Galvano Fiamma (Manipulus florum), dopo ingombrati di baje i primordj della storia milanese, migliora di senno e di colorito accostandosi ai proprj tempi. Pietro Azario narra i fatti dei Visconti con limpida prosa e gustosissima ingenuità, e con un’imparzialità insolita nelle precedenti fazioni. Gherardo Maurisio vicentino scrisse di Ezelino III quando ancora non s’era mostrato ribaldo; onde gli cammina parziale, quanto avversissimi i cronisti di tutte le vicine città, fra cui primeggia Rolandino di Padova. Costui, come maestro di grammatica e retorica, fece opera più ordinata e chiara delle contemporanee, e la lesse davanti ai professori e scolari di quell’università, che l’approvarono, od almeno l’applaudirono.

Albertino Mussato, magistrato padovano, da cui abbiamo le prime tragedie moderne nell’Achille e nello Ezelino, in sedici libri di Storia Augusta magnificò l’infelice tentativo d’Enrico VII contro i tirannelli, in altri otto i successi fino al 1317, poi in tre canti l’assedio posto da Can Grande della Scala a Padova, da ultimo i dissidj che questa sottomisero ai signori di Verona. La continuazione dei due Cortusj nel narrare la laboriosa ribellione di Padova è ben lontana dall’eguagliarne il merito. I due Gattari vedono l’uno il dechino, l’altro la perdita della patria indipendenza, deplorandone le cause, e stendendo le scene della guerra civile anche al resto d’Italia; perocchè già i cronisti volgevano l’occhio anche fuor della terra natale.

Cristoforo da Soldo bresciano va sino al 1468; ma destituito di critica e ineducato, si appoggia alle dicerie, e rozzamente espone ciò che rimessamente pensa. Il Malvezzi trova ne’ disastri nuovi la spiegazione degli antichi. Castel da Castello bergamasco con grossolana verità descrive le miserie a cui la sua patria ridussero le guerre civili fino al 1407. Ricobaldo da Ferrara[231] tuffato tra guelfi e ghibellini, Ferreto da Vicenza favorevole ai tiranni che trionfano, altri ed altri noi giudicammo servendocene. Basti dire che la collezione del Muratori dà le cronache di ben sessantotto città fra il V e il XV secolo, e che la sola Bibliografia storica delle città e luoghi dello Stato Pontifizio empie un grosso volume in-4º con null’altro che il nome degli storici di settantuna città ancora esistenti e di sedici distrutte in quel paese.

Una ignorante gelosia, che i posteri redimono splendidamente, negò al Muratori le cronache piemontesi; fra le quali son prime quelle che sovra le precedenti compilava un Ogerio Alfieri, a torto creduto monaco, finendo al 1294, cui succedette Guglielmo Ventura al 1325, e poco poi Secondino Ventura. Frà Jacopo d’Acqui empì di sogni le origini de’ marchesi di Monferrato nel Chronicon imaginis mundi, ove le molte letture stivò senz’ordine nè discernimento[232].

Alcuni peggiorarono la storia col voler verseggiarla, all’inettezza del narrare aggiungendo la difficoltà del metro. Lorenzo Diacono di Pisa non incoltamente cantò la spedizione de’ suoi contro le isole Baleari: Donnizone, vescovo di Canossa, rimò le azioni della contessa Matilde; un innominato le lodi di Berengario; il Cumano la guerra decenne de’ Lombardi contro Como; Moisè del Brolo i fasti di Bergamo circa il 1120; Gaetano degli Stefaneschi i tempi di Bonifazio VIII; maestro Pietro d’Eboli espose in elegi le guerre fra Enrico VI e Tancredi; Antonio d’Asti le lotte guelfe e ghibelline nella Storia elegiaca della sua patria fino al 1341; frà Stefenardo di Vimercate, ne’ migliori versi della sua età, i fasti milanesi dal 1262 al 95. Poi in italiano Boezio Poppleto e Anton di Boezio cantarono le cose d’Aquila dal 1252 al 1382, la cronaca aretina ser Gorello de’ Sinigardi, la mantovana Buonamente Aliprando, la perugina Bonifazio veronese nell’Eulistea.

A Genova presentavasi in pien consiglio la cronaca di ciascun anno, ed approvata riponeasi negli archivj. Di qui il Caffaro, che fu console e capitanò le patrie flotte contro i Pisani e i Saracini, desunse la sua storia, che per morte lasciò in tronco al 1163. Per pubblico decreto proseguita da Ottobono, da Ogerio Pane, da Marchisio, da Bartolomeo, cancellieri della Repubblica fino al 1264, fu poi commessa a personaggi illustri e consolari, Marino Usodimare, Jacopo Doria, Guglielmo Multedo, Arrigo Guasco marchese di Gavi, Oberto Spinola ed altri che arrivano al 1294: dopo l’intervallo di quattro anni, Giorgio Stella ed altri di sua famiglia e dei Senarega ripigliano fino al 1514; da ultimo Filippo Casoni fa punto al 1700. Sono essi le fonti della storia genovese, parziale sì, ma preziosissima continuità di contemporanei, quale niun’altra città può vantare. Anche Giovanni Bracelli da Sarzana, in buon latino senza ostentazioni retoriche, riandò i fatti dal 1412 al 44, ben informato come cancelliere che era della Repubblica. Altri scrittori indipendenti riempiono l’ufficiale orditura, ma frà Jacopo da Varagine, noto per la leggenda dei santi, nella lunga cronaca di Genova dal trojano Giano fin al 1297 insacca pedantescamente senza vagliare, e v’innesta della morale scolorita.

