Vi si complicava un altro processo non men vergognoso. Accennammo (t. V, p. 565) l’origine dei cavalieri del Tempio, e come da Gerusalemme fossero propagati a tutta Europa. Delle provincie in cui divideasi quest’ordine, le più antiche in Oriente erano state occupate da’ Musulmani, salvo Cipro; quelle d’Occidente, tre delle quali erano Italia, Puglia, Sicilia, possedeano ben novemila commende, fruttanti da otto milioni di lire. Dei trentamila frieri, i più erano francesi, e francese sceglievasi comunemente il granmaestro, principe sovrano.
Tanti privilegi, tante ricchezze faceanvi accorrere i cadetti delle principali famiglie d’Europa. Ma perduta Terrasanta, mancò il principale oggetto di loro attività, e vissero oziosi, egoisti, insolenti, fra bagordi e lascivie, velate dal mistero, assolte in generica confessione nei loro capitoli. Il popolo dalla venerazione passò a guardarli con arcano timore, fomentato dalle forme orientali di cui circondavano l’iniziazione, la quale faceasi nelle loro magioni, nottetempo, a porte serrate, escluso ognuno, foss’anco il re. Mentre il vulgo prendea spavento di tali accuse, i grandi, spesso non meno vulgari, gl’imputavano d’aspirare alla dominazione universale, istituendo una repubblica aristocratica in tutta Europa: la quale imputazione, fatta a cavalieri armati dipendenti assolutamente dal granmaestro, era meno assurda che non applicata, come la udirono i padri nostri, dai filosofi ai Gesuiti. Ma come di questi, così di quelli il delitto maggiore erano le ricchezze che aveano o che si supponeva; e i cencinquantamila fiorini d’oro e i dieci somieri carichi d’argento che bucinavasi avessero da Palestina portati in Francia, equivalgono ai barili di polvere d’oro che diceansi empire le cave de’ Lojoliti.
Le ricchezze divenivano viepiù necessarie ai re nel cambiato sistema di governo; sicchè da quelle de’ Templari non poteva non esser mossa la gola di Filippo, che stabilì rovinarli coi mezzi da lui adottati, i legulej ed un processo. Il prode Giacomo Molay, loro granmaestro, avuto sentore delle accuse date a’ suoi, chiese una giustificazione giuridica. Filippo lo menò a parole, poi d’improvviso fece arrestar lui e quanti cavalieri trovavansi in Francia, e ne staggì i beni. Molay interpose i privilegi dell’Ordine; novecento cavalieri se ne dichiararono difensori; quei che aveano dato accuse, le ritrattarono; vennero in chiaro le iniquità della procedura, le durezze della prigionia e della tortura; onde Clemente esclamò d’essere ingannato, e sentendo quel che sia un pontefice in dominio straniero, tentò fuggire. Filippo per isgomentarlo rimise in scena il processo contro Bonifazio, accuse d’ogni sorta gravando sopra lui morto come sopra i Templari morituri; e il Nogaret con lacrime e gemiti, a man giunte e ginocchione davanti al papa, insisteva acciocchè Bonifazio, per onor della Chiesa, per amore della patria, per tutte le più sacre cose, fosse dissotterrato ed arso, dicendovisi tenuto in coscienza. Per evitare questo scandalo, Clemente accondiscese alle domande regie; e purchè Filippo rimettesse in lui il giudizio del suo predecessore, il lasciò fare del resto.
