La leggenda, che sbizzarrì sui fatti di quel tempo, racconta come radunasse in sè i dolori, le passioni, gli anatemi della sua patria Giovanni da Prócida, nobile medico salernitano, che, privato de’ suoi beni come creatura degli Svevi[188], con odio infaticabile girò per tutta Europa cercando nemici agli Angioini: aggiunge ch’egli avesse raccolto il guanto che Corradino gettò dal patibolo, e recatolo a Pietro III re d’Aragona, il quale, per la moglie Costanza, figliuola di Manfredi e cugina di quello, poteva (dicono essi) pretendere alla successione di lui. Fatti incerti: ma potrebbe darsi che Pietro adoprasse alle sue aspirazioni questo Procida, il quale era stato medico di Federico II e cancelliere di Manfredi, poi dei primi a fare omaggio a Carlo d’Angiò, e che forse s’indettava coi baroni siciliani, non per redimersi in libertà, ma per mutare padrone. Al re d’Aragona, signore di piccolo Stato, ma di valore ed ambizion grande e voglioso di vendicare il suocero, non potea che piacere un tale acquisto; ma Corradino avrebbe mai pensato a trasmettere la sua eredità al genero di colui che glie l’aveva usurpata? Il fatto sta che, «come vuolsi a buona guerra, l’Aragonese erasi preparato con amistà, denari, segreto» (Montaner); e concertatosi coll’imperatore di Costantinopoli, dava voce di voler sbarcare contro i Mori d’Africa; e a chi tentava succhiellarne di più, rispondeva: — Tanto mi preme questo segreto, che se la mia destra il sapesse, la mozzerei colla sinistra».

Il prendere la Sicilia era tutt’altro che facile, dove erano quarantadue castelli regj, pronte alla chiamata le truppe feudali, disposti grossi armamenti per l’impresa di Levante. Il popolo poi, men tosto che al re d’Aragona, volgea gli sguardi al pontefice, come quello che poteva da Carlo ripetere le liberali convenzioni giurate. Clemente IV l’aveva ammonito più volte con norme, che beato il re e i popoli se le avessero osservate: — Chiama i baroni, i prelati, i migliori delle città, esponi ad essi i bisogni tuoi, e col loro assenso determina i sussidj. Di questi poi e de’ diritti tuoi sta contento; del resto lascia liberi i sudditi: ordina col tuo parlamento in quali casi tu possa richiedere la colletta ai vassalli e ai baroni»[189]. Gregorio X, che per ismania della crociata voleva la pace, blandiva l’antico campione della Chiesa, ed erasi limitato a doglianze mansuete e inesaudite; non che secondare le ambizioni di Carlo sull’impero greco, sudò anzi a riconciliare quella Chiesa colla latina; e rimase tradizione popolare che Carlo avvelenasse san Tommaso d’Aquino mentre andava al concilio ecumenico di Lione, ove lo temeva avverso a’ suoi divisamenti[190].

I tre pontificati brevissimi (1276-77) che succedettero (Innocenzo V, Adriano V, Giovanni XXI) nulla innovarono; ma Nicola III degli Orsini, uomo altero e volente la liberazione d’Italia forse per ingrandirne la propria famiglia, adoperò con senno e cuore per rimetter pace, e mandò Latino cardinale d’Ostia a sedare le maledette parti. A Firenze, ove si combattevano Adimari e Donati, Tosinghi e Pazzi, dopo datosi attorno per quattro mesi, il cardinale raccolse tutti davanti a Santa Maria Novella, messa a fiori e gale, e indusse a darsi il bacio della pace, bruciar le sentenze ottenute, restituire i beni e unirsi con matrimonj; insieme rimpatriò i Ghibellini esigliati.

Più ammalignavano le nimicizie in Bologna. Quivi Imelda de’ Lambertazzi avendo accolto in casa Bonifazio della nemica famiglia de’ Geremei, i fratelli di essa lo colpirono d’un pugnale avvelenato. La fanciulla credè salvarlo col succhiarne la ferita, ma contrasse ella pure il veleno, e morì coll’amante. La pietà pei due infelici esacerbò gli odj, si pugnò in città e fuori per sessanta giorni, infine i Geremei prevalsi cacciarono ben dodicimila cittadini. Questi, rifuggiti a Faenza e Forlì, menarono lunghe ostilità, finchè esso cardinale Latino riuscì a farli ripristinare nella patria e negli onori, abolendo le società popolari, tizzoni di discordia, e sulla piazza solennemente parata, davanti a molti vescovi, fu sui vangeli giurata la pace, sottoscritta da trentotto famiglie ghibelline, e cenventinove guelfe[191]. Poco dopo i Lambertazzi ripigliarono le offese; o almeno ne gli incolparono i Geremei, che gli espulsero di nuovo e ne demolirono i palazzi.

