Quel pio, scevro dagli uomini e dalle passioni e intrighi loro, non addottrinato in altre scienze che nella contemplazione di Dio, avvezzo a far tutto a cenno d’obbedienza, fu dal re avviluppato d’omaggi, di legulej, di regie catene, talchè non più volesse che il beneplacito di Carlo: allora questi l’indusse a fissar sua sede in Napoli; di dodici cardinali, nominarne sette francesi, tre napolitani; e ad altri atti che Celestino fece (al dir del Varagine) meno in plenitudine potestatis, che in plenitudine simplicitatis. Però non gli era venuta meno la cenobitica umiltà; e conoscendosi inetto agli affari, e nell’avidità di curiali abusanti del suo nome, nelle prepotenze regie sotto il suo manto celate vedendo un pericolo dell’anima propria[201], ribramò la quiete e le consolazioni del devoto ritiro, e avutone consiglio coi cardinali, e indarno impedito dal re e da’ suoi vicini, dopo cinque mesi abdicò al papato.
Nel posto che non richiedeva un angelo ma un uomo, gli fu sortito successore colui che dicono maggiormente lo spingesse a tal passo, Benedetto dei Gaetani d’Anagni, che prese il nome di Bonifazio VIII[202] e il motto Deus in adjutorium meum intende, quasi presentisse le lotte preparategli, e nelle quali tanto bisogno avrebbe de’ superni ajuti. Valente in scienza e massime nel diritto civile e canonico, severo e pertinace, ben addentro negli accorgimenti mondani, e altamente compreso de’ diritti della santa Sede, vedendo questa in dechino, riassumeva l’opera di Gregorio VII e d’Innocenzo III di sottoporre la potenza temporale alla ecclesiastica, la materia allo spirito. Comincia dal sottrarsi al re di Napoli, che col fermarli nel suo paese volea rendersi ligi i pontefici; e coll’inaspettato comparire a Roma, da tre anni vedovata, ripiglia padronanza sovra le fazioni, deprime i Colonna, e come ghibellini e patarini incorreggibili e perchè alleati a suo danno coi re di Sicilia e d’Aragona, li scomunica e guerreggia, tanto che li riduce a venire ad obbedienza. Con ciò ebbe estinta la fazione ghibellina, ma procacciato a a sè irreconciliabili nemici. Revocò le concessioni improvvide del predecessore, e le tante bolle che di esso non portavano se non il nome; e poichè era a temere che alcuno non si valesse della costui inettitudine per indurlo a rivoler la tiara, sbranando la Chiesa con uno scisma, lo rinchiuse in un castello della Campania, ove i mali trattamenti gli accorciarono i giorni (1296). La santa vita meritò a Celestino V gli onori degli altari, e la debolezza i vilipendj di Dante[203].
Come gli antichi celebravano il centenario della fondazione della città, così i Cristiani solevano concorrere a Roma ogni capo di cent’anni, credendo, benchè non ne fosse motto ne’ libri liturgici, che grandi indulgenze meritasse quel pellegrinaggio. L’anno 1300, vedendo alla festa de’ santi Apostoli quell’affluenza, Bonifazio volle santificarla indulgendo generale perdonanza a chiunque, al chiudersi d’un secolo, visitasse in Roma certe chiese, e designò quella festa col nome di giubileo, dato dagli Ebrei a quella in cui venivano sciolti da debiti le persone e i beni. La smania delle crociate si sfogò allora in questo pellegrinaggio, che tanto maggior facilità offriva d’acquistare le indulgenze plenarie, che prima si concedevano solo per quelle. I popoli, che omai cercavano la civiltà per altre vie oltre le religiose, e ne’ parlamenti e nelle carte trovavano alla libertà quelle guarentigie che prima non traevano se non dalla tutela papale, sembrò che si unissero ancora personalmente per ravvivare la carità del capo colle membra, e rinvigorire la fede nell’aspetto delle cose sante. La cronaca d’Asti pretende v’andassero due milioni di persone: Giovan Villani, che v’intervenne, dice vi si contavano ogni giorno ducentomila forestieri d’ogni sesso, età e nazione; onde rincarirono i comestibili e il fieno, i Romani arricchirono collo spacciar le derrate e dare alloggi, la Camera apostolica colle oblazioni, le quali vennero sì copiose, che giorno e notte due cherici stavano con rastrelli per raccoglierle davanti all’altare. Fra gli altri vi peregrinò Giotto (1300), rinnovatore della pittura in Italia; e per commissione del papa, che già avea chiamato frate Oderisi d’Agubio a miniar libri, molti dipinti condusse nella basilica Lateranese, de’ quali ancora vedesi uno che esprime Bonifazio in atto di pubblicare il giubileo. Le solennità furono a proporzione, e il pontefice vi si mostrò alla città e al mondo cogli ornamenti imperiali, preceduto dalla spada, dal globo e dallo scettro, e da un araldo che gridava: — Ecco due spade, ecco il successore di Pietro, ecco il vicario di Cristo»[204].
