Ben sarebbe meschino l’imputar Dante d’imitazione. Forse la Madonna col bambino non è la stessa, sgorbiata dall’imbianchino del villaggio, e dipinta da Rafaello? Dante vi era portato dai tempi e dalle credenze universali; e il libro più comune e quasi unico del medio evo gli somministrava queste allegorie, e le visioni, e perfino le tre fiere che l’impediscono al cominciar dell’erta[172]. E talmente la visione è forma essenziale dell’opera di Dante, che durò anche dopo lui morto, e si disse che otto mesi dopo la tomba foss’egli apparso a Pier Giardino ravignano per indicargli dove stessero riposti gli ultimi tredici canti del poema, di cui in conseguenza la terza parte fu pubblicata solo postuma.
La predilezione di Dante pei concetti simbolici trapela da tutte le opere sue. Conobbe Beatrice a nove anni, la rivide a diciotto alla nona ora, la sognò nella prima delle nove ultime ore della notte, la cantò ai diciott’anni, la perdè ai ventisette, il nono mese dell’anno giudaico; e questo ritorno delle potenze del numero più augusto gl’indicava alcun che di divino[173], come il nome di lei parevagli cosa di cielo, aggiuntivo della scienza e delle idee più sublimi; onde la divinizzò come simbolo della luce interposta fra l’intelletto e la verità.
Adunque Dante non poeteggia per istinto, ma tutto calcola e ragiona; compagina l’uno e trino suo poema in tre volte trentatrè canti, oltre l’introduzione, e ciascuno in un quasi ugual numero di terzine[174]; e gli scomparti numerici cominciati nel bel primo verso (nel mezzo), lo accompagnano per le bolge, pei balzi, pei cieli, a nove a nove coordinati. Questo rispetto per la regola, questo fren dell’arte che crea egli stesso e al quale pure si tiene obbligato, non deriva da quell’amore dell’ordine, per cui vagheggiava la monarchia universale?
La mistura del reale coll’ideale, del fatto col simbolo, della storia coll’allegoria, comune nel medio evo[175], valse all’Alighieri per innestare nella favola mistica l’esistenza reale e casi umani recenti; sicchè i due mondi sono il riflesso l’uno dell’altro, e Beatrice è la donna sua insieme e la scienza di Dio, come dalle quattro stelle vere son figurate le virtù cardinali, e dalle tre le teologiche.
Smarrito nella selva selvaggia delle passioni e delle brighe civili, dalla letteratura e dalla filosofia, personificate in Virgilio, vien Dante condotto per l’esperienza fin dove può conoscere il vero positivo della teologia, raffigurata in Beatrice, alla cui vista, prima gioja del suo paradiso, egli arriva traverso al castigo ed all’espiamento. Al limitare dell’inferno, incontra gli sciagurati che vissero senza infamia e senza lode, inettissima genia, chiamata prudente dalle età che conoscono per unica virtù quella fiacca moderazione la quale distoglie dall’esser vivi. Con minore acerbità sono castigati coloro, di cui le colpe restano nella persona; e peggior ira del cielo crucia quelli che ingiuriarono altrui. Così nel secondo regno si purgano le colpe con pene proporzionate al nocumento che indussero alla società; e a questo assunto sociale si riferiscono, chi ben guardi, le quistioni che in quel tragitto presenta e discute il poeta, le nimistanze civili, il libero arbitrio, l’indissolubilità dei voti, la volontà assoluta o mista, come di buon padre nasca figlio malvagio, e come nell’eleggere uno stato non devasi andare a ritroso della natura.
Erano tempi, ove, non conoscendosi i temperamenti dell’educazione, tutto veniva spinto all’assoluto; e Dante ce li dipinge colla credulità, coll’ira, la morale, la vendetta. Secondo è uffizio del poeta, s’erge consigliere delle nazioni, giudice degli avvenimenti e degli uomini, re dell’opinione: ma la mal cristiana rabbia onde tesse l’orditura religiosa, pregiudica non meno alla forma che all’interna bellezza.
E bellezza sua originale è quella rapidità di procedere, per cui non s’arresta a far pompa d’arte, di figure rettoriche, di descrizioni, a ripetere pensieri altrove uditi; ma cammina difilato alla meta, colpisce e passa. Insigne nel cogliere o astrarre i caratteri degli enti su cui si fissa, egli è sempre particolare nelle dipinture; vedi i suoi quadri, odi i suoi personaggi. Libero genio, adopera stile proprio, tutto nerbo e semplicità, con quelle parole rattenute che dicono men che il poeta non abbia sentito, ma fanno meglio intravvedere l’infinito, acciocchè ne cerchiamo il senso in noi medesimi. La forza e la concisione mai non fecero miglior prova che in questo poema, dove ogni parola tante cose riassume, dove in un verso si compendia un capitolo di morale[176], in una terzina un trattato di stile[177]; e in eleganti versi si risolvono le quistioni più astruse, come la generazione umana, e l’accordo fra la preveggenza di Dio e la libertà dell’uomo, le quali non apparivano fin là che nell’ispido involucro dell’argomentazione scolastica[178]. Ond’è che Dante opera sul lettore non tanto per quel che esprime quanto per quel che suggerisce; non tanto per le idee che eccita direttamente, quanto per quelle che in folla vengono associarsi alle prime. Capirlo è impossibile se l’immaginazione del lettore non ajuti quella dell’autore: egli schizza, lasciando che il lettore incarni; dà il motivo, lasciando a questo il trovarvi l’armonia, il quale esercizio dell’attività lo fa sembrare più grande.
Ma egli non è un autor da tavolino; fa parere la sua nobiltà scrivendo ciò che vide; laonde con libero genio, non teme la critica, pecca di gusto, manca della pulitura qual richiedono i tempi forbiti; e intese la natura dello stil nuovo, che non può reggersi colla indeclinabile dignità degli antichi: ma, come nella società, mette accanto al terribile il ridicolo; donde quel titolo di Commedia[179].
Dell’introdurre tante questioni scolastiche nol vorrò difendere io; ma, oltrechè è natura de’ poemi primitivi il raccorre e ripetere tutto quanto si sa, se oggi appaiono strane a noi disusati, allora si discuteano alla giornata, ed ogni persona colta avea parteggiato per l’una o per l’altra, non altrimenti che oggi avvenga delle disquisizioni politiche.
Neghi chi vuole, ma il maggior difetto di Dante resterà l’oscurità[180]. Locuzioni stentate, improprie; voci e frasi inzeppate per necessità di rima; parole di senso nuovo; allusioni stiracchiate, o parziali, o troppo di fuga accennate; circostanze effimere e municipali, poste come conosciute e perpetue, l’ingombrano sì, che Omero e Virgilio richiedono men commenti; e tu italiano sei costretto a studiarlo come un libro forestiere, alternando gli occhi fra il testo e le chiose; e poi trovi concetti che, dopo volumi di discussioni, non sanno risolversi. Vero è che quel fraseggiare talmente s’incarna col modo suo di concepire e di poetare, da doverlo credere il più opportuno a rivelar l’anima e i pensamenti di esso. Anzi si direbbe che l’allettativo di Dante consista in una virtù occulta delle parole, le quali devono essere disposte a tal modo nè più nè meno; movetele, cambiate un aggettivo, sostituite un sinonimo, e non son più desse: ha versi senza significato, e che pure tutti sanno a memoria: udite que’ terzetti quali stanno, ed eccovi la vanità divien persona, e presente il passato, e figurato l’avvenire.