Che due piccoli re d’una frazione d’Italia avessero tante forze per combattersi accanniti, farà meraviglia solo a chi non abbia visto anche per recenti esempj di che sia capace un paese in rivoluzione, dove cioè le forze sono tutte avvivate e spinte. I re di Sicilia poi tenevano negli armamenti navali la stessa economia dei terrestri; e invece di assumerli tutti a carico dell’erario, comandavano ai conti e baroni che ciascuno armasse una o più navi secondo il suo stato; onde dall’interno paese venivano le ciurme pagate, e servito che avessero quattro o cinque mesi secondo il convenuto, tornavano a casa, e cessava ogni aggravio, dovendo l’erario soltanto far buono ai baroni quanto avessero realmente speso.
Invano Bonifazio VIII cercò indurre i Siciliani a sottomettersi alla santa Sede, mandando carta bianca perchè vi scrivessero le condizioni, e scegliessero qual cardinale preferivano per governarli. Abituatisi a considerare i pontefici come traditori, e la loro causa come ostile alla papale, cacciarono a strapazzo il messo pontifizio, e incoronarono Federico che li difese da Carlo di Valois: ma poi contro i patti giurati conchiuse con questo (1302) la pace di Calatabellota[198], fiaccamente rassegnandosi a tenere la Sicilia vita durante e col titolo di re di Trinacria, sposando una figlia degli Angioini, ai quali non disputerebbe la Calabria nè il titolo di re di Sicilia; si professava vassallo della santa Sede, tributandole ogni anno tremila once d’oro.
I Siciliani, che una rivoluzione scoppiata per sdegno nazionale aveano sostenuta con eroico coraggio contro fior di cavalieri ed ammiragli, e contro le armi irreparabili di Roma, vinto tre battaglie campali, quattro navali, moltissimi combattimenti, pei quali non solo respinsero tre eserciti dall’isola, ma acquistarono le Calabrie e val di Crati, fremettero di quella pace che li riponeva al giogo (dicean essi) di stranieri. Però Federico ebbe il merito di metter l’isola in cheto, e civilmente ordinarla o consentire si ordinasse con savj provvedimenti, restringendo spontaneo i diritti della monarchia.
Re Giacomo, nella urgente necessità di tenersi amici i Siciliani, avea fatto immuni provincie intere; onde povere le finanze quando la guerra interminabile facea sentir maggiore la necessità di denaro. Federico penò a restaurarle, nuove imposizioni facendosi consentire dai parlamenti, ne’ quali fece costantemente coi prelati e baroni intervenire i sindachi delle città rappresentanti il popolo, che formarono un terzo braccio; e imitando, come il nome, così alcune forme della costituzione aragonese. Il re, vestito delle insegne di sua dignità, apriva l’assemblea con un discorso ai tre bracci; prelati e baroni sedevano a lato al trono, i sindachi di fronte; e ciascun braccio deliberava separatamente. Il primo parlamento a Catania in cui Federico fu eletto, stanziò l’unione perpetua del parlamento; obbligo al clero di contribuire alle gravezze per tutti i beni che non fossero specialmente affetti alle loro funzioni. Quel diritto della monarchia siciliana, per cui Urbano II avea concesso a re Ruggero II autorità di legato papale, sebbene Carlo d’Angiò l’avesse rinunziato alla corte pontifizia, gli Aragonesi lo ricuperarono.
I baroni, sentendosi necessarj a sostenere colle proprie forze l’elezione, montavano in arroganza; straordinaria pompa nel vestire, nel trattamento, nelle comparse; e incoraggiati dall’esempio della nobiltà aragonese, tanto ricca di privilegi, mettevansi attorno clienti e affidati, che s’obbligavano con giuramenti a favorire i loro interessi[199]. Alle alte dignità non conducevano i meriti, ma la nascita; e il maestro giustiziero, e il maestro camerario, e tutti i comandanti di terra e di mare cernivansi fra i baroni. Già aveano preteso che nessuna derrata si esponesse sui mercati sinchè non fossero vendute le loro, e che i vassalli pagassero i canoni colle misure che ciascun di loro adottava. Poi verso il re alzavano ogni dì le pretensioni, tanto che il forte e insieme dolce Federico a pena riusciva a reprimerli. Per frenare l’avidità de’ magistrati foresi ne limitò la giurisdizione e la potenza; divise l’isola, non più in due, ma in quattro valli; nominò molti giudici subalterni, dipendenti da quattro magne curie. Dal capo delle finanze (magister secretus regni) fece dipendere segretarj speciali in Palermo, Messina, Catania, Siracusa: i maestri giurati, che Carlo d’Angiò aveva istituito uno in ogni terra per vegliare sulla giustizia del re, de’ nobili, degli ecclesiastici, Federico ridusse ad una specie di magistrati comunali: ai municipj affidò pure la nomina e la vigilanza di molti magistrati già regj, che di lontano mal si poteano tener d’occhio, e solo riservò al trono la nomina del primo giudice di ciascun luogo. Divideva eziandio al possibile le varie città, in modo che formassero corpi indipendenti, più deboli contro la regia prerogativa.
