Consigli prudenti in mezzo alle ire, chi vi bada? Piuttosto si ascoltava a Baldino Falconieri, che tutto il giorno perseverava a vantare la presente tranquillità a fronte delle passate turbolenze e delle peggiori temute; a Berto Frescobaldi, che mostravasi infervorato dei Cerchi per ottenerne in prestanza dodicimila fiorini; a Lapo Salterello, avvocato e poeta, già processato per ribalderie, che non cessava dal fare opposizione ai rettori, e li chiamava ladri, traditori. — Ah! sono fisionomie che conosciamo, e che sotto altri nomi riscontriamo ogni dì sulla piazza e in parlamento.
I Neri prevalsi accolsero Carlo in città, facendogli giurare di non mutar le leggi nè esercitare giurisdizione. Entrato con cinquecento cavalli, cominciò a usar da tiranno; tolse diritti più preziosi della pace, e lasciò che i Neri per cinque giorni saccheggiassero case e beni dei Bianchi, sposandone le eredi, incendiando, uccidendo; col solito titolo d’una congiura scoperta, sbandeggiò i primani, e pose giudice il severissimo Cante de’ Gabrielli da Gubbio, che circa seicento persone colpì d’esiglio e di grosse multe. Fra queste compajono Dino Compagni, Guido Cavalcanti, Dante Alighieri e Petracco dell’Ancisa, che, abbandonata la politica, si applicò tutto ad allevare i proprj figliuoli[205], un de’ quali divenne illustre col nome di Francesco Petrarca.
Guido, filosofo e poeta, fu genero di Farinata degli Uberti, e perciò accannito ghibellino e caldo nemico de’ Donati. Corso tentò farlo uccidere mentre andava pellegrino a San Jacopo di Galizia; ed egli, tornato e saputolo, gli si avventò un giorno nel bel mezzo di Firenze e gli tirò, ma fallito il colpo, fu preso a sassi dal figlio e dai seguaci del barone. Relegato a Sarzana, per l’aria insalubre cadde malato, e ottenuto di riveder la patria, vi morì. Pellegrinava a San Jacopo, eppure appo la gente era in voce d’epicureo, cioè d’incredulo, e perchè speculava molto astratto dagli uomini, si diceva cercasse se trovar potea che Dio non fosse.
Egli era secondo occhio di Firenze[206], di cui primo era Dante Alighieri, entrambi in fresca età mescolatisi ai movimenti cittadini; attesochè nelle democrazie, massime se ristrette, i giovani sono facilmente portati verso gli affari pubblici, e vedendo il governo da vicino, credono ben conoscerlo e facile il guidarlo. Dante «fu uomo molto polito, di statura decente, e di grato aspetto e pieno di gravità, parlatore rado e tardo, ma nelle sue risposte molto sottile. Nè per gli studj si racchiuse in ozio, nè privossi del secolo; ma vivendo e conversando con gli altri giovani di sua età, costumato, accorto e valoroso, ad ogni servizio giovanile si trovava. Ed era mirabil cosa che, studiando continuamente, a niuna persona sarebbe paruto ch’egli studiasse, per l’usanza lieta e conversazione giovanile». (L. Aretino). E fu veramente suo distintivo il passare agevolmente dalla contemplazione all’attività, che esercitò a servizio della fazione avita in magistrature, in ambascerie e colle armi a Campaldino; e alla scuola della politica, allo straziante contatto degli uomini, al laborioso insegnamento delle rivoluzioni ebbe vero esperimento dell’inferno, del purgatorio e del paradiso.
L’antica nobiltà fiorentina, che pretendeasi discendere dai Romani, avea sempre messo ostacolo all’alzarsi della gente nuova, e parteggiato coi Guelfi. Così aveano usato gli Alighieri, e Dante stesso, fin quando la divisione in Neri e Bianchi li sconnettè di modo, che poterono considerarsi come Guelfi e Ghibellini. Dante stette fra questi ultimi, e con loro fu mandato in esiglio (1303 — marzo). Che sia della malversazione addebitatagli nella sentenza da Cante da Gubbio, nol possiamo chiarire; Dante non ne fa motto in verun luogo, perchè v’ha delle cose di cui uno non si difende, come altre di cui non si vanta; e troppo è nota l’arte delle fazioni di denigrare chi vogliono perdere, e di sceglier le accuse appunto che più ripugnano al carattere dell’oltraggiato, correndo le plebi a creder più facilmente ciò ch’è meno credibile.
Dante badossi alcun tempo alla guelfa Siena e ad Arezzo ghibellina, insieme cogli esuli; ingrata società, che lo costringeva a partecipare ad ire impotenti, a garrule speranze, a persecutrici esagerazioni che non erano le sue. Con soccorsi di Bartolomeo della Scala signor di Verona tramarono essi di ripatriare per forza (1303), e fallito il tentativo, ne imputarono Dante, che pure l’avea sempre dissuaso; ond’egli risolse abbandonare la compagnia malvagia e scempia, e farsi parte da se stesso, schermendosi da entrambe le sêtte, delle quali vedeva i torti; il che dai settarj s’interpreta come un tradirle entrambe.
