Nessuno fu più bersagliato dall’Alighieri che Bonifazio VIII, contro del quale ben nove volte si scaglia, come ad uomo non mai satollo dell’avere, pel quale non temè togliere a inganno la santa Chiesa, e poi farne strazio; che mutò il cimitero di san Pietro in cloaca della puzza e del sangue onde si placa il demonio, affinchè i Cristiani siedano parte a destra e parte a manca, e i vessilli segnati colle chiavi s’inalberino contro i battezzati, e Pietro s’impronti sovra suggelli a privilegi venduti e mendaci.
Agli occhi di lui, la colpa mortale di quel pontefice era l’aver favorito ai Neri, e causato la cacciata dei Bianchi coll’inviare a Firenze Carlo di Valois. Questo «signore di grande e disordinata spesa» voleva denaro, e poichè ne ebbe estorto assai, andò chiedendone al papa, il quale gli rispose: — Non t’ho io messo nella fonte dell’oro?» E oro e peccato e onta cavato dalla sua venuta, se n’andò coi tesori e colle maledizioni de’ Toscani. Passò a osteggiare la Sicilia, ma presto vi conchiuse la pace di Calatabellota (pag. 276): laonde i Guelfi lo proverbiavano che, venuto a mettere pace in Toscana, vi lasciò la guerra; ito a far guerra in Sicilia, la condannò alla pace.
Questa era stata opera di Bonifazio, che, qual padre universale dei fedeli costituitosi pacificatore dell’Europa, terminò anche la contesa germanica col riconoscere imperatore Alberto d’Austria[217]. Ma essendosi offerto mediatore tra il re francese e quel d’Inghilterra che si disputavano la pingue Fiandra, e volendo che il primo rilasciasse Guido conte di Fiandra e i figli suoi con vile tradimento imprigionati, il re gli rispose, «nessuno doversi intromettere fra lui e un suo vassallo; udrebbe volentieri consigli, non accetterebbe comandi».
Questo re era Filippo il Bello, di gran cuore, di gran valentia, calcolatore e pertinace, che nè per giustizia nè per umanità nè per riguardo a tempi, a persone, a opinioni recedeva da’ suoi propositi. Principale tra i quali era il dilatare la regia prerogativa; e l’ottenne coll’abbattere fieramente i feudatarj. A quella parevagli repugnasse la supremazia papale, sotto cui la Francia era ingrandita, e cominciò a molestare gli ecclesiastici, crescere imposte sui loro beni, imprigionare il vescovo di Pamiers, vietare si portassero gioje o denari a Roma; e dal clero di Francia adunato fe dichiarare quelle che poi si chiamarono libertà gallicane, vale a dire che il pontefice non possa restringere l’arbitrio che ha il re di Francia sopra il suo clero. Così i Francesi, che poc’anzi aveano accettato da un papa i regni di Sicilia e d’Aragona, e fatto guerra spietata ai natii che li ricusavano, ora al papa negavano sino il diritto di far rimostranza al loro re[218].
Bonifazio, qual tutore delle ecclesiastiche immunità, colla bolla Clericis laicos si lagnò dell’invadere che i principi faceano i beni ecclesiastici, e scomunicò (1296) qualunque cherico pagasse, qualunque laico ne esigesse sovvenzioni, prestito, donativo senza licenza della santa Sede[219]. Nessuno però nominava: ma avendo Filippo per dispetto tassati maggiormente gli ecclesiastici, Bonifazio ne lo querelò, mostrando che era in via d’incorrere nelle censure comminate a chi attenta alle immunità della Chiesa; al tempo stesso facea rimostranze sull’amministrazione del regno e sulla guerra inglese, che tanto costava al popolo. Filippo rispose acremente, sostenendo l’indipendenza dei diritti reali; e Bonifazio, tuttochè irascibile, pure come capo de’ Guelfi d’Italia bramando tenersi in buon’armonia con Francia, mandò una schietta spiegazione della sua bolla (1297); non aver egli inteso sottrarre al re i servigi e le prestazioni dovute dagli ecclesiastici come vassalli, bensì distorlo dallo aggravezzare in generale il clero; del resto lasciava alla coscienza di esso il determinare i casi ove di una contribuzione straordinaria fosse bisogno.