Bonifazio, benchè di gente ghibellina dovea per natura propendere ai Guelfi; avendo udito che Alberto d’Austria, senza autorità pontifizia, erasi dichiarato imperatore, si pose la corona in capo, in pugno la spada ed esclamò: — Io cesare, io imperatore, e farò valere i diritti dell’impero»; i Siciliani che non vollero accettar la pace da lui proposta scomunicò, senza riguardo alle ragioni che possono determinare un popolo a preferire la guerra; inanimava i Guelfi contro re Federico in Sicilia ricettatore di Patarini e Ghibellini, ai nemici di esso concedeva le decime levate a titolo della crociata, e a danno di lui invitò Carlo di Valois, promettendogli l’impero d’Occidente mal conferito, e quello d’Oriente, a cui gli dava diritto la moglie, nipote di Baldovino imperator titolare di Costantinopoli. Venne Carlo romoreggiando; e ricevuto festosamente da tutti i Guelfi, fatto conte di Romagna, governatore del Patrimonio, signore della marca d’Ancona, fu coronato a Roma.
Primo incarico che il papa gli affidò, fu di praticar la pace in Toscana, a cui grave incendio di discordia era venuto da Pistoja. Quivi, domati i Panciatichi ghibellini, primeggiavano i Cancellieri, schiatta nobile che «avea in quel tempo diciotto cavalieri a speroni d’oro, ed erano sì grandi e di tanta potenza, che tutti gli altri soprastavano e battevano; e per la loro grandigia e ricchezza montarono in tanta superbia, che non era nissuno sì grande nè in città nè in contado, che non tenessono al di sotto; molto villaneggiavano ogni persona, e molto sozze e rigide cose faceano; e molti ne faceano uccidere e ferire, e per tema di loro nessuno ardiva a lamentarsi» (Storie pistoiesi).
Era quella famiglia distinta in Bianchi e Neri; e mentre parecchi insieme bevevano in una taverna, vennero a parole, e Carlino di Gualfredo de’ Bianchi ferì Doro di Guglielmo, ch’era dei Neri. Doro per tradimento colse un fratello del suo offensore, e assalitolo per ucciderlo, gli troncò una mano. Guglielmo credette rassettar la pace consegnando Doro a Gualfredo, ma questo ebbe la viltà di tagliare a lui pure il pugno sopra mangiatoja dei cavalli. Il sangue chiamò sangue: Cancellieri bianchi e Cancellieri neri si fecero i peggiori danni in città e per tutta la montagna di Pistoja, colla forza e col tradimento esercitando la vendetta. I Fiorentini, temendo non fra il tumulto una delle fazioni si accostasse ai Ghibellini, s’interposero, e ottenuto per tre anni la balìa della città, ordinarono ai capi delle due fazioni di trasportarsi a Firenze.
Credeano poterli tenere a freno quando fossero staccati dai loro clienti e conciliar pace; e invece trapiantavano il germe di cittadine discordie. I Bianchi furono accolti dai Cerchi, famiglia popolana, venuta su col traffico, mentre i Donati, loro emuli, gentiluomini e cavallereschi, riceveano i Neri; e adottando i nomi degli ospiti, parteggiarono coi soliti avvicendamenti, e nelle case vicine, ne’ campi confinanti, a balli, a nozze, a funerali, si davano di cozzo. «Così sta la nostra città tribolata, così stanno i nostri cittadini ostinati in mal fare; ciò che si fa l’uno dì, si biasima l’altro;.... non si fa cosa sì laudabile, che in contrario non si reputi e non si biasimi. Gli uomini vi si uccidono, il male per legge non si punisce: ma come il malfattore ha degli amici o può moneta spendere, così è liberato dal maleficio fatto» (Compagni). Capi delle due divise erano Vieri de’ Cerchi, portato in alto dalla sua posizione anzichè da talento superiore, e Corso Donati, uomo pieno di vigore e d’attività, colla quale bilanciava le maggiori forze degli emuli.
