Tali disadorne parole del padre della storia italiana valgano, se non ad ottenere scusa, a dar ragione dell’esitanza che il lettore avrà notato alcuna volta nel nostro racconto, della scarsità di fatti, dell’ignoranza delle cause. E sì che non ci credemmo tenuti ad accertare ciascun anno come il cronologo, nè dissertar sulle date se non quando esse mutano natura e significazione agli avvenimenti; e risparmiando le discussioni, abbiamo esibito le convinzioni prodotte in noi da indagini, delle quali velammo ai lettori l’ingratissimo tessuto.
Man mano abbiamo accennato i poveri cronisti da cui attingemmo, e oltre Paolo Diacono, intorno ai primi Carolingi ci sussidiarono Erchemperto che va dal 774 all’889, e la cronichetta d’un prete Andrea bergamasco, tutt’altro che spregevole nè per le cose nè per la forma nè per quella dote che, rarissima ne’ cronisti, non è comune negli storici, il sapere quali eventi importi riferire, quali trasandare. Giovan Diacono tessè la vita di Gregorio Magno; Agnello prete, grossolano ne’ fatti e nell’esposizione, quella dei vescovi di Ravenna, in tempi che era città importantissima; alquanto meglio quella dei papi il bibliotecario Anastasio, o piuttosto i varj autori del Libro pontificale, interrotto all’889, al 1050 ripigliato dal cardinale d’Aragona, sempre in sentimento encomiastico; aggiunta la vita di Alessandro III, viva pittura del tempo della Lega Lombarda.
All’uscita dell’XI secolo, Gregorio monaco di Farfa ebbe pel primo la buona ispirazione di raccogliere i diplomi attinenti al suo monastero, e sulla scorta loro compilò una cronaca, proseguita da altri e imitata da molti, e deh fosse stata da tutti i monasteri, ch’erano il centro dell’attività non solo intellettuale ma sociale. Delle più importanti è quella di Montecassino, cominciata da Leone Marsiccino, condotta sino all’abate Desiderio che fu poi Vittore III, indi seguitata rimessamente da un diacono Pietro.
Nel tradurre alla lingua e alle fogge nostre le tradizioni de’ popoli invasori, i cronisti le alteravano, al tempo stesso che divenivano causa od occasione che si perdessero gli originali, come avvenne dei Goti pel Jornandes, e dei Longobardi per Paolo Diacono. Usando una lingua che più non parlavano, nelle parole, non nate a un parto col pensiero, esprimevano più o meno del concetto, quand’anche non vi attribuivano un senso arbitrario; avendo letto gli antichi, ne traevano le frasi ben o male a rappresentare tutt’altre cose, tutt’altra condizione di società. Della quale società aveano sott’occhio l’andamento, sicchè non gittano più che un cenno per descrivere una complicazione che a noi riesce inestricabile, una rivoluzione, che per essi era evidente, mentre noi fatichiamo invano a spiegarcela; toccano di volo un fatto rilevantissimo alla posterità, mentre si distendono sopra un’inondazione o una cometa, che turbava l’immaginazione o gl’interessi dei contemporanei. Per chi non voglia rimanersi alle generalità convenzionali e sistematiche, quanta fatica ad annodare in una catena probabile le confessioni sorprese, i monumenti sconnessi, le congetture sopra notizie mal determinate, incerte, sovratutto scarse!
Di mezzo a questa inopia si discerne Liutprando di Pavia, adoprato in gravi affari, segretario, poi nemico dell’imperatore Berengario II, esigliato in Germania, e di là ricondotto da Ottone il Grande, e posto vescovo di Cremona. Le vicende contemporanee, dalla presa di Frassinetto nell’891 fino al concilio Romano del 963, espose con istile colto e con un’arguzia che spesso degenera in frivolezza, e una passione che neppur rifugge dalla calunnia. Nelle ambascerie sue, con uno spirito ostico e negativo, affatto discordante dalla bonarietà de’ cronisti, egli critica, ride, esagera i vizj e i difetti della Corte bisantina per adulare la tedesca, e vagheggiando la puerile o senile affettazione, e raccogliendo senza discernimento, piacesi sfogare la sua parzialità fin a costo del pudore.
Ciò ne spiega quella sua frase, ripetuta poi a sazietà e quasi oracolo storico, che, quando si volesse dinotare il colmo d’ogni vizio, si diceva romano. Spedito dall’imperatore tedesco a quel di Costantinopoli, che vantandosi del titolo di romano, come tale pretendeva primazia sopra l’occidentale, Liutprando toglie a cuculiarlo, trasmodando nel lodare i Tedeschi, e asserendo che romano non è più che titolo di contumelie e compendio d’ogni improperio. È dunque bassa adulazione questa contumelia, la quale, del resto, il complesso del suo racconto convince ch’egli non la diceva alla Corte bisantina, ma la inseriva solo nella sua relazione per ingrazianire gli Ottoni.
