Un’autorità sicura non ha bisogno di violenze, minacciata, esagera per meglio difendersi: e quest’espressione così assoluta della papale potenza veniva appunto dal sentirsi essa intaccata. Perocchè i tempi della inconcussa credenza già tramontavano, le società europee si sottraevano a quell’ala da cui erano state covate, e ogni popolo voleva l’indipendenza, ogni principe la potestà illimitata. Più la bramava Filippo, che pertanto si dispose a cozzar con quei papi, da cui erano stati vinti gli Enrichi e i Federichi. Assicuratosi il suo popolo con alcune concessioni, chetata di sue pretensioni l’Inghilterra, fa dal Nogaret mandar fuori una furibonda diatriba contro Bonifazio (1303), ch’e’ chiamava Malifazio, falso, intruso, ladrone, eretico, nemico di Dio e degli uomini; e non che piegare la fronte fulminata, arresta il legato pontifizio, togliendogli i dispacci; da’ suoi avvocati fa in parlamento formulare contro Bonifazio ventinove accuse, di eresie, di bestemmie, d’ogni sorta nefandità; appella ad un concilio raccolto dal pontefice legittimo; gli ecclesiastici che ricusarono aderire, furono espulsi o imprigionati; gli altri e la Università di Parigi assentono a quegli atti, e preparasi uno scisma. Bisognava colla violenza compire ciò che la calunnia avea cominciato; e il Nogaret, in compagnia di Musciatto Franzesi potente magnate senese, castellano di Staggia, con buone cambiali e carta bianca è spedito a Roma, in apparenza per informare Bonifazio, ma con incarico secreto di arrestarlo e spedirlo a Lione.
Ripetemmo a sazietà come i Romani fossero sempre volenterosi a ingiuriare il loro papa, e i signori si tenessero armati contro l’autorità di lui. Basti per mille citare Ghino da Tacco, il quale, espulso da Siena, avversato dai conti di Santa Fiora, ribellò Radicofani alla Chiesa, e postosi colà, facea rubare chiunque passasse. Un fratello e un nipote suo che gli aveano tenuto mano, furono presi da messer Benincasa aretino, giudice a Siena, il quale poi andò giudice a Roma. Ghino un bel giorno entra con sua masnada in questa città, si difila al palazzo del senatore dove Benincasa sedea sul banco a render ragione, e presenti molti gli spicca il capo, e se ne torna senza che alcuno osi fermarlo. Dappoi l’abate di Cluny, ch’egli avea svaligiato non senza cortesie, lo rappacificò col papa, il quale lo ornò cavaliere e gli conferì una grossa priorìa.
Prepoteano fra que’ signori i Colonna. Giordano avea lasciato cinque figli, Jacopo cardinale, Giovanni, Oddone, Matteo, Landolfo, ciascuno con porzioni distinte d’eredità: ma d’accordo essi lasciaronla amministrare a Jacopo, anche dopo che Giovanni morì lasciando sei figli, Pietro cardinale, Stefano, Giovanni, Jacopo, Oddone, Agapito. Lo zio cardinale malmenava la sostanza de’ fratelli e de’ nipoti, e Bonifazio, che se ne volle mescolare, incorse nello sdegno del ladro e de’ rubati. Jacopo nipote, fra gli altri, mostravasi accattabrighe e violento, sicchè meritò il nome di Sciarra, e volendo vendicarsi, assalì ottanta some di masserizie e argenti papali che passavano da Anagni a Roma, e se le portò. Avea ragione Bonifazio di volerne vendetta, ed esso temendola lo esecrava: del quale rancore si valse Federico di Sicilia a danno del papa nemico: e i cardinali di quella casa cominciarono a dire che Bonifazio fosse eletto illegalmente, perchè papa Celestino non poteva abdicare. Citati non comparvero, onde il concistoro tolse la porpora a Jacopo e Pietro, e li scomunicò, implicandovi anche la discendenza. Essi risposero dichiarando Bonifazio pontefice intruso, appellando al futuro concilio, e insieme con libelli d’infami accuse preparavano armi, popolo, nemici; sicchè Bonifazio bandì contro di loro la crociata. Moltissimi vi accorsero e primi gli Orsini avversarj dei Colonna, poi i Fiorentini; e molte donne davano di che far armi. Colonna, Nepi, Zagarolo furono presi, e infine anche Palestrina, che andò distrutta, ergendo incontro ad essa Civitapapale[222].
