Giovan Villani, mercante e magistrato, si condusse a Roma pel giubileo del 1300, e «trovandosi in quello benedetto pellegrinaggio della santa città», la vista di tanti monumenti e la lettura di Sallustio, Livio, Valerio, Paolo Orosio, Virgilio, Lucano ed altri maestri di storie l’ispirarono a narrare gli eventi della sua patria, «per dare memoria ed esempio a quelli che sono a venire, ed a reverenzia di Dio e del beato santo Joanni, e a commendazione della sua città di Firenze». Il che fece in dodici libri, senza pretese di dottrina o prevenzione di sistema, beendo alla grossa le favole antiche; anche lunghi tratti togliendo di peso dal Malespini senza pur indicarlo, non parendo allora plagio ma abilità il giovarsi di chiunque avea preceduto: giunto poi al tempo suo, con gran rettitudine di sentire e ragionare espone i fatti, e non soltanto della patria, coll’efficacia di chi può dire — Io scrittore ho veduto, io sono stato». Pende a parte guelfa senza dissimularlo[235], ma schietto esprime gli schietti sentimenti, incalorendosi nel ragionare della sua patria, raccontando con evidenza affettuosa e talora pittoresca, e distendendosi nelle particolarità, senza dubitare riesca indifferente o nojoso ad altri quel che a lui fu d’interesse. Da mercante che era, si bada sulle cose positive che i contemporanei stranieri negligono; e mentre questi non ci danno che le personali loro impressioni, il Villani procede esatto e intelligente, esamina, paragona, giudica, e alla gravità degli antichi, che non di solo nome conosceva, accoppia la sperienza personale. Tanto positivo nol distoglie dal credere a miracoli e astrologie, debolezza che facilmente gli si perdona. Scarco d’apparato letterario, incondito di grammatica[236], nella legatura delle voci è naturale e analitico; nulla di soverchio, nulla di studiato riempitivo, di forzata trasposizione, di reggimento artifiziato, ma sempre una famigliarità semplice e gioconda. Vero modo, pel quale l’Italia avrebbe potuto elevarsi alla storia originale, se non avesse anche in ciò voluto crogiolarsi nell’imitazione.

Morto dalla terribile peste del 1348, lo continuò il fratello Matteo, in undici libri abbracciando appena sedici anni: evidente ritrattista de’ costumi e degli avvenimenti, pratico del cuore umano e dei viluppi della politica, s’indispettisce al vizio, s’infervora alla libertà, la riverenza religiosa nol rattiene dal rivelare anzi esagerare i traviamenti dei papi, talchè si concilia confidenza e amore. La nuova peste del 1362 lo rapì, e Filippo suo figliuolo filò il racconto di lui sino al 65: uom di studj e chiamato a leggere Dante in cattedra, ha più adornezza e meno ingenuità del padre e dello zio, e nelle Vite d’illustri fiorentini lascia desiderare quel colorito e quel particolareggiare, che formano l’anima delle biografie.

Anche Marchione da Coppo Stefani, pensando «quant’è a grado agli uomini trovare cosa che riduca a memoria le cose antiche, e specialmente i principj delle città e schiatte, si pose in cuore di durar fatica e mettere tempo e sollecitudine in trovar libri ed ogni scrittura, per ricordare a chi n’avesse vaghezza» la storia patria. Fattosi dalla creazione, tirò il racconto dei Villani sino al 1385, narrando le discordie dei Ricci e degli Albizzi che Matteo avea dissimulate. Piero Minerbetti fece una coda troppo inferiore ai Villani che voleva imitare; nè hanno valore i Morelli. I Commentarj di Neri di Gino Capponi fino alla pace di Lodi col vigore e l’evidenza attestano il limpido ingegno di quel destro politico e buon militare, a cui la repubblica affidava da stendere i dispacci più importanti. Giovan Cambi fino al 1480 copiò «da uno libro antico e da darvi buona fede» e riscontrandolo con altri: poi di là segue il suo Memoriale «semplice e puramente senza adornezza di parole», come un mercante che nota dì per dì quel che vede e ode, da tutto traendo riflessioni morali sulla giustizia di Dio, sulla depravazione de’ costumi, sul nulla delle grandezze umane, e, come tutti i Fiorentini, rimpiangendo il buono stato repubblicano, che vedeva andare a rotta. Filippo di Cino Rinuccini dettò Ricordi storici dal 1282 al 1460, donde fino al 1506 li continuarono i figli Alamanno e Neri. E fu abituale fra quegli Ateniesi d’Italia il tenere certi libri che chiamavano Prioristi perchè vi notavano i priori di ciascun anno, e insieme gli avvenimenti principali del loro paese e de’ forestieri, domestica tradizione; carissimi sempre, perchè non lo scrittore, ma l’uomo vi appare; e confortanti quanto il conversare con un vecchio dabbene e ricordevole.