Parvero dunque conciliati: il papa con una condiscendenza inaspettatissima assentì a Filippo la decima per tre anni, e promise procurare che al trono imperiale vacante venisse eletto Carlo di Valois fratello di lui, quel che più volte già nominammo, e che parve destinato a ricevere tutte le corone e non portarne alcuna; e canonizzò san Luigi, a gran consolazione di quei che vivo l’aveano venerato. Filippo in compenso lo tolse arbitro della contesa sua con Fiandra e Inghilterra: ma che? del lodo si tenne oltraggiato, o se ne infinse; lasciò che suo fratello gettasse la bolla al fuoco; e per far onta a Bonifazio accolse i Colonna fuorusciti da Roma, s’alleò con Alberto d’Austria, processò il vescovo Bernardo di Saisset, scrisse al papa con ironica crudeltà perchè degradasse cotesto traditore di Dio e degli uomini, di cui voleva offrire un olocausto al Signore.
Bonifazio non recossi in pazienza l’indegnità (1301), e rispose al re (Asculte, fili) ponendo che Iddio collocò il pontefice di sopra degl’imperj per isvellere, distruggere, dissipare, edificare, piantare; non presumesse egli re di non aver superiori in terra; e gli rinfacciava le lese immunità clericali, la falsata moneta, i beni delle chiese usurpati; sospese il privilegio che i re di Francia aveano di non essere scomunicati; invitò il clero gallicano ad un concilio in Roma; aggiungeva che il potere del papa e nello spirituale e nel temporale sorpassa quello del re[220]. Credette ancora che Carlo di Valois, da cui egli si era ripromesso il trionfo de’ Guelfi in Italia, avesse a bello studio menate sì inettamente le cose in Sicilia; e al suo passaggio per Roma il rimbrottò con tal calore, che Carlo tirò la spada contro di esso.
Filippo nell’abbattere i feudatarj e ingigantire la primazia reale valeasi delle sottigliezze de’ legulej, invidi delle altre autorità, ed educati al despotismo degli imperatori romani e ai cavilli del fôro. Principali tra questi erano il guardasigilli Pietro Flotte e l’avvocato Guglielmo Nogaret, maligni caparbj, come cortigiani che mettono l’onor loro nel servire alle passioni del padrone, e che, non paghi d’insultare in Roma al papa con ammonizioni ipocrite ed audaci, vollero eludere l’effetto che la paterna e dignitosa lettera di Bonifazio produrrebbe, col fingerne una, dove esso, con franchezza resa più assoluta dall’imperativa concisione, esponeva quelle pretensioni che la Corte romana velava di buone parole, e ne tolsero pretesto ad una risposta del re violenta e brutale, che cominciava: — Filippo, per la grazia di Dio re dei Francesi, a Bonifazio sedicente papa, poco o punto salute. Sappia la vostra fatuità che noi non siamo sottomessi a nessuno nel temporale, ecc.».
Quelle lettere erano apocrife o per lo meno interpolate[221], ma doveano valere a scandagliar l’opinione. Il popolo, fra cui si erano eccitate le passioni malevole, applaudì, come fa troppo spesso agli atti violenti; e il parlamento dichiarò non soffrirebbe mai in Francia altro superiore che Dio e il re. E poichè tenevasi che l’intimato concilio generale fosse un artifizio onde allontanare dalle chiese i pastori, dal re i consiglieri, dal popolo i sacramenti, fu interdetto al clero d’andarvi, bruciata la supposta bolla, divulgate le lettere dei tre Stati, in cui le pretensioni della sede pontifizia erano oppugnate con pompa di cavilli, di erudizione, di servilità.
Bonifazio sventò le calunnie del maligno legulejo, che erasi messo dal canto della ragione col fargli dire il falso; mandò un nunzio in Francia che assolvesse il re se pentivasi; compassionò la Chiesa francese «figlia delirante, cui una madre amorevole era disposta a perdonare gl’insensati discorsi»: poi radunato il concilio, pubblicò la bolla Unam sanctam (1302), ove pronunzia, la Chiesa, una, santa, cattolica, apostolica avere per capo Cristo e il suo vicario in terra; la potenza spirituale, benchè conferita ad un uomo, pure esser divina, e chi ad essa resiste, resiste a Dio; la potenza temporale è inferiore all’ecclesiastica, e dee lasciarsi da questa guidare come dall’anima il corpo, e quando i re trascorrono gravemente, il papa li può ammonire e ravviare; ogni creatura umana essere sottoposta al pontefice, nè ottener salute chi creda altrimenti. E decretò che imperatori e re dovessero comparire all’udienza apostolica qualora citati, «tale essendo la volontà di noi che, Dio permettente, comandiamo a tutto l’universo».