Carlo, tra dolore e rabbia inteso il fatto, s’affrettò a riversare sui subalterni ogni colpa del mal governo, e dar provvedimenti, ai quali anche allora i popoli rispondeano col fatale Troppo tardi. Pure egli trovavasi in pronto grossi apparecchiamenti di terra e di mare, destinati contro la Grecia[193]; sicchè facilmente avrebbe potuto rimettere all’obbedienza una provincia senza tesoro nè arsenali nè capitani, e che se gli proferiva purchè si contentasse di quanto esigeva re Guglielmo il Buono, e negl’impieghi non mettesse Francesi nè Provenzali. Egli ricusò togliergli a misericordia; onde anch’essi fecero raunata di gente e di moneta, e l’odio profondo, il timore delle punizioni, l’ardore d’una vendetta nazionale li mutarono in eroi.

Il popolo, attissimo a far rivoluzioni, è poi incapace a sistemarle (1282); e i baroni poterono trarre a sè la direzione d’una impresa non cominciata da essi: e come avviene quando alcuno ha un disegno predisposto a fronte di chi non n’ha veruno, i partigiani d’Aragona invitarono re Pietro, il quale sbarcò a Palermo e si cinse la corona dei re normanni.

Ruggero di Lorìa, calabrese ribelle, grandissimo di valore e d’ardire, come di fortuna ed efferatezza, eletto suo almirante, sorprendeva Carlo dinanzi all’assediata e intrepida Messina[194], e ne bruciava il navile, preparato con tanta spesa e fatica; il che udendo questi, morse lo scettro esclamando: — Signor Iddio, molto m’avete elevato; piacciavi almeno che il mio calare sia a petitti passi» (Villani).

Per questa insperabile vittoria e per l’eroismo di Messina fallì dunque a Carlo quel primo impeto di vendetta; e tra per bizzarria cavalleresca, tra per guadagnar tempo, appellò traditore Pietro, e per araldi sfidollo a battaglia singolare con cento cavalieri e col patto che il soccombente perdesse non solo le ragioni sulla Sicilia, ma anche sul proprio patrimonio, e fra i gentiluomini passasse per ricreduto e traditore. Era questo un richiamo ai non ancora dismessi giudizj di Dio: i due re giurarono sul vangelo di darsi soddisfazione, e dal re d’Inghilterra ottennero campo franco a Bordeaux[195]. Carlo vi si condusse, ma l’Aragonese trovò pretesti per non mettere alla ventura d’un colpo di stocco un bel regno ciuffato; e lasciando che l’emulo lo tacciasse a gran voce di fellone, si fe intitolare «Pietro d’Aragona, cavaliere, padre di due re, e signore del mare»; e combattendo sì nelle acque nostre, sì nelle spagnuole (1284), ebbe la fortuna propizia, sino a far prigioniero Carlo il Zoppo, figlio del suo nemico. Il papa, che avea chiarito l’Aragonese scomunicato e spergiuro, decaduto dal regno avito e da ogni onore, spedì a chiedere la costui liberazione; ma i Siciliani, irridendo gl’interdetti, voleano sacrificarlo in espiazione del sangue di Manfredi e Corradino: irruppero anche a Messina sulle prigioni ove stavano rinchiusi i Francesi, e non potendo altrimenti averli, vi misero il fuoco. La regina Costanza fece dire a Carlo si preparasse a morire domani venerdì; ed esso: — M’è lieto di morire nel giorno in cui è morto Cristo». Il pio ricordo tornò in mente alla sdegnata che Cristo avea perdonato, ed essa pure campò la vita a quel nemico.

Indispettito da questo colpo, dalle sconfitte, e dall’udir Napoli gridare Muoja re Carlo, come sogliono le plebi ai re vinti, l’Angioino voleva mandar a fuoco la propria capitale, se non si fosse interposto il legato apostolico; pure fece impiccare più di cencinquanta cittadini. A Brindisi poi allestì un nuovo armamento, ma appena usciva, la tempesta glielo rovinò; e Carlo rammaricato moriva (1285), con lode d’insigni qualità, ma eclissate da smisurata ambizione.