Nicola III fu de’ pontefici più magnifici; tolse a rifabbricare la basilica di San Pietro, e vicino a quella il palazzo Vaticano, munito a guisa di città, e un altro a Montefiascone; ai parenti largheggiò prelature e signorie, e fu sin dubitato che, per ingrandirli, distraesse il denaro destinato per Terrasanta. Appoggiato a quelli, aspirava alla capitananza d’Italia; e dicono chiedesse una figlia di Carlo d’Angiò per un suo parente e dal superbo francese n’avesse risposta: — Perchè egli porta calzari rossi, presumerebbe mescere il sangue degli Orsini con quello di Francia?» Ne indispettì Nicola, e per ostare a Carlo fece nominar se stesso senatore di Roma, proibendo di più mai portare alcun re a quella dignità; elesse molti cardinali italiani; mandò assolvere i tanti scomunicati che i più erano Ghibellini; aveva anche in concetto di dividere l’impero in quattro regni ereditarj: quel di Germania per la discendenza mascolina di Rodolfo; quello d’Arles a Clemenza figlia di lui, maritata in Carlo Martello; la Lombardia e la Toscana a due nipoti del papa.

Quali ne sarebbero state le conseguenze? non distruggevasi così quell’impero elettivo, di cui si compiacevano come di gloriosa creazione i suoi predecessori? e v’è diritto di spartire per tal maniera i popoli, ed assegnarli come un retaggio? e sovratutto sarebbe ciò stato possibile? — Nicola ne fece la proposizione a Rodolfo d’Habsburg, ma la morte (1280) interruppe il trattato[192] e la sua breve e vigorosa amministrazione.

Carlo vide l’importanza d’avere un papa suo, onde prepotentemente cacciò i tre cardinali di casa Orsini, gli altri fe chiudere a pane e acqua; e d’accordo cogli Annibaldeschi, portò alla tiara il francese Martino IV (1281). Questo lo ripagò col buttarsi interamente agli interessi di lui, rinominollo senatore di Roma, scomunicò il Paleologo, e mentre il predecessore avea sudato per tenere in pace Guelfi e Ghibellini, egli cercò sempre la preponderanza dei Guelfi, all’uopo abusando delle armi spirituali. Guerreggiò Forlì, ricovero de’ cacciati di Bologna, non solo ponendo all’interdetto tutta la città, ma volendo che i beni de’ Forlivesi, côlti in qual si fosse paese, cadessero nel fisco papale: fatto nuovo, dappoi spesso imitato. Mandarono essi implorar perdono, ma egli no, se prima non cacciassero tutti i forestieri. I fuorusciti di Bologna lo pregarono, — Assegnateci un luogo dove ricoverare, giacchè dalla patria siamo espulsi»; e neppur tanto ottennero. Ma Giovanni d’Appia, creatura di re Carlo e fatto conte di Romagna, che spingeva quella guerra ajutato dai denari raccolti per la crociata, toccò grave sconfitta dai Forlivesi, comandati da Guido di Montefeltro.

Un tal pontefice poteva aver orecchie disposte alle suppliche de’ Siciliani? anzi gittò prigioni il vescovo e il frate da loro deputati a portargli lagnanze. Ne imbaldanziva la francese tracotanza, e i Siciliani taciti e torvi aspettavano i tempi; quando privati oltraggi fecero che l’impeto popolare de’ Siciliani prevenisse le ambizioni de’ re e le brighe dei baroni. La terza festa di Risurrezione del 1282, mentre i Palermitani pasquavano a vespro alla chiesa di Santo Spirito, mezzo miglio dalla città, Drouet soldato francese, sott’ombra di cercare se portasse armi nascoste, frugò una nobile fanciulla; i parenti di lei se ne risentono, e lo uccidono; i Francesi vogliono vendicarlo, ma periscono quanti sono: il grido di Mora, mora si diffonde; Ruggero Mastrangeli incora, e grida alla strage di chiunque non sa proferir ciciri; non altare li difende, non l’ordine sacro o la cocolla, non sesso o puerizia: nei giorni seguenti per tutta l’isola e per gl’invano difesi castelli e ne’ boscosi nascondigli si dilata la carnificina, della quale si dimenticò l’orrore per farne lezione ai regnanti. Solo Guglielmo Porcelet, feudatario di Calatafimi, uom giusto e umano, fu salvo e rinviato in patria.

Il popolo, che nulla sapeva di trame d’Aragona, e che soleva associare l’idea di chiesa a quella di libertà, fermò di reggersi a comuni tra loro confederati e sotto la protezione del papa, di cui alzò la bandiera, e dava i suoi atti «al tempo del dominio della sacrosanta romana Chiesa e della felice repubblica, anno primo». Ma papa Martino montò in estremo furore, e quando alcuni frati vennero da Palermo, inginocchiandoseli colle mani sul petto, e intonandogli Agnus Dei qui tollis peccata mundi, miserere nobis, l’irato rispose pur col vangelo: Dicebant, ave rex Judeorum, et dabant ei alapam. Poscia «ai perfidi e crudeli dell’isola di Sicilia, corrompitori di pace e ucciditori di cristiani» intimò dovessero a lui pontefice e a Carlo signor legittimo sottomettersi, se no «li metteva scomunicati e interdetti secondo la divina ragione».

Adunque i Siciliani aveano distinto saviamente le ragioni della propria libertà da quelle della Chiesa: Martino confondendole costringeva i popoli ad osteggiare la Chiesa, la quale non potendo rinunziare alla sua supremazia sovra la Sicilia, trovavasi incaricata di vendicare l’Angioino, e farsi complice de’ passati eccessi di lui.