Di buoni storici furono fortunati i Normanni. Gaufrido Malaterra, comandato da Roberto Guiscardo di conservar memoria delle sue imprese, le dedicò al successore di esso. Guglielmo Apulo cantò in cinque libri le azioni de’ Normanni, cominciando magnifico, seguendo rimesso, terminando con orgogliosa bassezza[228]. Ad Ugo Falcando di Benevento la dipintura del regno di Guglielmo il Malvagio acquistò il titolo di Tacito della Sicilia; poi passato a Guglielmo il Buono, non ha parole bastanti ad esaltare la felicità della nazione: il quale rapido tragitto non meno che la retorica eleganza ne rendono sospette le asserzioni. Coraggioso e sensato, previde le sciagure che sull’isola trarrebbe il passare in signoria de’ Tedeschi; e come altri Siciliani anche di tempi più civili, non dissimulava l’odio e lo sprezzo verso i Pugliesi, gente, al dir suo, «di suprema incostanza, avidi sempre del nuovo, agognanti libertà senza saper conservarla; sul campo attendono appena il segno dell’attacco per fuggire; inabili alla guerra, non sanno requiar nella pace»[229].
Matteo Bonello, ricco prelato, scrisse con sentimento la storia di Guglielmo I, di cui fu ministro. Goffredo da Viterbo tirò un Panteon dal principio del mondo fino alle nozze dell’imperatrice Costanza, «avendo (dice egli) per quattro anni, di qua e di là dai mari rovistato tutti gli armadj latini, barbari, greci, giudaici, caldei». Romoaldo arcivescovo di Salerno, ministro di Guglielmo II, avvivò la sua cronaca con preziose particolarità; un’altra di Amato monaco di Montecassino, conosciamo dalla versione francese[230]. Pietro d’Ebulo verseggiò i moti della Sicilia, avverso a re Tancredi: Ricardo da San Germano notajo, testimonio oculare e sincero per quanto ghibellino, delinea i tempi di Federico II. Dalla morte di questo alla coronazione di Manfredi prosegue Nicola di Jamsilla, con parzialità ghibellina, ma con ingenuità carissima. Matteo Spinelli di Giovenazzo dal 1247 fino alla battaglia di Tagliacozzo, ove morì, stendeva un giornale ch’è il più antico in vulgar nostro. Saba Malaspina, l’anonimo Salernitano, Alessandro di Telesa, Nicola Speciale, la cronaca del tempo di regina Giovanna di Domenico Gravina, son robusti ajuti alla storia del Reame, de’ cui scrittori diede il catalogo Francesco Soria.
Ma già colla libertà era cresciuta la coltura, alla cronaca del monastero sottentrava quella del Comune, e l’importanza delle cose esposte rialzava la narrazione e l’associava alla politica, in modo di istruire e allettare, mostrando e sufficienza di cognizioni, e arguta stima degli avvenimenti, e caratteristiche particolarità, e quel movimento che deriva da sentimenti veri. Nella grande agitazione comunale, nessuna città può dirsi mancasse del suo cronista, tanto più che molte nel XII e XIII secolo fecero ridurre in registro tutti gli atti per assicurarli dalle eventualità; e molti se ne valsero per la storia. Arnolfo e Landolfo il vecchio, milanesi vissuti poco dopo il Mille, e primi laici che stendessero civile storia, per quanto difettino d’esattezza, piace udirli esporre l’origine delle contese fra nobili e popolani, fra cherici e secolari, donde restò mutata non solo la costituzione civile, ma la sociale. Il primo mostra la feudalità trafitta dal popolo guidato dai preti, i quali danno le prime libertà. Landolfo mostra gli arcivescovi vincitori dei nobili; poi Landolfo juniore dirà come devoti tribuni vincessero gli arcivescovi imposti dall’imperatore, e facessero trionfare la libera elezione.
Nei tempi del Barbarossa giova correggere il genio repubblicano di sire Raul o Rodolfo milanese (De gestis Frederici) colle inclinazioni imperiali di Ottone Morena magistrato lodigiano (Rerum Laudensium), il quale fu seguitato in tono più generoso e liberale dal figlio Acerbo, che militò col Barbarossa, e morì nella spedizione contro Roma il 1167. Entrambi cedono la mano a Ottone vescovo di Frisinga e Radevico suo canonico, che, l’uno in continuazione dell’altro, tratteggiarono le guerre di cui erano testimonj e parte, non contentandosi più, come i cronisti, d’una sola città e ignorando le vicine, ma abbracciando l’Italia tutta, e osservando alla legalità nell’organica lotta dei due poteri.