Con sì stupendi cominciamenti rivelavasi la nostra lingua. Dante nella Vita nuova avea riprovato coloro «che rimano sopra altra materia che amorosa; conciossiachè cotal modo di parlare (l’italiano) fosse da principio trovato per dire d’amore». Ma nelle trattazioni civili ebbe a riconoscere la forza del vulgar nostro, e come «la lingua dev’essere un servo obbediente a chi l’adopera, e il latino è piuttosto un padrone, mentre il vulgare a piacimento artificiato si transmuta»; onde nel Convivio diceva: — Questo sarà luce nuova e sole nuovo, il quale sorgerà ove l’usato (il latino) tramonterà, e darà luce a coloro che son in tenebre e in oscurità per lo usato sole che loro non luce».
Frate Ilario, priore del monastero di Santa Croce del Corvo nella diocesi di Luni, dirigendo la prima cantica a Uguccione della Faggiuola così gli scrive: — Qui capitò Dante, o lo movesse la religione del luogo, o altro qualsiasi affetto. Ed avendo io scorto costui, sconosciuto a me ed a tutti i miei frati, il richiesi del suo volere e del suo cercare. Egli non fece motto, ma seguitava silenzioso a contemplare le colonne e le travi del chiostro. Io di nuovo il richiedo che si voglia e chi cerchi; ed egli girando lentamente il capo, e guardando i frati e me, risponde, Pace! Acceso più e più della volontà di conoscerlo e sapere chi mai si fosse, io lo trassi in disparte, e fatte seco alquante parole, il conobbi: chè, quantunque non lo avessi visto mai prima di quell’ora, pure da molto tempo erane a me giunta la fama. Quando egli vide ch’io pendeva della sua vista, e lo ascoltavo con raro affetto, e’ si trasse di seno un libro, con gentilezza lo schiuse, e sì me l’offerse dicendo: Frate, ecco parte dell’opera mia, forse da te non vista; questo ricordo ti lascio, non dimenticarmi. Il portomi libro io mi strinsi gratissimo al petto, e, lui presente, vi fissi gli occhi con grande amore. Ma vedendovi le parole vulgari, e mostrando per l’atto della faccia la mia meraviglia, egli me ne richiese. Risposi ch’io stupiva egli avesse cantato in quella lingua, perchè parea cosa difficile e da non credere che quegli altissimi intendimenti si potessero significare per parole di vulgo; nè mi parea convenire che una tanta e sì degna scienza fosse vestita a quel modo plebeo. Ed egli: Hai ragione, ed io medesimo lo pensai; e allorchè da principio i semi di queste cose, infusi forse dal cielo, presero a germogliare, scelsi quel dire che più n’era degno; nè solamente lo scelsi, ma in quello presi di botto a poetare così:
Ultima regna canam fluido contermina mundo,
Spiritibus quæ late patent, quæ præmia solvunt
Pro meritis cuicumque suis.
Ma quando pensai la condizione dell’età presente e vidi i canti degl’illustri poeti tenersi abjetti, laonde i generosi uomini, per servigio de’ quali nel buon tempo scrivevansi queste cose, lasciarono ahi dolore! le arti liberali a’ plebei; allora quella piccioletta lira onde m’era provveduto, gittai, ed un’altra ne temprai conveniente all’orecchio de’ moderni, vano essendo il cibo ch’è duro apprestar a bocche di lattanti».
