Superna prævisio.

I quali versi ci presentano la misura e la rima alla moderna, e c’invitano a cercare se sia vero che dai Provenzali noi imparammo il verseggiare.

Come una lingua parlata differente dalla scritta, così ci si fa credibile che, colla poesia metrica, cioè misurata per lunghe e brevi, tra i Romani ne vivesse una ritmica, attenta solo al numero delle sillabe. Tale dovette essere la primitiva dei versi Saturnj e del carme Arvale, e degli altri carmi deprecatorj, medici, magici, che recitavansi assa voce, vale a dire senz’accompagnamento musicale, ma con una danza virile, ove col piede marcavasi l’accento[146]; e le canzoni convivali ricordate da Catone, ove al suon della tibia recitavansi le lodi de’ maggiori. Chi abbia intelligenza dell’accento latino, facilmente si persuaderà che ai canti mal potea servire la misura prosodica, bensì la ritmica. E tali noi crediamo durassero i versi Fescennini, lacchezzo del popolo; e tali i canti militari e bacchici e da celia, di cui ci conservò taluni Svetonio, come alcune strofe di Adriano imperatore, indocili alle conosciute misure[147].

L’imitazione greca introdusse i metri dattilici, ma come armonia fittizia, arbitraria, non mai connaturata colla lingua, e preoccupandosi delle convenienze accidentali del metro o di pretese analogie coi modelli greci, anzichè della vera pronunzia; tant’è vero che spesso il tono cadeva sulle brevi, e un gran numero di sillabe rimanevano incerte. Questa melopea tutt’artifiziale rendeva più corruttibile la quantità, che non negl’idiomi dove aveva un’esistenza naturale, come sarebbero il greco e il sanscrito: e per quanto i poeti cercassero crescere armonia ai loro versi sottomettendo a un ordine sistematico i piedi liberi, cioè determinando la successione de’ dattili e degli spondei, e regolando il posto delle cesure e fin la lunghezza delle parole[148], l’armonia non acquistò in Roma nè tampoco la forza d’un’abitudine. I Barbari affluenti colà, introduceano sempre più parole ribelli alla prosodia; e la pronunzia, men rispettosa alle tradizioni letterarie, riconduceva le capricciose differenze di quantità a una specie d’unità: i poeti dapprima variarono le regole prosodiche, poi confessarono d’ignorarle[149], e sul tipo dell’antico esametro si foggiarono versi che sistematicamente s’allontanavano da ogni misura.

Cessata la classica squisitezza, rivalsero le forme indigene; e ciò viepiù in grazia del cristianesimo, dove l’ispirazione era più personale e più dominante il sentimento, talchè i poeti, invece di subordinare le loro emozioni a una misura inanimata, vollero appropriarla ai pensieri, e l’espressione melodica sostituirono alla regolarità plastica. Allora dunque si neglesse la quantità delle sillabe per curarne solo il numero, e lasciare campo alla musica; e l’orecchio, ineducato a quella finezza, preferì essere carezzato dalla rima. Di tal modo abbiamo versi d’autori[150], iscrizioni, inni della Chiesa, facili al canto ma ribelli alla prosodia; e se ne variò la misura, sempre con ragione al numero, non alla quantità delle sillabe.

La rima conobbero i classici e latini e greci, e sebbene la evitassero come poco acconcia alla metrica, talvolta accumularono le consonanze in modo, da non potere attribuirle a inavvertenza[151]. Questo vestire di forma più musicale i pensieri, e rendere più sensibile l’armonia, piacque ognor meglio al declinare del latino, e man mano che sentivasi la necessità di dare un ritmo più libero ed espressivo a concetti, sui quali il sentimento acquistava maggiore imperio. Da prima bastava l’assonanza, cioè la cadenza simile della sillaba estrema o delle due ultime nelle voci sdrucciole[152]; poi si vollero eguali tutte le lettere che succedessero all’accento tonico. Leonini furono denominati questi versi; forse ad indicarne la forza, o forse da Leone benedettino di San Vittore a Parigi, fiorito verso il 1190, che (fatto non raro tra quella nazione) se n’attribuì il merito benchè assai prima fossero in uso[153]. E la rima passò in tutte le lingue romanze, come già l’avevano gli Arabi e i popoli settentrionali, il cui esempio potè forse divulgarla tra noi, certo non la insegnò.

Chi non badi alla quantità, già può nei classici latini riscontrare la misura dei nostri versi quinarj, senarj, settenarj, ottonarj, di cui le combinazioni crebbero e si svincolò l’andamento quando furono destinati al canto ecclesiastico[154]. L’eroico nostro viene dagli endecasillabi antichi, o dal saffico o dal giambo iponazio[155]: fu consueto nei secoli bassi, e in quello i soldati confortavansi nel 900 a custodire gli spaldi di Modena (t. V, p. 339). Del decasillabo, ignoto ai Latini e ai Provenzali, si fa merito a ser Onesto bolognese[156]. E sempre la poesia sottometteasi alla musica; come attestano anche i nomi di canzone, cantilena, sonetto, aria, ballata, antifona, responsorio.

Che mestieri dunque di cercare da’ Provenzali le nostre forme poetiche? erano evoluzione logica del progresso della versificazione, del sottentrare le lingue antiprosodiche, e dell’associarsi più intimamente la poesia colla musica. Bensì da loro ci vennero le canzoni a versi disuguali e rime incrociate, chiuse con un invio, le quali noi intitoliamo petrarchesche; e il faticoso intreccio delle sestine antiche e delle ballate, ove ad ogni dato spazio ricorre il verso o il vocabolo medesimo. Il loro sonetto fu ben altro dai nostri, dei quali il più antico che ci resti attribuiscono a Pier delle Vigne[157]; determinato poi regolarmente da Guitton d’Arezzo, che vogliono pel primo usasse gli ottonarj. Meritano al Boccaccio l’invenzione dell’ottava[158], della quale non è che mutilazione la sestina moderna. De’ terzetti grandemente si piacquero i primi nostri poeti. Così via via la versificazione perfezionavasi, combinando in maniera più melodica elementi più conformi alla natura della lingua.

La Sicilia udì verseggiare italiano Pier delle Vigne, Federico II, Enzo e Manfredi suoi figli (pag. 122). Sembrano anteriori Ciullo d’Alcamo e Mazzeo Ricco di Messina, e più forbito Rinaldo d’Aquino, Jacopo notajo da Lentino, e Guido delle Colonne. Contemporanei coltivavano poesia in Toscana due Buonagiunta da Lucca, Chiaro Davanzati, Salvino Doni, Guido Orlandi, Noffo notajo d’Oltrarno, che si nominano solo perchè primi. Già lodammo san Francesco e frà Pacifico, e forse sin dal 1177 poetava Folcalchiero Folcalchieri senese, parendo alludere alla pace di Costanza quando col verso — Tutto lo mondo vive senza guerra» comincia la più antica canzone di nostra favella. Dante da Majano, per fama invaghitosi della Nina Sicula, ricambiò versi con essa, dove non si riscontra differenza fra lui toscano e lei siciliana; tant’è vero che tutti s’ingegnavano di conformarsi allo stesso tipo.

Più rozzamente, ma pure scriveasi nel settentrione d’Italia; e i milanesi Pietro Besgapè che fece la storia del Vecchio e Nuovo Testamento, e frà Buonvicino da Riva che insegnò le belle creanze[159], e Guido da Sommacampagna retore veronese che nel 1360 espose lo tractato e la arte delli ritmi vulgari[160], non vagliono se non ad attestare quanto già allora fosse superiore il dialetto toscano.