Dei quali peccati trova Dante la ragione nell’aver ricevuto a cittadinanza quei di Campi, di Certaldo, di Figline, mentre le gioverebbe trovarsi ancora ristretta fra il Galluzzo e Trespiano, nè avere accolto il villan puzzolente d’Aguglione e il barattiero da Signa[212] in mezzo alla nobiltà veramente romana rimastavi dalle prime colonie, e mal attorniata da quelli che discesero da Fiesole, e che tengono ancora del natìo macigno.

Voi qui sentite il patrizio intollerante, il quale, stizzito non solo coi rettori della patria, ma colla patria stessa, non che eccitasse l’imperatore a «venir abbattere questo Golìa colla frombola della sua sapienza e colla pietra della sua fortezza», professò che «per quanto fortuna l’avesse condannato a portare il nome di fiorentino, non voleva che i posteri immaginassero tener lui di Fiorenza altro che l’aria e il suolo» (Epistola dedicatoria). Avesse almeno aggiunto e l’idioma, senza cui non avrebbe egli potuto farsi per gloria eterno. Ma chi dalle care illusioni della gioventù, infiorate da una benevola fantasia, trovasi per iniquità degli uomini balestrato negli acerbi disinganni e fuori del circolo dell’operosità, degli affetti, delle speranze primitive; chi abbia sentito profondamente come Dante, e come Dante sofferto le persecuzioni del secolo, che non suol perdonare a chi di buon tratto lo precede; quegli solo ha diritto a condannarlo di tali iracondie.

Nè men gravi dispetti mostrava Dante alle altre città italiche: gente vana più che i Francesi è quella di Siena; i Romagnuoli son tornati in bastardi; i Genovesi diversi d’ogni costume, e pien d’ogni magagna; in Lucca ogn’uomo è barattiere; avari e lenoni i Bolognesi; i Veneziani di ottusa e bestiale ignoranza, di pessimi e vituperosissimi costumi, e sommersi nel fango d’ogni sfrenata licenza[213]: l’Arno appena nato passa tra brutti porci, più degni di galle che d’altro cibo; poi viene a botoli ringhiosi, che sono gli Aretini; indi tra’ lupi di Firenze; infine alle volpi piene di frodi, quai sono quelli di Pisa. A questa, vitupero delle genti, impreca che ogni persona si anneghi; a Pistoja, che sia incenerita perchè procede sempre in peggio fare. Le antiche case rimorde come diredate delle prische virtù: i Malatesti fan dei denti succhio; i Gallura divennero vasel d’ogni frode; Branca Doria vive ancora, eppure l’anima sua già spasima in inferno, e lasciò un diavolo a governare il corpo suo e d’un suo prossimano; in Verona i Montecchi e Capuleti sono gli uni già tristi, gli altri in sospetto; Alberto della Scala è mal del corpo intero, e peggio della mente; Guido da Montefeltro ebbe opere non leonine, ma di volpe, e seppe tutti gli accorgimenti e le coperte vie; al buon re Roberto iterò oltraggi, come meno acconcio allo scettro che alla cocolla. Così augura che Brettinoro fugga via per non soffrire la tirannide de’ Càlboli; così sentenzia Rinier da Corneto che fe guerra alle strade, e Provenzan Silvani che presunse recar Siena alle sue mani, e i Santafiora che malmenarono i dintorni di questa città. Sono, al contrario, encomiati gli Scaligeri e i Malaspini, suo rifugio ed ostello, e Uguccione della Faggiuola, cui pensava intitolare la prima cantica: onde, chi cerca la storia non per declamazione o per teorica preconcetta, veda se uom possa, altrimenti che a retorico esercizio, sostenere l’equità di Dante nel distribuire i vituperj e il guiderdone; e il suo amor patrio, se non sia pel perdonabile intento di voler trovare tutto grande nei grandi.

Le vendette sue non si limitano fra l’Alpi, ma le scaglia ad Edoardo d’Inghilterra e Roberto di Scozia che non sanno tenersi dentro lor meta, al codardo re di Boemia, all’effeminato Alfonso di Spagna, al dirazzato Federico d’Aragona, all’usurajo Dionigi di Portogallo, agl’infingardi austriaci e fino al re di Norvegia, e a non so qual principe di Rascia (Servia), falsatore di ducati veneti. Principalmente infellonisce contro i Capeti, che maledice già nel loro stipite Ugo figliuol di beccajo, la cui discendenza poco valea, ma pur non fece male, sinchè acquistata Provenza, cominciò con forza e con menzogna la sua rapina. Di là uscì Carlo di Valois senz’altre arme che quella di Giuda; di là Filippo il Bello, il mal di Francia, che crocifigge di nuovo Cristo nel suo vicario: onde il poeta invoca di presto esser consolato nel veder la vendetta che Dio prepara in suo segreto; come altrove invoca il giusto giudizio divino sopra la stirpe di Alberto d’Austria, tanto che il mondo ne rimanga tutto sgomentato.