Gli altri innumerevoli cronisti di Toscana si esprimono colla nitidezza e precisione dei popolani, non guasti dalla scuola e dalla pretensione[237]. Le Storie pistolesi, d’ispirazione soverchiamente municipale, danno rilievo alla larga prospettiva de’ Villani. Perugia nel 1366 ordinava si scrivesse «in un libro giallo tutti i fatti della città». Il boccheggiare di Pisa sotto i colpi di Firenze è disegnato da Palmerio; da Guarniero Berni la ruina d’Agobbio; da Manetto le inesauribili fazioni di Pistoja. Di Siena non ci restano storici nel tempo ch’essa teneasi in bilico con Firenze e Pisa; e solo Andrea Dei ne espose i fatti cominciando dal 1186, trasvolando ai tempi antichi e giungendo fino al 1348; di là prosegue Angelo Tura: dal 1352 all’81 servono gli Annali di Neri di Donato. Degli storici di Lucca il più antico è Tolomeo Fiadoni, che narra alla fuggiasca le sorti anche di tutta Toscana dal 1063 al 1303, valendosi del Registro e degli Atti lucensi ora perduti. Succede Giovanni Sercambi, che sentenzioso e compassato tirò una cronaca dall’origine della repubblica fino alla tirannia di Paolo Guinigi, e un’altra sul costui principato, ma con molti errori sul tempo passato, e slealtà sul suo[238]. La storia di Lucca, conservatasi repubblica perchè soccombette la sua gran nemica Pisa, è piuttosto a raccogliersi ne’ suoi archivj, i più preziosi d’Italia dopo quelli di Roma.

Nelle cronache l’autore nè scevera il falso dal vero, nè studia ad esposizione colta e ordinata, ma nota con inconsciente ingenuità quanto vede o sente, riferisce tritamente le vicende delle stagioni, il prezzo delle derrate, le dicerie di piazza; talora l’ingenuità arriva a tal punto che il cronista racconta la propria morte[239]: l’aneddoto la vince sulla storia, si va da frammento a frammento; notizie individue, frivole talvolta, sconnesse sempre. Pure, a tacer che talvolta l’unicità li fa rappresentanti d’un paese o d’un’età, cattivano gli animi come rivelazione dei tempi, e come schietta espressione de’ sentimenti popoleschi e delle passioni accentuate: al loro cessare si esaurisce una fonte di pruriginoso sapore.

E cessar doveano, perchè essi vedono dappertutto l’immediato governo della Provvidenza, castighi e premj in ogni evento, predizioni ed augurj; mentre da poi estendendosi la coltura e complicandosi la politica, i fatti terminavano d’essere istintivi e impetuosi, preparavansi a disegno, si consideravano la concatenazione dei fatti, le remote origini e conseguenze, il che costituisce la storia, la quale è ricordo, avviamento, esame. Ma il sentimento vigoroso che si richiede per riprodurre i fatti, la critica per abburattarli, la ragione austera per giudicarli, l’estesa comprensione per coordinarli, mal si combinano nè coll’entusiasmo de’ cronisti, nè coll’erudizione di quei che vi sottentrano. I quali presero a compilare storie in latino, da contemporanei ancora, ma già mirando all’effetto, e spesso guasti da reminiscenze classiche, per le quali rimangono talora svisati i fatti, più spesso i sentimenti. Il letterato sottentra dunque all’uomo, la penna al battito del cuore, aspettando che arrivi la vergognosa êra delle gazzette: han luoghi comuni e frasi stereotipe, per cui ogni mediocre riesce a raccontare bene, ma a raccontar nulla, con chiacchericcio insulso, colla polemica, colla inintelligenza (anche i più arguti) del gran fatto che arresta il sublime lancio italiano, perchè tutto vedono traverso al prisma romano.