Di fatto l’Alighieri osò adoprare l’italiano a descriver fondo a tutto l’universo; e vi pose il vigore, la rapidità, la libertà d’una lingua viva. Che se egli non la creò, la eresse al volo più sublime; se non fissolla, la determinò, e mostrò ciò che potea. Togli le voci dottrinali, o quelle ch’egli creava per bisogno o per capriccio (avvegnachè vantavasi di non far mai servire il pensiero alla parola, o la parola alla rima)[181], le altre sue son quasi tutte vive. Se, come alcuno fantastica, egli fosse andato ripescandole da questo o da quel dialetto, avrebbe formato una mescolanza assurda, pedantesca, senza l’alito popolare che solo può dar vita. Forse le prose e i versi de’ suoi contemporanei, quanto a parole, differiscono da’ suoi? Nato toscano, non ebbe mestieri che di adoperare l’idioma materno; e le voci d’altri dialetti che per comodo di verso pose qua e là, sono in minore numero che non le latine o provenzali, a cui non per questo pretese conferire la cittadinanza. Irato però alla sua patria, volle predicare teoriche in perfetto contrasto colla propria pratica; e nel libro Della vulgare eloquenza (dettato in latino per una nuova contraddizione), dopo aver ragionato dell’origine del parlare[182], della divisione degli idiomi e di quelli usciti dal romano, che sono la lingua d’oc, la lingua d’oui e la lingua di sì, riconosce in quest’ultima quattordici dialetti, simili a piante selvaggie, di cui bisogna diboscare la patria. E prima svelle il romagnolo, lo spoletino, l’anconitano, indi il ferrarese, il veneto, il bergamasco, il genovese, il lombardo, e gli altri traspadani irsuti ed ispidi, e i crudeli accenti degli Istrioti; dice «il vulgare de’ Romani, o per dir meglio il suo tristo parlare, essere il più brutto di tutti i vulgari italiani, e non è meraviglia, sendo ne’ costumi o nelle deformità degli abiti loro sopra tutti puzzolenti»; dice che Ferrara, Modena, Reggio, Parma non possono aver poeti, in grazia della loro loquacità[183]. Insomma lascia trasparire che quel che meno gl’importa è la questione grammaticale; ma sovratutto condanna i Toscani perchè arrogantemente si attribuiscono il titolo del vulgare illustre, il quale, a dir suo, «è quello che in ciascuna città appare ed in niuna riposa; vulgare cardinale, aulico, il quale è di tutte le città italiane, e non pare che sia in niuna; col quale i vulgari di tutte le città d’Italia si hanno a misurare, ponderare e comparare». Per disservire questa patria, ne depompa il linguaggio; i dialetti disapprova quanto più s’accostano al fiorentino; eppure insulta ai Sardi perchè dialetto proprio non hanno, ma parlano ancora latino: loda invece il siciliano, dicendo che così si chiama l’italiano e si chiamerà sempre; eppure all’ultimo capitolo mette che il parlar nostro, quod totius Italiæ est, latinum vulgare vocatur; e semprechè gli cade menzione del parlar suo o del comune italiano, lo chiama vulgare, o parlar tosco, o latino, e neppure una volta siciliano.
A rinfianco del suo sofisma reca poche voci di ciascun dialetto, prova inconcludentissima; e versi di poeti di ciascuna regione, lodando quelli che si applicarono a cotesta lingua aulica, riprovando quelli che tennero la popolare, massimamente i Toscani. Nulla men giusto che tali giudizj, e basta leggere anche solo le poesie da lui addotte, per vedere che le toscane popolesche sono similissime alle cortigiane d’altri paesi: donde deriva che il cortigiano d’altrove, cioè lo studiato, era il naturale e vulgato di Firenze[184].
Malgrado i commenti di eruditissimi, o forse in grazia di quelli, io non so se meglio di me altri sia riuscito a cogliere l’assunto preciso di Dante in questo lavoro; tanto spesso si contraddice, tanto esce ne’ giudizj più inattesi. Chi volesse vedervi qualcosa più che un dispetto di fuoruscito, potrebbe supporre che i dotti avesser mostrato poco conto della sua Commedia, perchè scritta nella lingua che egli avea dalla balia, senza i pazienti studj che richiedeva il latino; quindi egli tolse a mostrare che nessun dialetto è buono a scrivere, ma da tutti vuolsi scernere il meglio. E qui v’è parte di verità: chè chi voglia formare un mazzo, non coglie tutti i fiori d’un giardino, ma i più belli; e quest’arte del crivellare e dello scriver bene non può impararsi se non da chi bene scrive, nè a questi è prefisso verun paese. Ma il giardino dove trovare i fiori più abbondevoli e genuini, qual sarà se non la Toscana? e di fatto egli confessa che fin d’allora non solo l’opinione dei plebei, ma molti uomini famosi attribuivano il titolo di vulgare illustre al fiorentino; nel che dice impazzivano, egli che pur credea necessario dare per fondamento alla lingua scritta un dialetto, benchè lo sdegno gli facesse ai Fiorentini, obtusi in suo turpiloquio, preferire sino il disavvenente bolognese; egli che asseriva il latino dovere scriversi per grammatica, ma il bello vulgare seguita l’uso.
Nella scarsa metafisica d’allora, confondeva la lingua collo stile, giacchè è affatto vero che, adottando quella dei Fiorentini, bisognava poi aggiungervi l’ingegno e l’arte perchè divenisse colta; e poichè a ciò serve non poco l’usare con chi ben parla e ben pensa, Bologna per la sua Università offriva campo a migliorar lo stile, più che non la mercantesca Firenze. L’appunteremo noi se non seppe fare una distinzione, la cui mancanza offusca anc’oggi i tanti ragionacchianti in siffatta quistione? Al postutto egli non argomenta della lingua in generale, ma di quella che s’addice alle canzoni: lo che dovrebbero non dimenticare mai coloro che vogliono di Dante fiorentino far un campione contro quel fiorentino parlare, ch’egli pose in trono inconcusso.