A papa Bonifazio venne riportato l’occorrente colle solite esagerazioni: ed egli, per ridurli al suo intendimento, ch’era tutto di pace, credette bene chiamare a Roma Vieri, e spedire a Firenze frà Matteo d’Acquasparta cardinale, che ebbe dal Comune facoltà di dispensare gli ufficj tra le due parti, e ricomporre le differenze; ma nulla profittando, partì lasciando interdetta la città.
Allora, come interviene, ciascuno metteva in mezzo qualche partito: Dante Alighieri suggeriva di relegare i capi delle due fazioni; Corso Donati indusse il papa (1301) a spedirvi come paciere Carlo di Valois. L’introdursi d’uno straniero potea piacere ai faziosi, non ai buoni; tra i quali Dino Compagni, modello di virtù cittadina e di storica moderazione, cercò almeno si deponessero le sconcordie, e «ritrovandomi io in detto consiglio (narra egli stesso) desideroso di unità e pace fra’ cittadini, avanti si partissono dissi: Signori, perchè volete voi confondere e disfare una così buona città? Contro a chi volete pugnare? contro a’ vostri fratelli? Che vittoria avrete? non altro che pianto. Risposono che il loro consiglio non era che per ispegnere scandalo e stare in pace. Udito questo, m’accozzai con Lapo di Guazza Olivieri, buono e leale popolano, e insieme andammo ai priori, e conducemmovi alcuni che erano stati al detto consiglio; e tra i priori e loro fummo mezzani, e con parole dolci raumiliammo i signori». E Bianchi e Neri desideravano pace, ma quelli la voleano spontanea, questi per intromessa dello straniero, il quale di fatto ebbe invito e denaro.
«Stando le cose in questi termini, a me Dino venne un santo e onesto pensiero immaginando: questo signore verrà, e tutti i cittadini troverà divisi, di che grande scandalo ne seguirà. Pensai, per lo uffizio ch’io tenea e per la buona volontà che io sentia ne’ miei compagni, di raunare molti buoni cittadini nella chiesa di San Giovanni; e così feci, dove furono tutti gli uffizj, e quando mi parve tempo dissi: Cari e valenti cittadini, i quali comunemente tutti prendeste il sacro battesimo di questo fonte, la ragione vi sforza e stringe ad amarvi come cari frategli, e ancora perchè possedete la più nobile città del mondo (1301). Tra voi è nato alcuno sdegno per gara d’uffizj, li quali, come voi sapete, i miei compagni e io con sacramento v’abbiamo promesso d’accumularli. Questo signore viene, e conviensi onorare. Levate via i vostri sdegni, e fate pace tra voi, acciocchè non vi trovi divisi; levate tutte le offese; e le ree voluntà, state tra voi di qui addietro, siano perdonate e dimesse per amore e bene della vostra città. E sopra questo sacrato fonte, onde traeste il santo battesimo, giurate tra voi buona e perfetta pace, acciocchè il signore che viene trovi i cittadini tutti uniti. A queste parole tutti s’accordarono, e così feciono toccando il libro corporalmente, e giurarono attenere buona pace e di conservare gli onori e giurisdizione della città: e così fatto, ci partimmo di quel luogo. I malvagi cittadini, che di tenerezza mostravano lagrime e baciavano il libro, e che mostrarono più acceso animo, furono i principali alla distruzione della città, de’ quali non dirò il nome per onestà. Quelli che avevano mal talento, dicevano che la caritatevole pace era trovata per inganno: ma se nelle parole ebbi alcuna fraude, io ne debbo patire le pene, benchè di buona intenzione ingiurioso merito non si debba ricevere; di quel sacramento molte lagrime ho sparte, pensando quante anime ne sono dannate per la loro malizia».