[390]. Così scriveva Dondacio Malvicini da Ferrara alla Signoria fiorentina il 27 giugno 1355. Vedi Arch. storico, app. Nº 24, p. 408.
[391]. Tale carica ebbe origine in Italia, dove gl’imperatori nominarono conti del palazzo Laterano: uffiziali però che non aveano l’esercizio d’alcuna prerogativa imperiale, come ebbero in appresso i conti palatini in Germania. È vero che Castruccio ottenne di nobilitare e legittimare spurj, crear notaj, ecc.: ma queste prerogative gli furono accordate da Lodovico il Bavaro col diploma dell’11 novembre 1327, che lo costituì duca di Lucca; quello del 14 marzo successivo, che gli conferì la delegazione di conte lateranese, parla unicamente delle funzioni che, in tal qualità, dovrà sostenere all’incoronazione dell’imperatore. Questo è l’unico esempio di tali diritti conferiti ad alcuno, salvo che fosse a titolo di conte del palazzo.
I primi conti del palazzo imperiale furono nominati da Carlo IV, il quale conferì dignità siffatta a Bartolo di Sassoferrato, e a Giovanni Amadio di Padova d’esercitare tutte le funzioni della giurisdizione volontaria, accordare la cittadinanza romana e la nobiltà, crear dottori, e delegare altrui parte di questi diritti. I conti palatini nominati da Carlo IV erano italiani, e sembra la loro delegazione non si estendesse se non sull’Italia. Così fu della prima comitativa lateranese conferita a un tedesco, cioè a Gaspare Schlick cancelliere dell’imperatore Sigismondo, che l’ottenne nel 1433; e alcuni mesi dipoi ai fratelli di Schlick e loro discendenti.
Pare che Federico III pel primo trasferisse in Germania la dignità di conte di palazzo. Ve n’ebbe di grandi e di piccoli, secondo l’importanza dei diritti che l’imperatore vi attribuiva: il diritto di nobilitare apparteneva ai grandi. Quando la dignità piccola accordava di nominare dottori, era ordinariamente limitata a un numero d’individui: in tal modo il celebre Reuclino potè creare dieci dottori durante la sua vita. La dignità di conte di palazzo durò sino al termine dell’impero germanico; alcuni di questi conti gli sopravvissero. Schoell.
[392]. «Scioccamente avea dimenticato di chiedere alcuna sicurezza o vantaggio», dice il Muratori, che in generale è avverso a cotesti capipopolo, tanto più se frati.
[393]. Matteo Villani, vii. 69; il quale conchiude: — Io penso, che se questo fosse avvenuto al tempo de’ Romani, i grandi autori non l’avrebbero lasciata senza onore di chiara fama, tra l’altre che raccontano degne di singolar lode per la loro costanza».
[394]. Vita b. Petri Tommasii. Fu poi patriarca di Costantinopoli.
Vedasi Sepulveda, Hist. de bello administrato in Italia a cardinali Egidio Albornotio.
[395]. Filippo Villani, cap. 81. — Gio. Cavalcanti, l. IV. c. 1, dice che Guido Torello «fece fare un ponte a pezzi con tanta arte, che l’un pezzo con l’altro s’annestava».
[396]. Le repubbliche teneano boschi apposta, donde trarre i legni per le aste. Tali erano li Cavrei in val Brembana sul Bergamasco, dove i faggi e frassini metteano rami diritti, che tagliati e rimondati metteansi in vendita. I Veneziani ne cavavano da Montona nel Triestino, e sempre era preferito il frassino. I ferri migliori da innastarvi venivano da Valenza di Spagna. A Brescia un maestro Serafino, al principio del Cinquecento, fece una spada tanto vantata, che un principe gliela pagò cinquecento ducati: altre fabbriche n’aveano il Bergamasco, Serravalle e Cividal di Belluno: Modena e Treviso preparavano i tamburi. G. Matteo Cicogna, Trattato militare, 1567; Cibrario, Studj storici.