Le accuse contro Bonifazio furono a lungo esposte e dibattute, finalmente se ne rimise la decisione al concilio. Raccoltosi a Vienna nel Delfinato (1311) il XVI concilio ecumenico, questo dichiarò non sussistere le luride incolpazioni, e due cavalieri catalani vi si presentarono gettando il guanto, come disposti a sostenerne l’innocenza colla spada. Pure fu confermato quel che Clemente avea già concesso, cioè Filippo avere operato per giusto zelo; che nè egli nè i successori suoi sarebbero mai inquietati perciò; che fossero casse tutte le costituzioni pregiudicevoli alla libertà del regno, e si cancellassero negli archivj le sentenze proferite. Con tante soddisfazioni, Filippo consentiva a recedere dal suo puntiglio; ma lo faceva per essere contentato in un altro: e Clemente, messo nella via delle condiscendenze, non potè negare la soppressione de’ Templari. Nè pago a ciò, Filippo volle il supplizio di moltissimi e de’ principali di loro. «In un grande parco chiuso di legname fece legare, ciascuno a un palo, cinquantasei dei detti Tempieri, e fece metter fuoco al piede, ed a poco a poco l’uno innanzi l’altro ardere, ammonendoli che quale di loro volesse riconoscere l’errore, il peccato suo, potesse scampare: e in questo tormento, confortati dai loro parenti ed amici che riconoscessero e non si lasciassero così vilmente morire e guastare, niuno di loro il volle confessare, ma con pianti e grida si scusavano com’erano innocenti di ciò e fedeli cristiani chiamando Cristo e santa Maria e gli altri santi; e col detto martorio tutti ardendo e consumando finirono la vita»[227]; e dopo gli altri il granmaestro Molay. Il quale spirando sul rogo, citò Filippo e Clemente al tribunale di Dio entro un anno, dove in fatti comparvero.
Noffi Dei, giudice fiorentino, s’era adoperato moltissimo nel convincere i Templari dei delitti, ch’egli diceva averne conosciuti quando apparteneva all’Ordine loro; poi servì il re in altri processi contro streghe, untori, maliardi. In Lombardia e Toscana i Templari furono condannati; assolti a Ravenna, a Bologna, in Castiglia; Carlo II di Napoli fece mandare a morte i provenzali, attribuendone le terre agli Spedalieri.
Non per definitiva sentenza, ma in via di provvisione il papa abolì quell’ordine in tutta cristianità come inutile e pericoloso; e vuolsi che col re di Francia spartisse ducentomila fiorini d’oro di loro beni mobili; gli stabili doveano assegnarsi agli Spedalieri perchè allestissero cento galee centro i Turchi: ma i regj legulej addussero tante spese di processo e debiti da spegnere, che gli Spedalieri ne rimasero più poveri.
Il lettore già sente che s’avvicinano tempi nuovi. Due gran fatti si compivano: la distinzione delle varie nazionalità, e la secolarizzazione de’ Governi. Quell’unica repubblica cristiana posta sotto la mano dei papi, si discioglieva; cessava l’uniformità delle ordinanze: alla fede sottentrava la critica, all’età organizzata un’età di rimpasto, all’autorità della Chiesa la potenza dei re. Tutte le nuove energie voleano rompere le fasce, donde veniva una lotta generale contro la Chiesa, non combattendo ancora lei stessa, ma la sua dominazione, la quale pareva divenuta soverchia.
LIBRO DECIMO
CAPITOLO CIV. Gli storici del medioevo.
Dei tempi che fin qua descrivemmo «non solamente son venute meno le storie, ma possiamo anche sospettare, se non credere, che pochissime ne fossero allora composte; e se la nostra buona fortuna non ci avesse salvata la Storia longobardica di Paolo Diacono sino all’anno 774, resterebbe in un gran bujo allora la storia d’Italia. Continua nulladimeno la medesima ad essere anche da lì innanzi sì povera di lumi fin dopo il Mille, che qualora fosse perita la cronaca di Liutprando, e non ci recassero ajuto quelle de’ Franchi e de’ Tedeschi, noi ci troveremmo ora, per così dire, in un deserto pel corso di quasi tre secoli dopo il suddetto Paolo. Oltre poi all’essersi perduta la memoria di moltissimi avvenimenti d’allora, quelli che restano, sì mal disposti bene spesso ci si presentano davanti, che di poterne assegnar gli anni via non resta, stante la negligenza o discordia degli scrittori, ed è forzata non di rado la cronologia a camminare a tentoni».