Il sentimento individuale esprimevasi nella lirica, tutta d’amore; ma se teneva forma leggera e spensata fra Provenzali e Francesi, in Italia ben presto la assunse colta, divenne platonico e metafisico, tanto che fu mestieri di commenti alle canzoni amorose[165]. Il sentimento e la bellezza ne scapitavano; ma faticando ad esprimere quelle idee o ad analizzarle, la lingua prendeva ampiezza e vigore.

Anche i tanti fabliaux e poemi e romanzi in francese, in tedesco, in provenzale, in italiano, erano rozzi di apparenza e scempj di concetto, istintivi piuttosto che d’arte; nè era sorto chi (uffizio de’ poemi primitivi) raccogliesse tutte le tradizioni viventi, le combinasse colla scienza più raffinata del suo tempo, mescolasse la satira, la storia, l’amore, la devozione e, forme loro, la lirica, il dialogo, il racconto, l’allegoria; e culto, dogmi positivi, istituti civili, fatti storici, speculazioni filosofiche e teologiche unisse mediante il proprio genio, e coll’arte che sola può eternare le opere. Ciò fece Dante con ingegno sommo ajutato dai casi.

Discendente (1265-1321) da un Cacciaguida, che erasi meritato il paradiso crociandosi dietro all’imperatore Corrado, a nove anni capitato coi parenti in casa di Folco de’ Portinai quando si festeggiava il calen di maggio, vide Bice figlia di questo, la quale «di tempo non trapassava l’anno ottavo, era leggiadretta assai, e ne’ suoi costumi piacevole e gentilesca, bella nel viso, e nelle sue parole con più gravezza che la sua piccola età non richiedea. E Dante così la ricevette nell’animo, che altro sopravvegnente piacere la bella immagine di lei spegnere nè potè nè cacciare» (Boccaccio). Sopra l’amata fanciulla cominciò egli a far versi, inviandoli, com’era costume, ad altri poeti toscani, che o l’avranno dissuaso da una via dove il prevedevano emulo, o donato di que’ compassionevoli conforti che somigliano ad insulto. Chi si commove alla passion vera, sentirà quant’egli e come l’amasse allorchè scriveva: — Questa gentilissima donna venne in tanta grazia delle genti, che, quando passava per via, le persone correano per veder lei; e quando fosse presso ad alcuno, tanta onestà venia nel cuore di quello, che non ardìa di levare gli occhi nè di rispondere al suo saluto. Ed ella coronata e vestita d’umiltà s’andava, nulla gloria mostrando di ciò ch’ella vedeva e udiva. Dicevano molti, poichè passata era, Questa non è femmina, anzi è de’ bellissimi angeli del cielo; ed altri dicevano, Questa è una meraviglia: che benedetto sia il Signore, che sì mirabilmente sa operare! Io dico ch’ella si mostrava sì gentile, che quelli che la miravano, comprendevano in loro una dolcezza onesta e soave tanto, che ridire nol sapevano; nè alcuno era, lo quale potesse mirar lei, che nel principio non gli convenisse sospirare»[166].

Bice si maritò in un de’ Bardi; ma ben presto (racconta esso poeta) «lo Signore della giustizia chiamò questa nobile a gloriare sotto l’insegna di quella reina benedetta virgo Maria, lo cui nome fue in grandissima reverenza nelle parole di questa beata Beatrice». Dante, a cui, com’è dell’anime passionate, parve tutto il mondo avesse a prender parte al suo lutto, per lettera ne informò re e principi; poi, affine di distrarsi, si affondò in solitarj studj, e promise seco stesso di «non dir più di questa benedetta infintanto che non potesse più degnamente trattar di lei»; e sperava dirne «quello che mai non fu detto d’alcuna».

Gli amori suoi raccontò nella Vita nuova, il primo di quei libri intimi alla moderna, dove uno analizza il sentimento e rivela le recondite sue tribolazioni. Dettato troppo spesso con pretensione erudita e scolastica aridità, qui e qua con semplice candore, come di chi narra se stesso, e governata da una malinconia non arcigna, Dante vi si mostra poeta più che in molte poesie; contempla Beatrice nelle visioni, anche molt’anni dopo morta, e ne favella come fosse di jeri. A tale entusiasmo voi sentite che non riuscirà uomo nè scrittor vulgare: e se tanto soffriva per amore, che doveva essere quando vi si unissero i patimenti politici, l’esiglio immeritato, e il cader con indegni?[167].

