Altri versi dettò, e massime canzoni amorose, delle quali poi fece un commento nel Convivio, fatica mediocre, dove maturo tolse a indagar ragioni filosofiche a sentimenti venutigli direttamente da vaghezze giovanili, e vorrebbe che per amore s’intendesse lo studio, per donna la filosofia, per terzo cielo di venere la retorica, terza scienza del trivio; per gli angeli motori di questa sfera, Tullio e Boezio unici suoi consolatori. Ivi esprime di valersi dell’italiano «per confondere li suoi accusatori, li quali dispregiano esso, e commendano gli altri, massimamente quello di lingua d’oc, dicendo ch’è più bello e migliore di questo»: eppure altrove soggiunge «molte regioni e città essere più nobili e deliziose che Toscana e Firenze, e molte nazioni e molte genti usare più dilettevole e più utile sermone che gli Italiani». Locchè vedasi se a que’ tempi potea dirsi con giustizia.
Quella che l’Alighieri creò veramente, è la lingua poetica, che fin ad oggi s’adopera con più o men d’arte, ma sempre la stessa, e per la quale sin d’allora egli era cantato fin nelle strade[185]. La sua prosa invece è povera d’artifizio, pesante, prolissa, con clausole impaccianti, periodi complicati. Quanto più doveva essere ne’ coetanei suoi, eccetto que’ Toscani che s’accontentassero di usarla nell’ingenuità natìa? Pure la prosa su que’ primordj va più originale che non divenisse in man di coloro i quali di poi vollero applicarvi la costruzione latina.
Doveva l’eloquenza ingrandire fra’ pubblici interessi: ma quel gran sintomo dello sviluppo di un popolo, la potenza politica della parola, il talento applicato a governar le nazioni, non ad esilarare gli spiriti, rimase impacciato dall’inesperienza delle lingue. I pochi discorsi riferiti dagli storici non mostrano aspetto d’autenticità; pure sappiamo che, uniformandosi alle consuetudini scolastiche, gli oratori di tribuna si appoggiavano a un testo, sovente plebeo, e su quello ragionavano senz’arte. Farinata degli Uberti, quando, dopo la battaglia dell’Arbia, si alzò a viso aperto contro la proposta di distruggere Firenze, prese per testo due triti proverbj: — Come asino sape, così minuzza rape. Si va la capra zoppa, se lupo non la intoppa». E san Francesco predicando a Montefeltro, tolse un altro motto vulgare: — Tanto è il ben che aspetto, che ogni pena m’è diletto». Que’ predicatori che traevansi dietro le moltitudini, spingevanle alla guerra e, ch’è più mirabile, alla pace, li trovi rozzi e inordinati raccozzatori di scolastiche sottigliezze o di mistiche aspirazioni, lardellati di testi scritturali e di trascinate allusioni, dividendo e suddividendo a modo dialettico, senz’ombra di genio e rado di sentimento. Predicavano forse in latino rustico, e a tanta folla che a ben pochi era dato di sentirli e a meno d’intenderli, sicchè i cronisti ricorrono al miracolo. E davvero l’efficacia portentosa va attribuita al concetto di loro santità, e alla persuasione con cui parlavano, e che facilmente trasfondesi in chi ascolta.
CAPITOLO CII. Ingerenza francese. — I Vespri siciliani, e la guerra conseguente.
Parve la parte guelfa avesse confitto la ruota della fortuna al cadere degli Svevi e al piantarsi Carlo d’Angiò nelle Due Sicilie (Cap. XCII). Questo avea tributarj il bey di Tunisi e molte città del Piemonte, ligie quelle della Romagna e della Lombardia; vicario della Toscana, governator di Bologna, senatore di Roma, protettore degli Estensi e perciò della marca Trevisana; arbitro de’ papi e del re di Francia suo nipote; da Baldovino II, imperatore spodestato di Costantinopoli, si fa cedere i titoli sull’Acaja e la Morea; il regno di Gerusalemme da Maria figlia di Boemondo IV d’Antiochia; da Melisenda, il regno di Cipro; titoli vani, ai quali sperava ottener realtà facendo dai papi scomunicare Michele Paleologo imperatore bisantino, e allestendo grosse armi per isbalzarlo.
