[324]. Questa singolarità eccitò la curiosità, e molti la tolsero a soggetto di dotte dissertazioni, che crescono di continuo. In Italia, oltre il Camposanto di Pisa, troppo noto, ne conosciamo uno poco fuori di Como, oggi perito; uno a Santa Caterina del Sasso sul lago Maggiore; uno sulla facciata dei Disciplini a Clusone del Bergamasco.
[325]. Cron. riminese.
[326]. Probabilmente sotto Fiesole al Poggio Gherardi, e alla villa già Palmieri detta Schifanoja e dei Trevisi.
[327]. — Quanti valorosi uomini, quante belle donne, quanti leggiadri giovani, li quali, non che altri, ma Galeno, Ippocrate o Esculapio, avrieno giudicati sanissimi, la mattina desinarono coi loro parenti, compagni ed amici, che poi, la sera vegnente appresso, nell’altro mondo cenarono colli loro passati».
Più che in tutta la retorica del Boccaccio, trovo verità in queste parole di Panieri Sardo cronista pisano: — In del 1348, alla intrata di gennajo, vennero a Pisa due galee di Genovesi che venivano di Romanìa; e come furono giunti alla piazza dei Pesci, chiunque favellò con loro di subito fue amalato e morto; e chiunque favellava a quelli malati o toccasse di quelli morti altresì, tosto amalavano e morivano: e così fu sparta la grande corruzione in tanto, che ogni persona morìa. E fu sì grande la paura, che nime (nessuno) volea l’un l’altro vedere: lo padre non volea vedere morire lo figliuolo, nè lo figliuolo volea vedere morire lo padre, nè l’uno fratello l’altro, nè la moglie lo suo marito. E ogni persona fuggiva la morte; ma poco li valea, che chiunque dovea morir si moria, e non si trovava persona che li volesse portare a fossa. Ma quello Signore che fece lo cielo e la terra, provvide bene ogni cosa; che lo padre, vedendo morto lo suo figliuolo e abbandonato da ogni persona (che nimo lo volea toccare, nè cucire, nè portare), egli si recusava morto (si dava per morto) e poi facea egli stesso lo meglio che potea; egli lo cucia, e poi lo mettea in della cascia, e con ajuto lo portava alla fossa, ed egli stesso lo sotterrava; e poi l’altro giorno egli o chiunque l’avea toccato, si era morto. Ma benedetto Dio, che provvide di dar ajuto l’uno all’altro. Con tutto che ciascun morie purchè egli toccasse di sue cose o denari o panni, nondimeno non ne rimase in nessuna casa nè in sul letto nessuno a sotterrare, che egli non fosse onorevolmente sotterrato secondo la sua qualità: tanta carità Dio diede all’uno coll’altro, recusandosi ciascuno morto. E dicea: Ajutiamo, e portiamli a fossa, acciocchè ancora noi siamo portati». Archivio storico, tom. VI. part. ii. p. 114.
[328]. Non è ben dimostrato che il De Sade trovasse il vero intorno a questa Laura. Vedi L’illustre châtelaine des environs de Vaucluse, e la Laure de Pétrarque par Hyacinthe d’Olivier-Vitalis. Parigi 1843. Anche Salvatore Betti sostiene ch’ella fosse la nobilissima Laura Des Beaux Adhémar di Cavaillon, figlia del signore di Vaucluse, nata in riva alla Sorga, e morta fanciulla di consunzione il 1348.
«Le trenta vite del cantore di Laura ce ne lasciano bramare una degna di lui», scriveva il Bettinelli quasi un secolo fa, e possiamo ripeter noi.
Perchè a me troppo ed a se stessa piacque.
La rividi più bella e meno altera.