Giovanni Diacono, vulgarmente fin qui cognominato il Sagornino, buon dicitore mentre dogava Pietro Orseolo II, è il meglio accreditato fra i molti cronisti dei tempi oscuri e congetturali di Venezia, i quali furono eclissati da Andrea Dandolo. Istrutto in leggi e belle lettere, tutto decoro, gravità, amor patrio, e prudenza qual si addice al guidatore di grande repubblica, costui spiegò in latino una storia dall’êra vulgare 1342, esangue e senza critica pei tempi vecchi, pei successivi ricco di documenti, e meno parziale che non aspetteremmo da nobile e repubblicano. Lo continuarono Benintendi de’ Ravegnani, poi Rafaelle Caresini. Pur testè videro la luce la cronaca Altinate, che è piuttosto un nodo di cronache di differente merito; e, più allettativa a leggere se non più feconda di notizie, la cronaca scritta in francese o in francese tradotta dal Da Canale nel 1267. Furono poi nel 1516 assegnati ducento zecchini annui a uno storiografo e bibliotecario di San Marco, che registrasse i fasti patrj; e il primo fu Marcantonio Coccio detto il Sabellico, ma abborracciò; Bernardo Giustiniani erasi appigliato a buoni documenti per indagare l’evo primo, ma si arrestò all’809. E in generale Venezia non fu guari fortunata di storici; nè i suoi mostrano prepotente il bisogno dell’esattezza, e adulando la patria, guastano il conoscerla quanto i moderni romanzisti.

Non vuolsi dimenticare il partito preso in essa fin dal 1296, che gli ambasciadori esponessero al magistrato un ragguaglio della condizione fisica e morale del paese a cui erano spediti; poi nel 1425 fu ordinato di ridurli in iscritto[233], e si conservavano nell’archivio pubblico, donde, forse illegalmente, se ne trassero le copie oggi possedute da privati; e per pienezza dei ragguagli, e per l’opportunità che aveano di conoscere i grandi dappresso, sono preziosissimi fondamenti a quella scienza, che poi fu prostituita col nome di statistica.

Anche Bologna ebbe una cronaca di quasi quattrocent’anni. La napoletana di Matteo Spinelli credesi una contraffazione, e certo il suo italiano è più sciolto che quello posteriore del Malespini. Ma Firenze ci dà le migliori per dettatura insieme e per buon senso e accorta ingenuità. Ricordàno Malespini scrisse nel patrio dialetto quanto «trovò nelle storie degli antichi libri de’ maestri dottori»; e poichè allora erano sinonimi scritto e vero, vi trae il nome di Pisa dal pesare che i negozianti vi fanno le merci, di Lucca dalla luce del cristianesimo ivi portata, di Pistoja dalla pistolenza; fa la chiesa di San Pietro in Roma fondata ai tempi di Augusto, al tempo di Catilina celebrar messa nella canonica di Fiesole, Firenze devastata da Attila[234]; ma con miglior senno e con mirabile pacatezza, quantunque propenso a’ Guelfi, espone gli accidenti di cui fu testimonio egli stesso fino al 1280.

Lo continuò fin al 1312 Dino Compagni, volendo «scrivere il vero delle cose certe che vide e udì; e quelle che chiaramente non vide, scrivere secondo udienza; e perchè molti, secondo le loro volontà corrotte, trascorrono nel dire e corrompono il vero, propose di scrivere secondo la maggior fama». Strani canoni della credibilità, che ci attestano come fosse ancora in fasce la vera storia, uffizio della quale non è soltanto il raccorre fatti, ma cernirli, ordinarli, esporli. Come nelle frequenti magistrature della patria procurava insinuar pace, così nelle scritture; e da tale sentimento trae non di rado veemenza il suo stile, e — Levatevi, o malvagi cittadini, pieni di scandali, e pigliate il ferro e il fuoco colle vostre mani, e distendete le vostre malizie, palesate le vostre inique volontà e i pessimi proponimenti; non penate più, andate, e mettete in ruina le bellezze della vostra città, spandete il sangue dei vostri fratelli, spogliatevi della fede e dello amore, nieghi l’uno all’altro ajuto e servizio, seminate le vostre menzogne, le quali empieranno i granaj de’ vostri figliuoli; fate come fe Silla nella città di Roma, che tutti i mali che esso fece in dieci anni, Mario in pochi dì li vendicò. Credete voi che la giustizia di Dio sia venuta meno? pur quella del mondo rende una per una. Guardate ai vostri antichi se ricevettono merito nelle loro discordie; barattate gli onori che eglino acquistarono. Non v’indugiate, miseri; chè più si consuma un dì nella guerra, che molti anni non si guadagna in pace; e piccola è quella favilla che a distruzione mena un gran regno». Con sì nobili intendimenti e retto giudizio e gran probità reca nel suo lavoro brevità, precisione, vigore, qual può desiderarsi in istoria semplice e veritiera: eppure rimase ignoto al Villani suo contemporaneo e ai posteri fin quasi al Muratori: oggi s’affollano ragioni per dimostrarlo apocrifo.