Poggio Bracciolini di Firenze cerca soltanto le vicende guerresche, non dandosi per inteso de’ cambiamenti civili, nè facendoci conversare coi grandi contemporanei, ma riconosce il posto che compete alla bella città, che rigenerata dal magnifico Lorenzo, non vacilla dietro a partiti interni, ma osserva la generale politica, e cerca soluzioni generali alle particolari evenienze. Anche Bartolomeo della Scala tessè una storia di quella città fino alla calata di Carlo VIII. Leonardo Bruno d’Arezzo, stando a Roma segretario apostolico, vide e tratteggiò i miseri subugli di questa metropoli; eletto cancelliere di Firenze, ne distese la storia fino al 1404: scrittore accurato della frase e del periodo, richiesto da principi, visitato da forestieri, lasciò pure versioni dal greco, e vite e lettere, da cui noi razzoleremo la storia letteraria del suo tempo. Con maggior arte è stilato l’episodio della congiura de’ Pazzi, con cui Agnolo Poliziano ripagava i Medici della concedutagli protezione.

Giovanni Cavalcanti narrò le cose toscane dal 1420 al 52, guelfo di persuasione, idolatro di Cosmo de’ Medici; il Machiavelli se ne prevalse senza indicarlo. Pedante benchè toscano, non possiede nè l’ingenuità del Trecento, nè la meditata purezza del Cinquecento; guasta la cara favella materna con crudi latinismi, manierati aggettivi, frasi attorcigliate, concioni retoriche; e di mezzo a ciò modi plebei più rilevati dal tono cattedratico. Dirà latino per italiano, queriti i cittadini; e descrivendo gli orrori della presa di Brescia, si trastulla sulle parole.

Vespasiano de’ Bisticci, erudito librajo, lasciò vite di suoi contemporanei, neglette per lo stile, buone per le cose, talvolta care per naturalezza, sempre di virtuosi sentimenti. Oltre il Libro dei detti e fatti di re Alfonso per Antonio Bocadelli detto il Panormita, di quel re ci diede la storia Bartolomeo Fazio della Spezia, più sollecito della elegante latinità che di cercare il vero, benchè fosse testimonio dei fatti. Lucio Marineo siculo, per incarico di Fernando il Cattolico, scrisse in latino le imprese di questo e di suo padre adulando. Pandolfo Colenuccio da Pesaro compendiò la storia napoletana fino a’ suoi giorni: Pier Paolo Vergerio dettò quella dei Carraresi con eleganza; Daniele Chinazzo da Treviso in italiano la guerra di Venezia con Genova: il Plátina la storia di Mantova e dei papi, fondandosi sopra documenti; e se la passione troppo spesso il traviò, ben era raro al suo tempo questo dubitare delle asserzioni antiche. Giorgio Stella racconta la Genova dei dogi, desiderando che, pel bene dell’umanità, i nomi de’ Guelfi e Ghibellini fosser dispersi dalle memorie: quasi non fossero il necessario nodo della storia d’allora.

La prima cattedra di storia che si ricordi, fu eretta a Milano per Giulio Emilio Ferrario novarese; poi Andrea Biglia agostiniano raccontò fedele e non inelegante i fasti di quella città dal 1402 al 31. Pier Candido Decembrio, vissuto alla corte di Filippo Maria Visconti, poi caldo della Repubblica ambrosiana, al cadere di questa passò a Roma e altrove in servizio di segretario; ripatriato, scrisse le vite di esso Filippo Maria, dello Sforza, di Nicolò Piccinino, e una cronaca de’ Visconti, piena d’ingenue particolarità al modo di Svetonio, ma senza la costui purezza. Giovanni, fratello del famoso segretario Cicco Simonetta, celebrò Francesco Sforza, al quale era stato sempre a fianco, adulando ma non smaccato, sempre chiaro, spesso elegante, ma senza la vivacità che impreziosisce i contemporanei. Tristano Calco seguì la storia dei Visconti di Giorgio Merula; poi vistola fracida di favole dello scrigno di Annio da Viterbo, la rimpastò traendola sino al 1323, con critica delle fonti e buono stile. Contemporaneo suo Bernardino Corio, cameriere di Lodovico il Moro, compiva la più divulgata storia milanese, in un vulgare barcollante; parabolano nelle cose vecchie, particolareggiato e ricco nelle contemporanee, sebbene poco intelligente, e copiando, quasi traducendo il Simonetta.