Nel Regno egli non mutò gran fatto della costituzione, conservando i pesi e i freni che la robusta mano di Federico II e i bisogni della guerra v’aveano introdotto; migliorò Napoli di edifizj, fra’ quali il Castel Nuovo per assicurar l’accesso al mare, il duomo, Santa Maria la Nuova con ampio monastero di frati Minori; San Lorenzo, eretto sul Palazzo del Comune, da lui abbattuto; fece lastricare le vie interne; favorì l’Università attribuendole un giustiziere proprio, e determinando i prezzi degli oggetti di consumo per gli scolari, cui esentò dalle gabelle. Estese l’usanza di far cavalieri in tutte le solennità, e con quest’onore si amicò alcuni popolani grassi, come molti signori francesi col distribuir loro i feudi sottratti ad amici degli Svevi. Soltanto gentiluomini, o notevoli per ricchezza o per senno ammise nei seggi, ristretti ai cinque di Capuana, Nido, Montagna, Porto, Portanuova; i quali gareggiarono a fabbricare nel proprio quartiere palazzo e teatro; nominavano ciascuno cinque o sei capitani annui, che potessero convocare i nobili per qualunque pubblico affare; e gli Eletti, che governavano la città insieme coll’Eletto della piazza del Popolo. I parlamenti, che si accoglievano or qua or là, allora furono fissati a Napoli, e v’intervenivano la più parte de’ baroni, i sindaci di tutto il regno, e i due ordini de’ nobili e della plebe; i prelati soltanto in qualità di baroni.
Ma la nobiltà antica prendeva in dispetto la nuova; le sventure della dinastia caduta convertirono l’odio in compassione; il popolo fremeva ai supplizj di coloro che non erano stati tanto vili da rinnegare gli antichi benefattori. I baroni, che soleano retribuire soltanto un donativo ne’ casi preveduti dal diritto feudale, cioè per invasione del paese, prigionia del re, nozze della sua figliuola o sorella, e nell’ornar cavaliere lui o suo figlio, erano stati sottomessi da Federico a gravezze regolari, mantenute o aumentate da Manfredi pel bisogno della guerra; e se Carlo avea promesso esoneraneli, si giovò del favore mostrato a Corradino per mancare agli accordi.
Ragioni di popoli e ragioni della Chiesa aveva egli a rispettare, ed entrambe violò. Alla santa Sede avea giurato abolire le esazioni arbitrarie inventate dagli Svevi, e ripristinare le immunità come al tempo di Guglielmo il Buono; poi, per ambizione ed avarizia e per soddisfare l’esercito, introduceva sottigliezze fiscali, tasse sopra ogni minimo consumo; e se non trovasse pubblicani, obbligava qualche ricco a pigliarne l’appalto, come per forza dava in socida i beni del regio dominio, stabilendo a sua discrezione il fitto; estendeva le bandite per la caccia, ripristinava i servizj di corpo, di carri, di navi; arrogavasi ragioni di acque: la prigione era spalancata per ogni ritardo, per ogni richiamo, pur beato chi potesse fuggire, lasciando incolto il campo, deserta la casa, che talora veniva diroccata. Pose in corso la moneta scadente del carlino, minacciando chi la ricusasse di marchiarlo in fronte colla moneta stessa rovente[186], e producendo scompigli nelle private contrattazioni. Che diremo dei delitti di maestà, delle fiere procedure per sospetti, del proibire che i figli de’ rei di Stato non potessero accasarsi senza licenza del re?[187] Il quale pure o gli eredi di pingui feudi condannava al celibato, o le ricche ereditiere maritava co’ suoi stranieri.
Ad esempio di lui soprusavano i ministri, smungeano denaro per ogni occasione, rubavano, poi otteneano connivenza spartendo col re; sopra gente avvezza alle franchigie normanne e alla cortesia sveva, si comportavano con quella sbadata insolenza, per cui i Francesi in Italia non seppero farsi amare se non quando non vi sono.
Più castigata fu la Sicilia quanto più dagli Svevi favorita; fraudata de’ privilegi, posta in dipendenza da Napoli, abbandonata a magistrati violenti o avari, a giustizieri che angariavano le città e le coste; e col pretesto della crociata, smunta con sempre più gravi imposizioni; dei baroni, molti spogliati, molti ritiraronsi ne’ castelli montani. Tutti dunque sospiravano un’occasione di svelenirsi, e se la promettevano dallo sgomento che Carlo eccitava ne’ potentati. Le città del Piemonte, messesi a signoria di lui, se ne riscossero, sollecitate da Guglielmo VI marchese di Monferrato, e dai Genovesi che spesso nel Mediterraneo sconfissero la flotta provenzale. Michele Paleologo, che aveva usurpato e risanguato l’impero d’Oriente, vedeva con sospetto i preparativi di Carlo. E i popoli, ridotti a non avere speranza che nella rivoluzione, s’immaginano d’esservi ajutati da tutti i nemici del loro tiranno.