Conforme agl’imperiali d’allora ed ai leggisti, palesa somma riverenza della «nostra antichissima ed amata gente latina, che mostrar non poteva più dolce natura in signoreggiando, nè più sottile in acquistando, nè finalmente più forte in sostenendo; e massimamente di quel popolo santo, nel quale l’alto sangue trojano era mischiato, cioè Roma; quella città imperadrice, per cui guidata, la nave della umana compagnia per dolce cammino al debito porto correa... E certo sono di ferma opinione che le pietre che stanno nelle sue mura sieno degne di riverenza, e il suolo dov’ella siede ne sia degno, oltre quello che per gli uomini è predicato» (Convivio). Dagl’imperatori sperava ristoro ai mali d’Italia, e gl’invitava a sostener le ire sue e i suoi amori: tutto in rialzare l’opinione della loro autorità, nel maggior fondo dell’inferno pose gli uccisori del primo Cesare, e in cima al paradiso l’aquila imperiale, e stese un libro particolare De Monarchia. Tocco anche personalmente delle tribolazioni in cui il disaccordo delle due potenze gettò la cristianità, pensava che, a volere il progresso, si richiedesse la pace sotto un monarca, unico arbitro delle cose terrene, mentre il pontefice dirige quelle riguardanti l’eterna salute. Quando uno solo sia padrone di tutte cose, è tolta la cupidigia, radice d’ogni male, e nascono la carità, la libertà. Questa monarchia universale trova egli attuata nel popolo romano, il cui fondatore discende al pari dall’Europa e dall’Atlante; popolo a cui vantaggio Dio operò i miracoli che si leggono in Livio, e gli concesse vittoria nel conflitto colle altre genti. Che se diritti s’acquistano legittimamente col duello, ben s’ha a credere che il giudizio di Dio si manifesti non meno nelle battaglie generali, e perciò abbiano legittimamente ottenuto l’imperio i Romani, popolo che quanto amasse gli altri mostrò col conquistarli, posponendo le comodità proprie alla salute dell’uman genere.

Eccovi prevenuta di secoli la teorica moderna, che asserisce vincere sempre la parte migliore: ecco dichiarata ottima salvaguardia della pubblica felicità la massima potenza d’una monarchia, universale e dipendente da Dio solo, non da alcun suo vicario; ecco in conseguenza tolto l’unico schermo che allora contro l’imperatore avessero i popoli, ed usurpata a questi la indipendenza nazionale che ne è vanto e desiderio[214]. Eppure egli aveva imprecato giusto giudizio dalle stelle sopra il sangue di Rodolfo tedesco e d’Alberto suo figlio, che per cupidigia lasciavano disertare il giardin dell’impero; e bestemmiò Venceslao pasciuto d’ozio e di lascivia; ma al divino e felicissimo Enrico VII di Luxemburg preparò un seggio in paradiso, e lo inizzava contro quella città, che allora e poi fu rôcca della libertà italiana. A questa bassezza non scendeva Dante per viltà, sì per dispetto; e dalle servili conseguenze arretrava, e gli avveniva, come troppo spesso agl’Italiani, di desiderare quel che non hanno, per tardi pentire quando n’abbian fatto esperimento. I voti del poeta furono esauditi; furono inforcati gli arcioni di questa Italia, fiera fella e selvaggia; e gli abbracci degl’imperatori, quand’ebbero i papi non più oppositori ma conniventi ed alleati, prepararono un’età di obbrobrioso servaggio, e la necessità malaugurata di violenti tentativi per riscattarsene.

Ma cotesto imperatore universale e onnipossente, Dante volea risedesse in Italia, e intimava essere i monarchi fatti pel popolo, non questo per quelli; anzi essi sono i primi ministri del popolo: tanto il senno abituale rivaleva, appena che l’ira attuale cessasse d’allucinarlo. Parimenti, geloso come si mostrò delle pure origini, bersaglia i privilegi di nascita e l’edifizio feudale, sino a volere abolita l’eredità dei beni, non che quella degli onori. «La pubblica potenza non dee andare a vantaggio di pochi, che col titolo di nobili invadono i primi posti. A sentirli, la nobiltà consiste in una serie di ricchi avoli: ma come far caso sopra ricchezze, spregevoli per le miserie del possesso, i pericoli dell’incremento, l’iniquità dell’origine? La quale iniquità appare o vengano da cieco caso, o da industrie fine, o da lavoro interessato e perciò lontano da ogni idea generosa, o dal corso ordinario delle successioni. Poichè questo non potrebbe conciliarsi coll’ordine legittimo della ragione, che all’eredità dei beni vorrebbe chiamar solo l’erede delle virtù. Che se il diritto de’ nobili sta nella lunga serie di generazioni, la ragione e la fede riconducono tutte queste a’ piedi del primo padre, nel quale o tutti furono nobilitati o tutti resi plebei. Poichè dunque un’aristocrazia ereditaria suppone l’ineguaglianza, la primitiva moltiplicità delle razze repugna al dogma cattolico. Vera nobiltà è la perfezione, che ciascuna creatura può raggiungere ne’ limiti di sua natura: per l’uomo specialmente è quell’accordo di felici disposizioni, di cui la mano di Dio depose in esso il germe, e che, coltivate da solerte volontà, divengono ornamenti e virtù».