Pensate se rimanevano accanniti i Colonna, e ancor peggio Sciarra, il quale, nel fuggire di Roma, essendo dato ne’ Barbareschi, anzichè rivelare il proprio nome, avea sofferto di essere messo s’una galea, ove per quattro anni tirando il remo, avea stillato feroce rancore contro il papa; ed ora per isfogarlo si esibiva al Nogaret. Bonifazio, vedendosi tenuto in posta, fuggì ad Anagni, e preparava la scomunica che rinnovasse le scene della casa Sveva; ma Nogaret lo previene, e a denaro raccolta una ciurma a sua posta, secondato dai nobili di Ceccano e Supino e fin da alcuni cardinali, assalta quella città al grido di — Viva Francia! Muoja Bonifazio!» Il papa, di ottantasei anni, e abbandonato da cardinali, esclama: — Tradito come Cristo ai nemici, morrò, ma papa»; si pone la tiara di Costantino, e colle chiavi di san Pietro e la croce in mano, si asside sul trono. Ed ecco entrano i masnadieri rubacchiando, violando le reliquie e li archivj: Nogaret lo ingiuria, Sciarra lo schiaffeggia. Tenuto prigioniero, Bonifazio ricusa ogni vitto, temendolo avvelenato; il popolo, rinvenuto dallo sgomento, si solleva, e sclamando — Viva il papa, morte ai traditori», a forza libera il pontefice, che menato sulla piazza pubblica, ripeteva: — O buoni uomini e buone donne», e a tutti narrava doloroso i suoi patimenti, e chiedeva un tozzo per carità; e il popolo gridava — Viva il santo Padre», e tutti potevano parlargli come a un altro povero. Ricondotto in Roma a Dio lodiamo, Bonifazio rimbaldisce, deponendo i sensi di perdono e di riconciliazione mirabilmente manifestati ad Anagni: ma gli Orsini stessi, in cui confidava, il tengono chiuso in palazzo; ond’egli per tanti colpi abbattuto, muore fra otto cardinali, confessando la fede vera[223].
Lo combatterono i prelati colle dottrine d’indipendenza nazionale, i re coi legulej, gli scrittori coll’opinione: e Filippo il Bello, i Colonna, Dante tengono ancora in fama sinistra questo pontefice, col quale spirò (11 8bre) l’onnipotenza della santa Sede.
Benedetto XI (Nicola Boccasini), datogli successore, «uomo di pochi parenti e di piccolo sangue, costante e onesto, discreto e santo» (Compagni), non volle riconoscere sua madre quando gli si presentò in vesti signorili, bensì quando venne colle abituali. Egli non era guelfo nè ghibellino, ma papa della pace, come si deve; trovavasi però angustiato in questa Roma, dove ogni palagio era una fortezza, e i cardinali stessi erano capi e turcimanni delle fazioni de’ Colonna o degli Orsini o de’ Gaetani: e costretto sempre a difendersi da chi aveva a’ fianchi, come poteva mostrar vigore contro i lontani? Per togliersi al coloro arbitrio, si ricoverò ad Assisi, e dicesi pensasse trasferire la sede in Lombardia[224]; e non avendo parenti, e più dolce che robusto di carattere, gemeva degli eccessi che non valeva a reprimere. Per mostrare il desiderio di pace cassò molte costituzioni del suo predecessore, massime quelle contro Filippo di Francia, e l’assoluzione dei sudditi dal giuramento di fedeltà, ma lanciò la scomunica contro il Nogaret e quattordici signori italiani ch’egli stesso avea veduti oltraggiare Bonifazio. Il Nogaret venne a chiederne perdono a nome del re (1304); ma pochi giorni di poi Benedetto moriva avvelenato, e al Nogaret crescevasi lo stipendio da cinquecento a ottocento lire.