«Cacciato di patria (racconta nel Convivio), per le parti quasi tutte, alle quali questa lingua si stende, peregrino quasi mendicando sono andato, mostrando contro a mia voglia la piaga della fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata. Veramente io sono stato legno senza vela e senza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertà». Passò a studiare teologia e filosofia sull’università di Parigi, piena testè degli insegnamenti di Tommaso d’Aquino, e allora di quelli dell’abate Suggero: nè mai deponendo l’eterna speranza degli esuli, cercò «con buone opere e buoni portamenti meritarsi di poter tornare in Firenze per ispontanea revoca di chi reggeva la terra; e sopra questa parte s’affaticò assai, e scrisse più volte non solamente a’ particolari cittadini del reggimento, ma ancora al popolo, e intra l’altre un’epistola assai lunga, che, comincia, Popule mi, quid feci tibi?»[207]. E diceva: — Ogni infelice mi fa pietà; più di tutti, coloro che logorandosi nell’esiglio, non rivedono la patria che in sogno»[208], ma per quanto gemesse o fremesse, più non potè rivedere il suo bel San Giovanni.
Solea Firenze, nella solennità del Battista, far grazia ad alcuni condannati, che colla mitera in capo e con un cero in mano venivano offerti al santo. Fu esibito a Dante di ricuperar la patria a questo modo[209], ma egli: — È questo il richiamo glorioso con che Dante degli Alighieri è richiamato alla patria? questo han meritato il sudore e la fatica continuata nello studio? Non per questa via si deve tornare alla patria; e se per niun’altra si può, io non entrerò mai in Firenze. Forse non vedrò io da qual sia luogo gli specchi del sole e degli astri? non potrò io speculare dolcissime verità sotto qualsiasi cielo, senza arrendermi, spoglio di gloria, anzi con ignominia, al popolo fiorentino?» Il Boccaccio, che ce lo racconta nella Vita di lui, soggiunge che «veggendosi non poter ritornare, in tanto mutò l’animo, che niuno più fiero ghibellino ed ai Guelfi avverso fu come lui. E quello di che io più mi vergogno in servigio della sua memoria, è che pubblichissima cosa è in Romagna, lui ogni fanciullo, ogni feminella, ragionando di parte e dannando la ghibellina, l’avrebbe a tanta insania mosso, che a gittar le pietre l’avrebbe condotto non avendo taciuto»[210]. Eppure egli stesso ripeteva quel che non mai fia ripetuto abbastanza agli Italiani; che il buono non dee prender guerra col buono finchè non siano riusciti a vincere i malvagi; che è follia il non abbandonare un cattivo partito per rispetto umano[211].
Ispirato da dolore e da sdegno scrisse la sua Commedia, poema essenzialmente storico, dove vitupera o esalta da uom di parte, il quale, fremendo della persecuzione, di tutto fa arma alla vendetta; e coll’autorità che danno l’ira, l’ingegno, la sventura, insieme coi dolori e rancori suoi eternò le glorie e le sventure d’Italia. E noi, che già l’esaminammo come poesia, ora vi cercheremo i giudizj del poeta sopra le cose e gli uomini che lo circondavano, e che tutti chiamò ad austera rassegna, traendone concetti di speranza o di vendetta. E poichè fra gl’Italiani fu sempre grande il numero di questi infelici «che la patria non rivedono se non in sogno», Dante fu immedesimato ai patimenti di tutti, preso come il tipo di quanti soffrono tirannia e ingiustizia.
Natura degli scontenti, egli non preterisce occasione di lodare i tempi preteriti, quando valore e cortesia soleano trovarsi in sul paese rigato dall’Adige e dal Po, quando Firenze si stava in pace sobria e pudica, con donne massaje, con uomini contenti alla pelle scoverta, con abbondante figliolanza. In così riposato, in così bel vivere di cittadini, a cittadinanza così fida, a così dolce abitare stavano i Fiorentini gloriosi e giusti, guerreggiando nelle crociate, o mercatando, nè mai il giglio era posto a ritroso sull’asta, nè fatto vermiglio per divisione; non v’avea case vuote di famiglia per gente che esulasse in grazia dei Francesi. Se alcuno rimane di quella buona stirpe antica, non serve che a raffaccio del secolo selvaggio, ora che la città è turpe di gola, superbia, avarizia, invidia, nemica ai pochi buoni che ancor vi allignano; del resto sconsiderata sì, che ogni tratto cambia leggi, monete, uffizj, costume, e provvede sì scarsamente che a mezzo novembre non giunge quel che filò d’ottobre.