Tanto basta perchè più non si ripeta quel triviale dettato, aver Dante creato la lingua e la poesia italiana; egli che nel suo trattato De vulgari eloquio esamina e giudica gli scrittori che lo precedettero, condannando quelli che la lingua accettarono tal quale si parlava senza forbirla; e anche nella Divina Commedia gli accusa che non s’ispirassero al sentimento, e volessero piacere con altri ornamenti che colla verace espressione dell’amore[161].

Severissimo egli si mostra a Guitton d’Arezzo, eppure costui, dotto di provenzale, francese, spagnuolo, sotto forme ruvide espose alti concetti, sì nei versi come in quaranta lettere di vario soggetto, e le più scritte per edificazione delle anime, per incorare a virtù i cavalieri Gaudenti, ai quali apparteneva, esortare alla pace Firenze e l’altre città di Toscana, e per poco che siano dirugginate, appajono tutt’altro che spregevoli.

Jacopone da Todi, letterato e dottore, intese a guadagni e voluttà sin quando, assistendo ad uno spettacolo ed essendo caduto il palco, vi rimase ammazzata sua moglie, alla quale scoprendo il seno, la trovò stretta di cilicio sotto le vesti scialose. Compunto, si rese terziario di san Francesco, e per attirarsi disprezzo, si finse mentecatto. Eccogli addosso le baje de’ fanciulli, la persecuzione de’ suoi frati e di papa Bonifazio VIII; e cacciato prigione, vi canta versi e sacre laudi, grossolane e scorrette, pure a volta robuste e spontanee di pensieri come d’espressioni. Nel primo ordine de’ Francescani non fu voluto ricevere se non dopo avere scritto sul disprezzo del mondo; ma passar sacerdote non volle mai.

Brunetto Latini ci lasciò in vulgare il Tesoretto, raccolta di precetti morali in settenarj rimati a coppia. «Fu dittatore (segretario) del Comune di Firenze, ma fu mondano uomo. Fu egli cominciatore e maestro in digrossare Fiorentini, e farli scorti in bene parlare e in sapere giudicare e reggere la repubblica secondo la politica» (Villani). Perseguitato da re Manfredi, riparò in Francia presso Luigi IX, ove scrisse il Tesoro, che vollero dire enciclopedia di quel tempo, mentre non è che un affastellamento di cose desunte dalla Bibbia, da Plinio, da Solino. E dic’egli, le composa en français pour ce que nous sommes en France, et par ce que la parleure en est plus delitable et plus commune à tous gens. L’originale rimase inedito, ma due traduzioni italiane, contemporanee all’autore, di idee e vocaboli molti accrebbero la nostra lingua, e dovettero a lungo conservarsi in pregio, se all’introdursi della tipografia furono delle prime date alla stampa[162].

Buje nella forma e tutte lambiccature mi sembrano le rime, in cui Cino da Pistoja celebrò la bella Selvaggia: eppure il lodano di eleganza e dolcezza, e Dante asserisce che le costui canzoni e le sue aveano «innalzato il magistero e la potenza del dire italico, il quale essendo di vocaboli tanto rozzi, di perplesse costruzioni, di difettosa pronunzia, di accenti contadineschi, era stato da essi ridotto così egregio, così districato, così perfetto e civile». Gran lode meritò commentando il Codice, e cacciato in bando perchè ghibellino, era chiesto a gara dalle università.

Guido Guinicelli bolognese, spatriato coi Lambertazzi, e morto in esiglio due anni dopo, fu chiamato da Dante «nobile e massimo, e padre suo, e de’ migliori che mai cantassero rime d’amore dolci e leggiadre... il primo da cui la bella forma del nostro idioma fu dolcemente colorita, la quale appena dal rozzo Guittone era stata adombrata»[163]. Poco ce ne rimane e guasto, ma abbastanza per vedervi elevazione e vigore, pensamenti nobili, stile dirozzato, da far meraviglia in autore di seicento anni fa; se non avessimo anche e prose e versi di esso Guittone, troppo superiori al concetto che vorrebbero darcene l’Alighieri e chi gli fa eco.

Sorvolò ai precedenti il fiorentino Guido Cavalcanti, che, cantando la Mandetta di Tolosa[164], mischiò la filosofia all’amore, e usò la lingua con una forbitezza tutta moderna.

Insieme v’avea non pochi che adopravano la prosa sia a prediche, sia a cronache, come già notammo, sia a traduzioni, le quali soglion essere utilissimo esercizio delle nuove lingue. Frà Guidotto da Bologna nel Fior di retorica vulgarizzò compendiando il libro ad Erennio; e — conoscendo te e la tua gran bontade, alto Manfredi, lancia e re di Cicilia, siccome a diletto e caro signore nell’aspetto de’ valenti principi del mondo, essere sovra gli altri re grazioso, ho compilato questo Fiore, nel quale, secondo il mio parere, voi potete avere sufficiente ed adorno ammaestramento a dire in piuvico ed in privato». Ma forse le molte traduzioni di quel tempo non sono dal latino, bensì dal francese; e di là i romanzi, di là molte delle Cento Novelle, dedotte dal monaco di Montalto.

Sono questi, che, usando del popolo le parole, ma combinandole secondo l’ingegno naturale e la coltura propria, stabilirono il primato della lingua toscana, contrastato indarno da coloro che vollero tenere di Dante piuttosto le mal chiarite dottrine, che non gl’immortali esempj. Esempj così grandiosi e inaspettati, ch’egli fu salutato qual creatore non solo della poesia ma della lingua: mentre e dell’una e dell’altra non fece che accogliere le tradizioni, accostandovi la fiaccola del genio; tanto più mirabile quanto men colta era la restante Europa, e scarsamente conosciuti gli antichi modelli.

Dimenticati questi, l’immaginazione avea preso due vie, delle idee religiose e delle cavalleresche; e dalle prime era venuta una serie di leggende, applicate a personaggi e tempi diversissimi, e che costituivano una mitologia cristiana, di gran lunga men bella della gentilesca, ma più morale ed efficace, e cui forma erano l’allegoria e la visione. La cavalleria, portata in Europa colle crociate, ed avvivata dall’alito di queste, avea partorito tutte quelle imprese degli eroi della Tavola Rotonda e de’ paladini di Carlo Magno, oppure vestito alla moderna i compagni di Alessandro Macedone, e inventato genealogie delle Case regnanti e principalmente della francese. In questi predominavano la satira e il grottesco, fosse nel narrare imprese ridicole, fosse nell’esagerare le eroiche ed esporle sogghignando. Trovammo pure i poeti storici, narrazioni sprovvedute di fantasia.