Moriva pure in quel torno Martino papa; e Onorio IV de’ Savelli succedutogli, con ispiriti vivi in corpo rattratto, bandì due decreti assai favorevoli alle libertà del Reame. Nell’uno assodava i privilegi ecclesiastici; nell’altro incolpava della ribellione di Sicilia le avanìe ed ingiustizie de’ governanti; proibiva di spogliare i naufraghi; estendeva ai fratelli e loro discendenti il diritto d’ereditare i feudi; disobbligava dal servizio militare fuor dei confini, vietando le collette, salvo che ne’ quattro casi feudali; permetteva ai Comuni di portare richiami alla santa Sede; e se mai il re violasse queste franchigie, rimanesse sul fatto interdetta la sua cappella. Sono franchigie che i re successivi affrettaronsi di mandare in dimenticanza, intitolandole usurpazioni della sede romana[196].

Del regno d’Aragona, da cui scadeva Pietro scomunicato, il papa aveva investito Carlo di Valois, secondogenito di re Filippo l’Ardito, che di molta gloria aveva fatto procaccio col vincere la Fiandra. Ma bisognava conquistarlo; onde allora si bandì per Francia un’impresa, insanamente come tant’altre intitolata crociata, che di sangue, incendj, stupri empì la Catalogna; re Pietro vi fece grandi prove di valore; Ruggero di Loria dovette sospendere le imprese in Sicilia, per farne colà; migliaja di Francesi vi perirono e lo stesso loro re (1285), al quale tenne dietro re Pietro, lasciando ad Alfonso primogenito l’Aragona, a Giacomo la Sicilia. Onorio papa iterò contro questo le scomuniche, ma le avea spuntate lo scialacquarle, e Giacomo non se ne sgomentò; diede buone franchigie ai Siciliani, e più d’una rotta agli Angioini e ai Pontifizj.

Frattanto Carlo il Zoppo, riconosciuto re della Puglia (1288), era stato dai Siciliani reso in libertà, con certi patti, i quali se non potesse adempiere, perdesse la Provenza e tornasse prigione. Egli cercò affezionarsi il clero coll’assicurarne i privilegi, i baroni e cavalieri col concedere di levare imposte ed esercitare giurisdizione, il popolo col promettere di non gravarlo più che ai tempi di Guglielmo il Buono; provvide anche alle monete, alla giustizia, a riparare abusi; poi non potendo attenere quanto avea giurato al nemico, tornò a rimettersi nelle mani dell’Aragonese (1291). Intanto combinatasi la pace fra Aragona e Francia, fu saldato Carlo nel Napoletano, cedendo il Maine e l’Angiò come dote di sua figlia sposata a Carlo di Valois, e rimettendo al papa il decidere della Sicilia. Fra questi trattati il re Alfonso di Aragona moriva; e suo fratello Giacomo, per andare a succedergli, rassegnò la Sicilia al papa, che ne investì Carlo il Zoppo.

Quanto improvvidamente si ponga a fidanza di stranieri la propria liberazione compresero i Siciliani allorchè, dopo dieci anni di accannitissima guerra, si trovarono venduti come un branco di pecore agli uccisori di Manfredi e di Corradino; onde, ripigliata la virtù della disperazione, in generale parlamento presieduto dalla regina Costanza acclamarono Federico (1296), fratello di Giacomo. Assunse egli la corona e la difesa dell’isola, comunque contrariato da tutta la famiglia, venuta in accordo e parentela cogli Angioini, e fin da Ruggero di Loria, che aspirando a signoria, aveva conquistato le isole delle Gerbe nella giurisdizione di Tunisi, e col pretesto di tenerle al cristianesimo, se ne fece dar l’investitura da papa Bonifazio VIII, che ribenedendolo lo staccava dalla causa siciliana, come già se n’era staccato Giovanni da Procida, il quale finì oscuramente a Roma.

Re Giacomo, guadagnato dall’oro papale, menò egli stesso l’armata contro il fratello, ma restò vinto[197]; e un figlio di Ruggero di Loria fu preso e decapitato dagl’implacabili Siciliani. Ruggero se ne vendicò sconfiggendoli malgrado gli ajuti genovesi; mentre i reali di Napoli, sostenuti dai Toscani, faceano mirabili prodezze e guasti infiniti.