L’ordinamento per municipj, impacciato dagli Svevi, venne così a prendere sviluppo, e potè poi far argine all’autorità regia. Un balio, alcuni giudici e giurati costituivano il collegio municipale, che in certi casi s’aggregava alquanti consiglieri, mercanti e seniori. Dalle cariche municipali, almeno delle città regie, erano esclusi i nobili, anzi più tardi anche gli affidati loro, sicchè il corpo cittadino restava separato e opposto all’aristocratico. Federico ai nobili diè licenza di vendere e ipotecare i feudi, purchè non fosse a favore del clero, al fisco si pagasse un decimo del valore, e il nuovo possessore assumesse gli obblighi del precedente. Pareva strappatagli dalla necessità una concessione sì opportuna a spicciolire i possessi e mettere in giro ricchezze, che accumulate incagliavano il suo potere[200].
Usciva dunque Sicilia dalla sua rivoluzione con un ordinamento monarchico, unico in Italia; e vuolsi saper grado a Federico I d’avere in tempi sì fortunosi mantenuto tranquillità e giustizia senza opprimere. Ma d’allora comincia il dechino dell’isola, ove non più all’ordine pubblico, ma al vantaggio dell’aristocrazia mirarono i parziali statuti.
CAPITOLO CIII. Bonifazio VIII. — Dante politico e storico.
Stringemmo in uno i fatti spettanti alla Sicilia; ma altri di gran rilievo se n’erano in quel mezzo compiuti altrove.
Morto l’imperatore Rodolfo (1291), la corona germanica fu disputata tra suo figlio Alberto d’Austria, Venceslao IV di Boemia e Adolfo di Nassau: l’ultimo «di gran cuore, ma di piccola potenza» restò preferito, ma Alberto non volle mai sottoporsi, onde si prolungò, se non la vacanza, il disordine. E peggiore ne nacque alla morte di papa Nicola IV, giacchè, ristrettisi in conclave sei cardinali romani (1292), quattro della restante Italia e due francesi, non fu mai che potessero accordarsi: Matteo degli Orsini, famiglia ingrandita di Napoli, voleva un papa ben affetto ai Guelfi e a Carlo di Napoli; il contrario cercava Jacopo Colonna, capo dell’altra famiglia cui Onorio IV avea corteseggiato di favori e possessi. Roma prendea parte con loro; battagliavasi, saccheggiavasi, incendiavansi palazzi e chiese; finchè si elesse un senatore dei Colonna e uno degli Orsini, compenso che sorprese, non tolse i guaj. I cardinali, che eransi collocati parte a Rieti, parte a Viterbo, alfine si radunarono a Perugia, ma non s’accordavano nell’elezione, fin quando, dopo diciotto mesi, a meraviglia di tutti, i voti s’accolsero sovra Pietro Morone (1294), settagenario, che viveva sul monte Majella presso Sulmona a guisa degli antichi cenobiti, in pregio di virtù e miracoli. Vedendo giungere cardinali nel povero romitorio, egli si buttò ai loro ginocchi; essi a vicenda gli caddero dinanzi venerandolo papa; e per quanto si ostinasse al no, l’obbligarono ad accettare le somme chiavi col nome di Celestino V. Carlo II fu ben lieto d’aver pontefice un suo suddito, e quando fece l’entrata in Aquila sopra un somiero, egli stesso tenne le briglie col figlio Carlo Martello.