Il profondo sentire lo spingeva a volersi cingere il cordone di san Francesco, poi se ne distolse per mescolarsi ne’ parteggiamenti cittadini: dai quali spinto fuor di patria, ideò e compì un’epopea affatto differente dagli esempj classici, di cui aveva imperfetta notizia. L’Iliade esponeva le vicende guerresche; l’Odissea, il vivere domestico de’ principotti greci; l’Eneide, la grandezza di Roma. Questa Roma stessa avea Dante veduta quando, l’anno 1300, centinaja di migliaja di pellegrini vi accorrevano al giubileo, mossi da un unico pensiero, la salute dell’anima, eppur ciascuno portandovi gli affetti, le passioni, le fantasie proprie. Il devoto entusiasmo di tutta cristianità si accentrò nel poeta, il quale tolse a cantar l’uomo, e come i suoi meriti in terra sono retribuiti nell’altro mondo. Il dispetto verso gli uomini, l’aver toccato con mano le miserie d’Italia, il conversare cogli artisti che allora, innovando la pittura, gli davano esempio di nobili ardimenti, maturarono la vasta sua facoltà poetica; e amore, politica, teologia, sdegno gli dettarono la Divina Commedia, che, come l’epopea più ardita, così è l’opera più lirica di nostra favella, giacchè nel canto egli trasfonde l’ispirazione propria, l’entusiasmo onde ardeva per la religione, per la patria, per l’impero, e gl’immortali suoi rancori.

Nel tempio, nel duomo eransi tutte le arti novamente congiunte, com’erano state prima che il separarsi raffinasse le singole, a scapito dell’universale espressione. Così Dante ripigliava l’epopea vera, che comprendesse i tre elementi di racconto, rappresentazione, ispirazione, i lanci dell’immaginativa e le speculazioni del raziocinio; toccasse all’origine e alla fine del mondo; descrivesse terra e cielo, uomo, angelo e demonio, il dogma e la leggenda, l’immenso, l’eterno, l’infinito, colle cognizioni tutte dell’intelligenza sua e del popolo. Laonde il suo poema riuscì teologico, morale, storico, filosofico, allegorico, enciclopedico; pure coordinato a insegnar verità salutevoli alla vita civile[168].

Il Boccaccio, di poco a lui posteriore, lasciò cadersi dalla penna che scopo unico ne fosse il distribuir lodi o biasimo a coloro, di cui la politica e i costumi reputava onorevoli o vergognosi, utili o micidiali. Ridurre un sì vasto concetto alla misura di un libello d’occasione! e forse era siffatta l’opinione de’ vulgari, soliti a non veder che allusioni e attualità, perchè in fatto stanno racchiuse nelle verità eterne, e in quella vastità dei generali che è il carattere degl’ingegni elevati. Ma a gran torto s’appongono coloro che solo un’allegoria politica vogliono trovare in un poema, cui poser mano cielo e terra. Il problema cardinale, che Eschilo presentiva nel Prometeo, che Shakspeare atteggiò nell’Amleto, che Faust cercò risolvere colla scienza, don Giovanni colla voluttà, Werter coll’amore, fu l’indagine di Dante come di tutti i pensatori; questo contrasto fra il niente e l’immortalità, fra le aspirazioni a un bene supremo, e l’avvilimento di mali incessanti.

«L’autore, in quel tempo che cominciò questo trattato, era peccatore e vizioso, ed era quasi in una selva di vizj e d’ignoranza; ma poichè egli pervenne al monte, cioè al conoscimento della virtù, allora la tribolazione e le sollecitudini e le varie passioni procedenti da quelli peccati e difetti cessarono e si chetarono »[169]. Ciò fu nel mezzo del cammin della vita del poeta, quando il giubileo lo richiamò a coscienza.

I poeti pagani sono pieni di calate all’inferno. I Padri cristiani non insistettero sul descriverlo, e di volo vi passa sopra anche l’estatico di Patmos; ma cresciuta la barbarie, parve si volessero rinforzare i ritegni col divisare a minuto que’ fieri supplizj. Divenuto unico sentimento comune il religioso, in centinaja di leggende ricomparivano viaggi all’altro mondo. Pel pozzo di San Patrizio in Irlanda Guerrino il Meschino scende a laghi di fiamme, ove l’anime si purgano: e nell’inferno, disposto in sette cerchj concentrici un sotto l’altro, in ciascuno dei quali è punito uno de’ peccati mortali, trova molte persone conosciute: infine Enoch ed Elia lo elevano alle delizie del paradiso, e risolvono i dubbj suoi[170]. Le lepide composizioni del Sogno d’inferno di Rodolfo di Houdan, e del Giocoliere che va all’inferno, correano per le mani come espressioni di credenze vulgatissime, e comuni ai popoli più lontani. In Italia principalmente dovea essere conosciuta la visione d’Alderico, monaco a Montecassino attorno al 1127, il quale dopo lunga malattia rimane nove giorni e nove notti privo di sentimento; nel qual tempo, portato su ali di colomba e assistito da due angeli, va nell’inferno, poi nel purgatorio, donde è assunto ai sette cieli e all’empireo. Da tali credenze Brunetto Latini, maestro di Dante, avea dedotto l’idea d’un viaggio, in cui dicevasi salvato per opera d’Ovidio da una selva diversa, dove avea smarrito il gran cammino[171].