Allora i venticinque cardinali si chiudono in conclave a Perugia, e l’elezione bilicò lungamente fra i Gaetani fautori degli atti di Bonifazio, e i Colonna che pendeano pei Ghibellini e per Francia. Costretti dai Perugini, che scemarono loro fin le razioni, stabilirono una tripla di forestieri, fra cui il partito nazionale scegliesse il pontefice; e il prescelto fu Bertrando di Goth arcivescovo di Bordeaux (1305). Erasi proferito ostile al re, ma Filippo, che per mezzo dei Colonna rimestava nel conclave, avutone avviso prontissimo, andò a lui, e mostrando dimenticare le nuove animadversioni per l’antica famigliarità, — Io posso alzarvi papa, se promettete farmi contento di sei servizj: il primo di riconciliarmi colla Chiesa; il secondo rendere la comunione a me e a tutti i miei; terzo, le decime del clero nel mio regno per cinque anni, onde bastare alle spese della guerra di Fiandra; quarto, annulliate ogni memoria di papa Bonifazio; quinto, rendiate la dignità di cardinale a Jacopo e Pietro Colonna, e la concediate ad alcuni amici miei; della sesta grazia vi parlerò a luogo e tempo». L’arcivescovo, che per lui credevasi pontefice, promise sull’ostia, e fu eletto col nome di Clemente V.
Giovan Villani, che riferisce questo assurdo colloquio, era forse in terzo?[225]. Nessun altro contemporaneo ne parla, e il buon cronista l’avrà raccolto dalle bocche del popolo, che traduceva in patto anteriore le posteriori condiscendenze. Il fatto è che Clemente già avea veduto come i papi in Roma fossero servi della plebe e delle fazioni; e forse nell’intento d’emanciparne l’autorità, invece di venire a Roma, chiamò i cardinali a coronarlo a Lione. Nella cavalcata un muro cascò, uccidendo molti cardinali e domestici, molti ferendo; una rissa tra i papali e i Lionesi costò altro sangue: accidenti, donde la superstizione traea funestissimi augurj. La capitale dell’antico impero, la città di maggiori memorie, la tomba del principe degli apostoli e di tanti martiri, la meta dei pellegrini, lo studio degli eruditi, mal si mutava con una cittadina d’altrui, povera, e disastrata da guerre: ma più che l’abbandono, abbiamo a deplorare che questo paresse giustificato dalle inquietudini di Roma.
Dopo girato di diocesi in diocesi con un nugolo di famigliari e cortigiani, alfine Clemente si piantò ad Avignone (1309), città del contado Venesino, possesso dei papi, ma appartenente al conte di Provenza sotto la supremazia dell’Impero; e di qui comincia quella che gl’Italiani chiamarono cattività di Babilonia. Avignone, che al Petrarca pareva piccola, schifosa, fetente, confinata sovra una rupe, con vie anguste e case basse e mal costrutte, ben presto scese al piano, si popolò di palazzi, d’alberghi; all’altra riva del Rodano su terra di Francia i prelati edificarono la città di Villanova, e il concorso di tanti forestieri e di tanti principi ricreò quel paese.
Messosi in terra altrui e perciò in altrui arbitrio, il papa cominciò operare abjettamente: concedendo le decime, impinguava il terzo e il quarto con denari altrui[226]; cassò la costituzione Clericis laicos, dichiarò la Unam sanctam non pregiudicare al regno di Francia; assunse dodici cardinali ligi a Filippo, fra i quali i due Colonna sporporati da Bonifazio VIII, modo di perpetuare la servitù; assolse il Nogaret. Con ciò volea calmare Filippo, sempre pertinace nel chiedere la condanna di quel pontefice; e sperava forse che il tempo ne intepidirebbe la passione, mentre invece non facea che attizzarla, ed ogni tratto domandava che Bonifazio fosse chiarito eretico e cancellato d’infra i papi, dissepolto, arso, disperso al vento. Non era soltanto rancore personale, ma lotta di principj: se lo spirituale dovesse prevalere al temporale, come ai tempi di Gregorio VII, o d’Innocenzo III; o se fosse giunta l’ora che nessuno potesse frenare i re, e che la legalità medesima si piegasse alle esigenze di questi. Il papa cercò sottrarvisi colla fuga: alfine decise che d’affare così supremo non poteva decidere se non un concilio.