Questi sfoghi egli si permetteva, non senza domandare scusa dell’opporsi all’opinione di Federico II; e nel Convivio, dove più blandisce alle plebi e ai signorotti, intima: — Ahi malestrui e malnati, che disertate vedove e pupilli, e rapite alli men possenti; che furate ed occupate l’altrui ragioni, e di quelle corredate conviti, donate cavalli ed armi, robe e denari; portate le mirabili vestimenta, edificate li mirabili edifizj, e credetevi larghezza fare! E che è questo altro fare che levar il drappo d’in sull’altare, e coprire il ladro e la sua mensa? Non altrimenti si dee ridere, tiranni, delle vostre mansioni, che del ladro che menasse alla sua casa li convitati, e ponesse sulla mensa tovaglia furata d’in sull’altare, con li segni ecclesiastici ancora, e non credesse che altri se n’accorgesse».

Noi volemmo qui esporre i suoi concetti, come il giudizio del più grande uomo d’allora sopra gli avvenimenti che si compivano. Ove ci pare gran segno della civiltà di quegl’Italiani il saper essi discernere l’evangelo dalle false interpretazioni, la Chiesa dagli abusi, il principe di Roma dal pontefice universale, e con baldanza imprecare all’adultera di Babilonia, mentre si mostravano così sommessi all’autorità pontifizia. Il che poco videro quegl’intolleranti d’un tempo che pretesero fare dell’Alighieri un precursore della dottrina protestante, o quei ghiribizzosi d’adesso, che lo chimerizzarono autore di una eterna allegoria contro la Chiesa, e fino istitutore di non so qual nuova religione[215]. Dante batte i frati, di cui le badie erano fatte spelonche, e le cocolle sacca di farina ria; eppure le lodi più calde del suo poema tributa ai santi Tommaso, Francesco, Domenico: caccia in inferno i papi; Nicola III, pastore senza legge e di più laid’opra (Inf., XIX), colloca con Simon Mago ad aspettare Bonifazio VIII; trova fatto cloaca il cimitero di san Pietro; eppure espose precisissima la formola del cattolicismo, professava riverenza alle somme chiavi, e credeva che l’imperio di Roma fosse stato da Dio costituito per la grandezza futura della città ove siede il successore di Pietro. Bensì l’opinione ghibellina, e il vindice dispetto contro Bonifazio, e le disonestà del clero gli facevano bestemmiare il lusso de’ prelati che coprivano de’ manti loro i palafreni, sicchè due bestie andavano sotto una pelle; e la corte ove tuttodì Cristo si mercava; e i lupi rapaci in veste di pastori, che fattosi Dio dell’oro e dell’argento, attristarono il mondo calcando i buoni e sollevando i pravi. E sebbene esaltasse Matilde contessa, mal sapeva grado a Costantino Magno d’aver dotato di terre i pontefici, e a Rodolfo d’Habsburg di avergliele confermate. Disapprova l’abuso delle scomuniche, che toglieano or qui or quivi il pane che il pio padre a nessun serra; e non le crede mortali all’anima, tanto che non possa tornar l’eterno amore a chi si pente (Purg., III).

Riprovava insomma i pontefici, ma perchè erano o li supponeva tralignati; nè il guelfo Villani od altro contemporaneo vediamo fargliene colpa. Quand’egli morì a Ravenna presso Guido da Polenta, è scritto che il cardinale Bertrando del Poggetto, legato pontifizio in Romagna mentre la santa sede stava serva ed avvilita in Francia, cercasse sturbare le ossa di lui. Questa follia sarebbe a cumulare alle tante onde quel prelato contaminò la sua missione politica; potrebb’essere una vendetta ch’egli meditasse del male che Dante disse di quella Francia, alla quale allora i papi eransi fatti vassalli. Ma non ne fece nulla; e non che molestarne il sepolcro, subito anzi cominciò pel poeta una venerazione, che tanto meno s’attaglia ai moderni sogni, in quanto si sa che i Guelfi prevalsero. I suoi concittadini ripararono i loro torti istituendo una cattedra per leggerlo e spiegarlo in duomo, ove Domenico di Michelino[216] lo dipingeva vestito da priore e coronato, colla Commedia aperta in mano, mostrando a’ suoi cittadini le bolge dell’inferno e la montagna del paradiso. Al concilio generale di Costanza leggevasi Dante; e frà Giovanni di Serravalle minorità riminese, vescovo di Fermo, ad istanza del cardinale Amedeo di Saluzzo e dei vescovi di Bath e di Salisburg, lo tradusse in prosa latina e ne fece un commento, che sta manoscritto nella Vaticana.