vigore præsentis consilii eidem attributa sit et intelligatur super omnibus et singulis negotiis ejusdem comunis pro tempore vitæ ipsius Castrucci etc. Memorie lucchesi, I, 249.
[299]. «Questo messere Mastino (dice un Romagnuolo contemporaneo) fu de li maggiori tiranni de Lombardia, quello che più cittate ebbe, più potenza, più castella, più comunanze, più grandigia: di quindici grosse cittate fu signore. Mentre che sua oste si posava sopra alcuna cittate, drizzavale sopra quaranta trabocchi; mai non se ne partiva fintanto che non era signore; voleva essere signore sì per forza sì per amore. Mise piede in Toscana, ebbe Lucca, e ingannò i Fiorentini; donde i Fiorentini gli ordinarono quella ruina, la quale gli venne di sopra. Po’ minacciava di volere Ferrara e Bologna. Una cosa facea a li nobili li quali davano le città, che li tenea con seco, e dava loro grande protezione. Molti erano li baroni, molti erano li soldati da piede e da cavallo, molti li buffoni, molti suoi falconi, palafreni, pontani, destrieri di giostra. Grande era lo armeggiare. Vedeasi levare capucci di capo; vedeasi Todeschi inchinare, conviti smesurati, trombe e caramelle, cornamuse e naccare sonare: vedeasi tributi venire, muli con some scaricare, giostre e bello armeggiare, cantare, danzare, saltare; ogni bello e dolce diletto fare; drappi franceschi, tartareschi... velluti ’ntagliare; panni lavorati, smaltati, inorati portare. Quando questo signore cavalcava, tutta Verona crollava; quando minacciava, tremava. In fra le altre magnificenze sue si racconta che ottanta taglieri di credenza ebbe una volta che volse pranzare in camera; e ogni tagliere ebbe un deschetto con due baroni. Giudici, medici, letterati, virtuosi di ogni cognizione, avea provisione in sua terra. La sua fama sonava in corte di Roma. Non ha simile in Italia, e si magnifica messer Mastino. Fu uomo assai savio de testa, giusto signore; per tutto lo suo regno givase sicuro con oro in mano; grande giustizia facea. Fu uomo bruno, peloso, carnuto, con un grandissimo ventre; mastro de guerra. Cinquanta palafreni avea di sua casa; ogni dì mutava roba; duemila cavalieri cavalcavano con esso, quando cavalcava; duemila fanti da piedi armati, eletti, colle spade in mano, givangli intorno. E sua persona, mentre che seguitò la virtù, crebbe; poi che in superbia comenzò a corrompersi, forte diventò lussurioso; che avesse detorpate cinquanta polzelle in una quaresima si vantò. Questi vizj lo fecero cadere de suo onrato stato. Po’ manicava la carne lo venerdì e lo sabbato, e la quatregesima; non curava de scomunicazione; e considerando essere tanto potente, gloriavasi non conoscere fragilitate umana. Quando si vide in tanta grandezza e alterigia, fece fare palazzi, come si vede in Verona; e per fare le fondamenta, guastò chiesa. Mai bene non gli prese da poi. Comenzò a desprezzare li tiranni de Lombardia: non curava di gire a parlamento con essi. Poi fece fare una corona, tutta adornata di perle, zaffiri, balasci, robini, smeraldi, valore di fiorini ventimila; perchè ebbe intenzione di farsi incoronare re di Lombardia, e di fresco. Ma tiranni di Lombardia furono forte turbati; bene pensarono via da non essere subjetti a loro paro». — Cortusio, op. cit., lib. VI. c. I; Muzio Gazata, e Storia romana ap. Muratori, Antiq. Ital.
[300]. Sul mausoleo di Can Grande del 1329 fu scritto;
Si Canis hic grandis ingentia facta peregit
Marchia testis adest, quam sævo marte subegit.